Recensione: La Compagnia dell’Oste (Aa.Vv.: Marcovalerio, 2021)

Come ogni estimatore del fantastico sa benissimo, mai fare i conti senza l’Oste: una Compagnia di avventurieri non è tale finché non abbia la taverna o locanda di riferimento, dove sbollire l’eccitazione dell’ennesima avventura o caccia al tesoro, ovvero farsi reclutare per la prossima missione da qualche generoso committente, o magari incontrare il pericoloso sicario da cui ricevere soffiate al riparo da orecchi indiscreti, o ancora, semplicemente, annegare la stanchezza di un lungo viaggio in un bel boccale di birra scura e schiumosa…

Gli esempi, comprensibilmente, si sprecano. Harry Potter ha Il Calderone Traboccante e I Tre Manici di Scopa, Geralt di Ryvia sosta volentieri al Drago Pensieroso, il locandiere di Candlekeep nel videogioco Baldur’s Gate è famoso per il suo boccaccesco vanto di tenere il locale “pulito come il didietro d’un Elfo”, mentre viaggiatori da ogni dove trovano asilo alla Taverna ai Confini del Mondo nel fumetto Sandman di Neil Gaiman, e persino nella fantascienza abbiamo, per dire, l’iconica Cantina di Mos Eisley che raccoglie “tutta la peggiore feccia della galassia” secondo Obi-Wan Kenobi, per non dire del Ristorante Ai Confini dell’Universo di Douglas Adams (attenti ad andare ai confini dal lato giusto!). Tutto comunque ha origine nelle taverne medievali di chaucereana memoria e, quintessenzialmente, quell’Eagle & Child dove si riuniva il circolo letterario degli Inklings di Oxford, che sicuramente fece la sua parte nell’ispirare a Tolkien Il Drago Verde di Lungacque e Il Puledro Impennato di Brea.

E proprio agli Inklings intende rifarsi il neonato circolo degli Inkiostri, riunito in una locanda che resta innominata presso un Oste noto semplicemente come tale allo scopo di narrare ciascuno un proprio racconto. La cornice dunque si distingue per la semplicità ma anche per un certo calore rustico, sembra quasi di avvertire il crepitare del camino, l’odore di rovere e di leccornie, l’atmosfera luminosa velata da qualche fumata di pipa…

Prende così il via la sequela dei racconti, molto diversi tra loro ma animati dallo spirito condiviso dell’amore per la bellezza e per la parola, l’arte dell’incanto e la fermezza della fede, nel solco della tradizione e delle radici. Non si tratta mai, dunque, di vuota artificiosità, di gioco pedante di citazioni, nè di mero estetismo: l’Oste sotto la cui insegna si racconta e si scrive, infatti, disdegna interamente prefazioni, introduzioni, e note a piè di pagina, anche se ciò ci viene detto nel “Prologo” di Giovanni Soppelsa, ripetendo così in modo simpatico l’ironia di quanto Tolkien scriveva nell’inedita introduzione a La chiave d’oro di George MacDonald.

Il primo racconto, Le torri del silenzio di Giovanni Bertoglio, scorre piacevolmente tra ispirate metafore, inebrianti similitudini ed evocative parafrasi come il miglior Dunsany in una storia che rammenta qualcosa della classica canzone Samarcanda e qualcosa ancor più dell’Azrael di Longfellow, con espliciti richiami zoroastriani. Una partenza meglio riuscita non si potrebbe immaginare!

Eppure non è da meno Luisa Paglieri nel prosieguo, una sorta di storia dell’Eden all’incontrario che vede perciò il lieto fine e forse, se non erro, vuol essere metafora della storia della Salvezza. Ma, se questa può essere solo una mia lettura, non vi è dubbio che, anche presa semplicemente come fiaba, senza particolari intenti allegorici, Il lago sapiente sia una splendida storia e una delle punte di diamante del volume.

Segue La Principessa e il Mutaforma di Paolo Gulisano, una breve pennellata che abbozza l’inizio di una storia di rivalsa al femminile senza poi che la vicenda vera e propria venga effettivamente narrata, ma soltanto lasciandola alla fantasia del lettore. L’espediente è spiazzante ma non spiacevole, e invita alla riflessione sul tema della parzialità delle narrazioni, in sè inevitabile.

Con Salita alla Sacra, Chiara Bertoglio mi ha assolutamente conquistato per l’afflato quasi mistico che trapela dalla sua accorata narrazione, che mi ha riportato la mente al viaggio che feci in Terrasanta e altre esperienze religiose molto intense che ho avuto il privilegio di vivere, come l’ascesa al Monte Sacro di Varese. Commuovente ed esaltante, da applausi.

Giovanni Soppelsa torna con il suo Conobbi Bartholomeus Clough e, beh, cosa dire? Un gioiellino in bilico tra Conan Doyle, Rider Haggard e Meyrink, non so se sia più felice la prosa nella sua naturale inappuntabilità o il contenuto nella sua originale, sorprendente prevedibilità. Un racconto da leggere e rileggere, meritevole di fare scuola.

L’ultima avventura di Orion di Ives Coassolo è un racconto di sbrigliata fantastoria e fantarcheologia che diverte e fa sorridere, raccontato con la freschezza del non prendersi troppo sul serio e abbandonarsi al libero sogno di fantastiche ere remote, se non nella chiusa morale che si rifà alla Numenor tolkieniana.

Il Settimo Cerchio di Andrea Donna è per esplicita ammissione un omaggio a Jorge Luis Borges e come tale sicuramente non può reggere il confronto con il Maestro, ma rimane un raccontino congegnato con intelligenza che riesce nello scopo di riportare al lettore il ricordo delle fantasmagoriche architetture borgesiane.

Cronache missionarie di Patrizio Righero sembra il risultato di una collaborazione tra Ray Bradbury e Clive Staples Lewis, il che mi pare avvicinarsi ad essere uno dei più bei complimenti, nonchè dei più originali, che si possano fare. La selezione dei passi scritturali citati, inoltre, racchiude diverse perle.

L’ultimo racconto, Danza macabra di Maria Finiello, sembra compendiare in sè un pò tutto il volume: vi è la Morte come nel racconto iniziale di Giovanni Bertoglio, ma non manca nemmeno il romanticismo di Paglieri, Gulisano e Coassolo; gioca di citazioni come Soppelsa, Donna e Righero, ma condivide con Chiara Bertoglio le altezze del volo mistico. Difficile trovare una miglior chiusura.

Segue comunque un breve riallacciamento narrativo, sempre di Soppelsa, e il vero e proprio commento critico di Chiara Nejrotti. L’unico rimpianto, a chiudere il volume, è che non compendi due, tre, anche quattro volte questo numero di racconti, fino ad arrivare a un nuovo Le Mille e Una Notte, Lo Cunto de li Cunti, o I Confratelli di San Serapione. L’augurio è che questo sia solo l’inizio, e opere ancora più varie e più ricche facciano seguito a questa già entusiasmante e coinvolgente raccolta!

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