Beren Bacchico e Margherita: Riflessioni cristiane orfiche su Tolkien e Bulgakov

Una volta tanto, per chi è abituato a navigare nel mare delle ipotesi, è salutare incontrare la boa di una indubitabile certezza. Magari non sarà la terra ferma dove approdare, ma resta comunque un buon segno: la costa non può essere troppo lontana. Nel mio caso, sono felicissimo che non ci sia ombra di dubbio che Tolkien non può essere stato influenzato in alcun modo nella ideazione della vicenda di Beren e Luthien dal romanzo “Il Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, essendo quest’ultimo pubblicato per la prima volta nel 1967, nè viceversa è possibile, dato che la prima versione pubblicata ne “Il Silmarillion” è persino più tarda, e datata 1977. Perché questo fatto sarebbe importante? Ci arriviamo in un attimo.

Entrambe le storie sono incentrate su una coppia di amanti tormentati che inaspettatamente vanno incontro a un lieto fine, ma non prima di aver completato un’opera eccezionale, visitato gli inferi e avuto a che fare col diavolo. Va bene, direte voi, ma qual è il punto di notare questi tratti in comune, se sappiamo che le due storie sono state concepite in maniera del tutto indipendente l’una dall’altra? La risposta è molto semplice: il fatto che i due autori abbiano concepito indipendentemente un analogo schema di fondo per le vicende delle rispettive coppie suscita spontaneamente un’ipotesi, e cioè: non è che per caso qui abbiamo a che fare con archetipi?

A questo proposito, viene in mente l’adagio di un professore un po’ burlone, che una volta ebbe a dire: “In linea di massima, studiare Jung non serve a niente. Tanto, ad ogni scopo pratico, dalle chiacchiere da bar alla tesi di dottorato, la regola d’oro è: se lo trovi sia nella Bibbia sia in Omero è automaticamente un archetipo”. Forti di questo metodo a prova di bomba, quindi, vediamo se c’è una coppia ostacolata dalla realizzazione di un compito, dalla morte e dal diavolo ma che poi trova il lieto fine nella Bibbia e in Omero.

A costo di essere accusati di sbrigare la faccenda in maniera facile, non è che occorra andare a cercare se ci sono passi dell’Iliade in cui venga citato il centauro Chirone o in quali dei libri profetici si nomini la città di Tiro: basteranno l’Eden in Genesi e l’Odissea nel suo complesso, perché Adamo ed Eva vengono puniti di aver obbedito al serpente (diavolo) con l’obbligo di lavorare la terra con sudore (opera), nonchè con l’esistenza mortale (morte), eppure restano pur sempre il padre e la madre del genere umano (lieto fine), mentre Ulisse ha compiuto impresa impossibile agli eserciti conquistando Troia con il cavallo (opera), ma prima di riunirsi a Penelope (lieto fine) dovrà visitare l’oltretomba (morte) e sopravvivere ai tiri mancini di una potenza soprannaturale ostile, Poseidone (diavolo).

Va bene, va bene, mi direte, ma da qui cosa ne dovremmo trarre? Personalmente, vi posso dire, ne ho tratto una riflessione che mi ha colpito: in precedenza, di sicuro per colpa di una mia superficialità, mi sono sempre trovato a personificare la separazione di una coppia, che fosse temporanea o definitiva, in uno o più responsabili, umani o sovrumani, che comunque fossero delle persone, come Dairon, Thingol, i pirati di Dafni e Cloe, il gigante Ysbaddaden di Cwlwych e Olwen, i Proci, Nausicaa, e così via. Ragionare in termini di archetipi invece ti fa vedere come dietro a queste figure si celano appunto i tre grandi ostacoli che la coppia deve affrontare, non una volta per tutte in qualche mitico confronto d’astuzia o abilità, ma giorno per giorno all’interno di una relazione, l’uno verso l’altra ed entrambi verso il mondo.

L’opera, il compito, il lavoro è proprio il simbolo del rapporto che la coppia intrattiene con il mondo al di fuori della coppia, e dunque quando la realizzazione di tale opera rasenta l’impossibile questo è semplicemente l’indicatore della difficoltà per la coppia di essere legittimata nella società, per un motivo o per l’altro.

La morte rappresenta invece il rapporto della coppia al suo interno, il legame che li unisce e il suo mantenimento. Il Cantico dei Cantici dice che l’amore è forte come la morte, ovvero un legame forte può sopportare tutto senza essere intaccato nella sua natura. “Finchè morte non vi separi” non è la formula matrimoniale per semplice caso.

Infine, il diavolo è ciò che separa la coppia, a partire dal semplice essere due persone distinte, che chiaramente è ovvio. Affrontare il diavolo, sfuggire ai suoi tiri, raggirarlo o sconfiggerlo sono quindi altrettanti indicatori del non lasciare che le differenze all’interno della coppia prendano il sopravvento su ciò che unisce, il che avviene essenzialmente mantenendo un buon dialogo.

Vediamo quindi come fanno le diverse coppie a superare questi ostacoli, e in quali forme si presentano. Per Beren e Luthien il riconoscimento dipende dalla conquista del gioiello più prezioso, da strappare al diavolo, quindi la coppia deve superare le sue differenze, il diverso destino umano ed elfico, prima di essere riconosciuta. Al Maestro e Margherita la pace, ovvero appunto l’approvazione implicita del mondo, viene accordata dal diavolo grazie a un angelo dopo che lei visita gli inferi e lui finisce il suo libro, quindi quando il dialogo tra loro riprende dopo che ella ha capito perché lui se n’era andato e lui ha realizzato il suo lavoro di una vita. Tra Ulisse e Penelope c’è Poseidone, il mare, di mezzo, ovvero sono una di quelle coppie che non si parlano più, ma restano fedeli e, quando lui ha infiltrato il suo cavallo nella città nemica, cioè quando è riuscito a riottenere il riconoscimento pubblico della loro relazione, e avendo visitato i morti, cioè essendosi assicurato che il loro amore resiste a ogni prova, infine ritrovano la gioia coniugale.

La stessa struttura trova la sua espressione più naturale nella storia di Orfeo ed Euridice, che Tolkien ha preso a modello nella versione bretone medievale a lieto fine, Sir Orfeo. Per essere precisi, quella a lieto fine non è una variante del racconto, ma la sua forma originale, come attestano le fonti più antiche, e solo con Platone prenderà il sopravvento la versione tragica poi resa famosa da Virgilio e Ovidio. Con l’avvento del Cristianesimo, poi, Orfeo sarà paragonato e addirittura identificato con Cristo, come attestano non solo numerosi testi ma anche ritrovamenti archeologici, come il famoso Cristo-Orfeo bacchico. Così il Cristianesimo ripristinerà il lieto fine originario in quella che Tolkien chiamerebbe Eucatastrofe e che forse coincide molto da vicino con le intuizioni del Pilato di Bulgakov.

(Questa tavoletta tardoantica raffigura il Crocifisso cristiano e riporta l’iscrizione in greco “Orpheos Bakkikos”, cioè Orfeo bacchico o di Bacco)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: