Tolkien, Douglas Adams e Monty Python e il senso della vita

Il senso della vita spesso risiede nelle cose semplici

La domanda sul senso della vita, anche formulata come: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” è una delle più antiche della filosofia, e forse dell’uomo in generale, ancora prima che esistesse l’idea di filosofia. Se poco possiamo sapere delle ere antidiluviane di cui forse ci resta giusto qualche graffito e delle ipotesi, di certo gli antichi Egizi vedevano l’esistenza come una semplice preparazione e prefigurazione della vita nell’aldilà, una concezione che si riscontra anche in molti altri popoli pagani anche in altre epoche e zone del globo, dai Vichinghi ai Precolombiani. Se questa idea può sembrare privare di valore la vita terrena, “anticamera della vita” direbbe qualcuno, ciò non sempre è vero: ad esempio, per i Zoroastriani già su questa terra siamo chiamati a fare la nostra parte nella guerra cosmica tra il dio della luce, Ahura Mazda, e il dio delle tenebre, Angra Mainyu. Avendo citato i Vichinghi, ricordiamo che anche per loro la vita era uno scontro tra le potenze luminose di Asgard, capeggiate da Odin, e le potenze oscure, comprendenti giganti, lupi, draghi, e così via.

Una sintesi alquanto imprecisa del senso della vita nelle diverse scuole di pensiero

Tra i primi filosofi, poi, se Socrate rimaneva nel vago identificando il senso della vita con la stessa ricerca, potenzialmente infinita, della verità, il suo allievo Platone era più definitorio e, se da un lato individuava lo scopo ultimo dell’uomo nel ritorno al suo mitico reame delle idee al di là del cielo, dall’altro affermava anche che sapere di questa meta ultima non doveva estraniare dal mondo, ma al contrario portare gli uomini a farsi “collaboratori degli dei” vivendo bene le loro vite e amministrando le città con giustizia. Da ciò derivava poi la posizione dell’allievo di Platone, Aristotele, che sosteneva che l’uomo dovesse puntare soprattutto a un’esistenza priva di affanni e problemi materiali, così da potersi dedicare alla filosofia, la cui realizzazione ultima è una sorta di temporanea estasi divina, da cui comunque si deve sempre fare ritorno alla realtà concreta. Quanto a ciò che accada dopo la morte, si mantiene sul vago, anche se sostiene che l’anima umana sia immortale e quindi doveva sicuramente ammettere una qualche forma di esistenza ultraterrena o reincarnazione.

Socrate, Platone e Aristotele

La reincarnazione è un concetto che si ritrova per primo in India all’interno di una visione per cui lo scopo della vita è proprio invece la liberazione dal ciclo potenzialmente infinito di morti e rinascite, anche in altre forme di vita, inferiori o superiori, per approdare a una infinita beatitudine. Una qualche influenza di tali dottrine induiste e buddiste sulla filosofia greca è innegabile, specie in epoca tarda, quando le conquiste di Alessandro Magno misero direttamente in contatto Grecia e India, ma la filosofia post-aristotelica è meno ambiziosa dei suoi illustri precedenti e si limita a suggerire come vivere una vita felice o almeno a sopportare le sfortune, senza grandi obiettivi ultramondani. In questo quadro di decadenza si affermerà la nuova religione cristiana.

La novità più grande della predicazione di Gesù è proprio, per dirla con C.S. Lewis, che essa non è un invito alla rassegnazione, al ridimensionamento delle pretese, ad accontentarsi: non chiede all’uomo di desiderare di meno, ma di più. Se vi sono delle rinunce e dei sacrifici da fare o dei rischi da assumersi, questi non sono in vista di qualche annacquata tranquillità o moderata assenza di turbamento, ma temporanee privazioni per ottenere la completa, eterna felicità in cui si realizzano tutti i nostri desideri. Si tratta di una svolta radicale, che lo vogliamo o meno: qualcuno nella nostra realtà storica è arrivato a prometterci come vero quello che nemmeno le nostre fiabe più audaci avevano osato ipotizzare nella finzione.

CS Lewis a proposito della esperienza che chiama “Gioia”

Occorreranno più di 1500 anni prima che qualcuno nell’Occidente osi ritornare sull’argomento, e, visto che più in alto di così non si può andare, inevitabilmente i nuovi filosofi della modernità costituiranno un ripiegamento, un inizialmente timido (con Cartesio e Pascal): “Ok, Gesù ci ha promesso questo, ma siamo proprio sicuri che possiamo crederci?” Questi primi (ri-)dubitatori si affrettavano naturalmente a rispondersi: “Ma certo che dobbiamo crederci, anche perché cosa abbiamo da perderci?” Gli Illuministi francesi però riprenderanno il discorso per rispondere negativamente, perché, fondamentalmente, “Abbiamo da perderci una vita dedicata ai piaceri del libertinaggio”. Questa diventerà la posizione che assumerà il ruolo dominante nel corso dei secoli, attraverso Kant, che pretende di aver stabilito che non possiamo sapere se Dio esiste “perché non lo possiamo sapere e basta”, ma tenta con un improbabile equilibrismo di fondare comunque su sé stessa una morale assoluta (tentativo evidentemente fallimentare); poi con Marx, Nietzsche, in letteratura les Décadents e il Wilde del Ritratto, Freud, Huxley, Marcuse, il ’68, Foucault, fino al gender odierno.

I cosiddetti “maestri del sospetto”:
Sigmund Freud, Friedrich Nietzsche e Karl Marx

Ecco perché le eccezioni, anche se in questo caso non possono fare la regola, sicuramente sono più interessanti. Vediamo quindi come risponde alla domanda il Professor Tolkien:

A Camilla Unwin

[Alla figlia di Rayner Unwin, Camilla, era stato detto, come parte di un ‘progetto’ scolastico, di scrivere e domandare: ‘Qual è il senso della vita?’]

20 maggio 1969 [19 Lakeside Road, Branksome Park, Poole]

Cara Signorina Unwin,

mi dispiace di aver tardato con questa mia replica. Spero che essa ti arrivi per tempo. Che domanda spropositata! Non penso che le ‘opinioni’, di chiunque siano, servano a molto senza una qualche spiegazione di come si è arrivati a sostenerle; ma al presente riguardo non è facile rimanere succinti.
Cosa significa davvero questa domanda? Sia ‘senso’ sia ‘vita’ sono concetti che hanno bisogno di essere definiti. Ci troviamo davanti a una domanda puramente umana e morale, o si riferisce all’universo? Può significare: Come faccio a impiegare al meglio la vita che mi è stata data? OPPURE: Quale scopo/disegno concorrono a realizzare gli esseri viventi con le loro vite? La prima domanda, però, può trovare una qualche risposta (sempre che ce ne siano) solo dopo aver considerato la seconda.
Penso che le questioni sullo ‘scopo’ abbiano senso soltanto se si riferiscono a obiettivi e propositi deliberati degli esseri umani, oppure all’impiego degli oggetti da loro progettati e prodotti. Quanto alle ‘altre cose’, il loro valore risiede in esse stesse: ESISTONO, ci sarebbero anche se noi non ci fossimo. Eppure, dal momento che di fatto esistiamo, una delle loro funzioni è di essere contemplate da noi. Se risaliamo la scala degli esseri fino alle ‘altre creature viventi’, ad esempio una qualche pianticella, osserviamo una struttura e un’organizzazione: uno ‘schema’ riconoscibile (seppure con delle varianti) all’interno della stessa specie e della sua prole; il che è molto interessante, perché tali cose sono ‘altre’ e non fatte da noi, e sembrano derivare da uno zampillo creativo infinitamente più ricco del nostro.
La curiosità umana presto arriva a porsi la domanda COME: in che modo questa cosa è venuta a essere? E, dal momento che uno ‘schema’ riconoscibile suggerisce un disegno, si arriva a PERCHÉ? Ma PERCHÉ in questo senso, che implica ragioni e motivazioni, può solamente riferirsi a una MENTE. Solo una Mente può avere scopi in un qualsiasi modo o grado paragonabile ai propositi umani. Quindi, immediatamente ogni domanda del tipo: ‘Perché la vita, l’insieme degli esseri viventi, è comparsa nell’universo fisico?’ conduce alla Domanda: C’è un Dio, un Creatore-Architetto, una Mente cui le nostre menti sono affini (essendoNe derivate), di modo che Essa ci è in parte conoscibile? Con ciò siamo arrivati alla religione e alle idee morali che ne provengono. A riguardo dirò solo che la ‘morale’ ha due facce, per via del fatto che siamo individui (come in qualche modo tutte le creature viventi), ma non viviamo, né potremmo vivere, in isolamento, quindi abbiamo un legame con tutti gli altri esseri, sempre più forte quanto più è prossimo al nostro legame assoluto con la specie umana a cui apparteniamo.
Pertanto, la morale dovrebbe fare da guida ai nostri umani propositi, indirizzare la condotta delle nostre vite: (a) nei modi in cui i nostri talenti individuali possono essere coltivati senza né spreco né abuso; e (b) nell’evitare di arrecare danno ai nostri simili o interferire con il loro sviluppo. (Al di là di ciò vi è solo la sommità del sacrificio di sé per amore).
Nondimeno, queste sono solo risposte alla domanda più specifica. Alla più ampia non vi è risposta, dal momento che richiede una perfetta conoscenza di Dio, cosa irraggiungibile. Se ci chiediamo perché Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, invero non vi è nient’altro che si possa dire se non ribadire che effettivamente lo ha fatto.
Se non si crede in Dio, la domanda “Qual è il senso della vita?” non può nemmeno essere posta e non può avere risposta. A chi o a cosa si rivolgerebbe la domanda? Ma, dato che in uno strano angolo (o in strani angoli) dell’Universo alcuni esseri hanno sviluppato menti che si pongono delle domande e cercano di rispondervi, si potrebbe rivolgere la domanda a uno di questi curiosi individui. Dal momento che io ne faccio parte, potrei spingermi fino a dire (parlando con assurda arroganza per conto dell’Universo): “Io sono come sono. Non ci si può far niente. Puoi continuare a cercare di scoprire che cosa sono, ma non ci riuscirai mai. E perché vuoi saperlo, proprio non lo so. Forse il desiderio di sapere per il puro gusto di sapere è legato alle preghiere che alcuni di voi rivolgono a quello che chiamate Dio. Nella loro forma più alta, queste preghiere sembrano voler semplicemente lodare Dio per la sua esistenza e per aver fatto quello che ha fatto come l’ha fatto”.
Coloro che credono in Dio, in un Creatore, non pensano che l’universo in sé stesso sia degno di adorazione, per quanto lo studio devoto dell’universo possa essere uno dei modi per onorarne il Creatore. E, dato che noi, creature viventi, siamo (in parte) al suo interno e una sua componente, le nostre idee di Dio e i modi in cui le esprimiamo saranno in gran parte derivate dalla contemplazione del mondo che ci circonda. (Benché esista anche la rivelazione, indirizzata sia a tutti gli uomini sia a individui particolari.)
Così si può dire che lo scopo principale della nostra vita, per ciascuno di noi, è quello di aumentare, in base alla nostra capacità, la nostra conoscenza di Dio con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, e grazie a questa conoscenza esprimere lodi e ringraziamenti. Fare come diciamo nel Gloria in Excelsis: Laudamus te, benedicamus te, adoramus te, glorificamus te, gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa.
E, nei momenti di esaltazione, possiamo chiamare tutte le cose create a unirsi a noi nel nostro coro, parlando per loro conto, come fa il Salmo 148 e la Canzone dei tre bambini in Daniele II. LODATE IL SIGNORE… tutte le montagne e le colline, tutti i frutteti e le foreste, tutte le cose che strisciano e gli uccelli che hanno le ali.
E una risposta troppo lunga, e anche troppo corta — per una domanda simile.
I miei migliori auguri,
J.R.R. Tolkien

Il senso della vita secondo Tolkien

Un commento esaustivo a questa lettera richiederebbe un libro in molti volumi, ma mi pare si possa estrapolare un passaggio chiave: “Se non si crede in Dio, la domanda ‘Qual è il senso della vita?’ non può nemmeno essere posta e non può avere risposta. A chi o a cosa si rivolgerebbe la domanda?” In altri termini, è l’esistenza stessa di noi “curiosi individui” che “hanno sviluppato menti che si pongono delle domande”, come quella, appunto, sul senso della vita, che dimostra che tale mente e capacità di domandare, così come la risposta, appartengono in primo luogo a un Dio capace di conferirle perché in sommo grado le possiede. L’Universo, come Tolkien esprime nella sua geniale prosopopea, non possiede tali risposte, anzi non si pone neppure la domanda, perché non ha una mente, e quindi se gli uomini, come pretendono gli scientisti e gli atei militanti, possono accettare solo risposte a riguardo che provengano dall’”interrogazione” dell’universo condotta dalle scienze naturali, ovviamente non potranno trovare risposte; al contrario, hanno escluso senza accorgersene ogni possibilità di trovare delle risposte per principio.

La profondità, eppure la semplicità, della formulazione di Tolkien mi dà i brividi a ogni rilettura: si esprime in termini semplici, che possono essere compresi dalla giovane Camilla e dai suoi compagni di classe, eppure quanto acume e quanta perspicacia assente nei più eruditi tomi! In questo, e non solo in questo, è veramente evangelica, perché parla agli umili e ai piccoli laddove tanto deve restare in barba ai sapienti.

John Ronald Reuel Tolkien

Un altro elemento cruciale è distinguere la pertinenza individuale della domanda da quella generale, ovvero: 1) “Come faccio a impiegare al meglio la vita che mi è stata data?” e 2) “Quale scopo/disegno concorrono a realizzare gli esseri viventi con le loro vite?” Non è difficile trovare chi sostenga di possedere una qualche risposta a 1), anzi se ne è occupato persino in via ufficiale l’NHS britannico nel 2014, promulgando i suoi “Five steps for mental wellbeing”:

  1. Connect with community and family
  2. Physical exercise
  3. Lifelong learning
  4. Giving to others
  5. Mindfulness of the world around you

https://www.nhs.uk/mental-health/self-help/guides-tools-and-activities/five-steps-to-mental-wellbeing/

Sempre dal punto di vista individuale, gli psicologi Frank Martela e Michael F. Steger hanno invece individuato tre criteri guida da seguire nella ricerca del senso della vita in un articolo pubblicato su The Journal of Positive Psychology nel 2016. I due autori definiscono i tre criteri come:

  • Coerenza: il modo in cui si collegano gli avvenimenti. Si tratta della comprensione del fatto che ciò accade nella propria vita ha un motivo. Magari non sai spiegarti ogni cosa nel momento stesso in cui accade, ma prima o poi capisci il perché anche di ciò che sul momento ti ha sorpreso, e sei fiducioso che sarà sempre così.
  • Scopo: l’esistenza di obiettivi e propositi. Si tratta della convinzione di essere in vita per una qualche ragione, per realizzare qualcosa. Si può considerarla come la propria personale missione, ad esempio “lo scopo della mia vita è condividere il segreto della felicità”, oppure “sono qui per diffondere amore in abbondanza”.
  • Significato: il valore intrinseco della vita. Si tratta della percezione del fatto che la tua vita fa la differenza. Se per te la tua vita ha un grande significato, sicuramente ritieni che il mondo sarebbe leggermente—o forse parecchio—peggiore se non fosse che ci sei tu.

https://www.theatlantic.com/family/archive/2021/10/meaning-life-macronutrients-purpose-search/620440/

“Il senso della vita, ma in fretta, che ho da fare”

Se queste liste e il linguaggio in cui sono espresse fa sorridere, però, non è perché dicano interamente il falso, ma perché l’attrito che si crea nel formulare in maniera impersonale tali “criteri” o “linee guida” e il presunto campo di applicazione individuale o persino intimo è stridente al punto da diventare comico e oggetto di ilarità. In altre parole, è perché pretendono in qualche modo di rispondere alla domanda 1) di Tolkien, quella personale, con una risposta del tipo che eventualmente potrebbe rispondere alla domanda generale 2). Su questo contrasto tra particolare e complessivo si basa d’altra parte quasi tutta la satira che prende per bersaglio i filosofi, a cominciare dalla commedia Le nuvole di Aristofane, ed è impossibile soprattutto non pensare al film Monty Python e il senso della vita, quando, in conclusione di una lunga serie di sketch tra l’ironico e il demenziale volti ad inculcare il dubbio che la vita dopotutto abbia un qualche significato, un finto presentatore televisivo legge il biglietto che si presume contenga il senso della vita, ed esso si rivela essere: “Sforzati di essere gentile con le altre persone, evita i cibi grassi, ogni tanto leggi un buon libro, fai delle passeggiate, e cerca di vivere in pace e armonia con la gente di ogni credo e nazione”.

“Il senso della vita è essere felici”
e altre rivelazioni inattese

Il film dei Monty Python è interessante perché lo si può prendere in larga misura come un contraltare di quello che vorrebbe essere, cioè un manifesto dell’insensatezza del vivere. La prima parte, che riguarda la nascita, fa vedere un bambino che nasce nel disinteresse degli stessi ostetrici, impegnati a discutere faccende amministrative della clinica, e senza pensarci e al di là delle intenzioni degli autori è un perfetto parallelo della umile nascita di Gesù in una stalla, quindi davvero finisce per parlare di quello che il titolo ironico suggerisce, “Il miracolo della nascita”. Lo stesso vale per il seguito, un padre cattolico che annuncia agli innumerevoli figli che dovrà vendere buona parte di loro per esperimenti scientifici perché ha perso il lavoro, e d’altra parte non poteva avere meno figli perché la Chiesa è contraria alla contraccezione. A parte l’evidente assurdo della situazione, dubito sinceramente che la prima cosa che questi figli avranno pensato sia stata: “eh, papà, se non ci mettevi al mondo risolvevamo in fretta questo problema!” Comunque, in un qualche modo vedo il tutto anche come un’eco, sicuramente involontaria, della strage degli innocenti.

Ogni bambino è il senso della vita

In seguito si ha una sequenza sull’educazione in cui un professore fa l’amore con sua moglie in classe davanti agli studenti come ora di educazione sessuale e rimprovera chi si distrae. Anche qui l’assurdo è ricercato di proposito, ma non è suo malgrado una efficace immagine proprio di quel libertinismo di cui sopra, che è arrivato a dominare la cultura? Non sono questi maestri i nuovi farisei, che Gesù superava in sapienza già a 12 anni? Nel prosieguo vi sono tre sketch sulla guerra che sono sicuramente il punto più debole del film anche dal punto di vista della comicità, e poi c’è l’età adulta, con una cena di una coppia in un ristorante a tema tortura e a seguire i proponenti porta a porta di un trapianto di organi da vivi (o in diretta, giocando sulla ambiguità dell’inglese live). Anche qui, e di nuovo senza che il riferimento sia voluto, non viene spontaneo pensare all’Ultima Cena e il Sacrificio Eucaristico, letteralmente un trapianto del vivo Corpo di Cristo in noi vivi, officiato “in diretta” dal celebrante messa in ripetizione del dono di Sè di Gesù per cui si è sottoposto anche alla tortura?

Le età della vita

Il controcanto non sarà allora qualcosa su Giuda? Nella parte dedicata alla vecchiaia, siamo ancora al ristorante, ma non c’è più una coppia, ma un uomo solo grottescamente obeso che continua a mangiare finché non esplode, e non in senso metaforico, ma proprio una reale esplosione. Tutti hanno sempre detto di questa scena, la più famosa di tutto il film, “eh, il capitalismo sfrenato…”, ma sarà sbagliato vederci più in generale l’avidità umana tout court, quella che vende il Figlio di Dio per 30 denari? Infine, ancora una scena conviviale, ma casalinga, in cui i commensali ricevono la visita della Morte in persona, che li porta in Paradiso, cioè nel ristorante dove sedeva la coppia. Io mi stupisco di quanto il discorso torni, perché se la lettura eucaristica di quella scena è corretta i commensali si sono salvati grazie all’Eucarestia, e infatti la Morte li informa che sono morti mangiando del pesce, tradizionale simbolo di Gesù e motivo ricorrente, seppur comicizzato, del film.

La Morte

Per essere chiari, non sto sostenendo che il film targato Monty Python sia un inno al Cattolicesimo. So benissimo che è (volutamente) una pellicola cinica, crapulona, smargiassa e volgare che non appartiene di certo al campionario delle visioni consigliate dal catechista. Quello che voglio dire è che, a mio avviso, come tutte le disgrazie e i tentativi del diavolo di distogliere Giobbe da Dio finivano solo ad majorem Dei gloriam, anche questo film che vorrebbe essere la dimostrazione di quel nonsense che sarebbe la vita, se guardato con gli occhi giusti, finisce per essere invece, suo malgrado, proprio una lode al suo senso.

Monty Python e il senso della vita

Infine, non si può non ricordare la famosa scena di Guida galattica per autostoppisti, il libro di fantascienza demenziale di Douglas Adams, con relativo adattamento cinematografico, quando il super-calcolatore iper-intelligente, dopo milioni di anni di calcoli, produce la risposta che ha scoperto alla domanda “sul senso della vita, l’universo e tutto quanto”, e questa si rivela essere: “42”. In altre parole, anche qui si vede lo scarto tra il generale e il particolare che genera la comicità e, per dirla ancora con Tolkien: “Alla [domanda] più ampia non vi è risposta, dal momento che richiede una perfetta conoscenza di Dio, cosa irraggiungibile. Se ci chiediamo perché Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, invero non vi è nient’altro che si possa dire se non ribadire che effettivamente lo ha fatto”.

Il supercalcolatore di Guida galattica per autostoppisti
ribadisce che la risposta alla domanda sul senso di tutto è 42

Ma, del fatto che Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, persino con tutti i mali e tutte le sofferenze della nostra vita e dei nostri tempi e di ogni vita e di ogni tempo, come non rallegrarsene, per tutto quello che c’è di buono a questo mondo, e per tutte le gioie che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere? Converrà allora davvero, come dice Tolkien, che ci uniamo al coro di tutte le creature viventi e cantiamo: “LODATE IL SIGNORE… tutte le montagne e le colline, tutti i frutteti e le foreste, tutte le cose che strisciano e gli uccelli che hanno le ali”.

Nel nostro mondo caduto vi è ancora tanta bellezza

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