Da Frazer ai grandi autori del Fantasy: Roghi sacrificali, propiziatori, funerari in Tolkien, Stephen King, G.R.R. Martin e George Lucas

“If you love me, then love me” – Susan Delgado

Premessa

Scopo della presente trattazione è evidenziare i nessi strutturali esistenti tra le modalità di presentazione dei roghi sacrificali, propiziatori e funerari in quattro preminenti autori letterari o cinematografici del genere fantasy e la soggiacente teoria frazeriana. Si studierà in primo luogo il rogo autoinflitto di Denethor ne Il Signore degli Anelli, poi il sacrificio di Susan Delgado ne La sfera del buio di Stephen King, mentre una terza sezione sarà dedicata alle pire di Daenerys e Shireen ne Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, e una quarta alle cremazioni jedi nella saga di film di Star Wars. Ad ogni caso sarà sovrapposta l’analisi che rintracci le modalità accertate della conoscenza di Frazer da parte dell’autore, ma nel caso di Tolkien tale disamina sarà condotta preventivamente in concomitanza con la introduzione al tema della influenza frazeriana sul fantasy in generale.

Introduzione: Frazer, il Fantasy e Tolkien

Nel suo classico volume del 1973 The Literary Impact of The Golden Bough, John B. Vickery affermava che Il Ramo d’oro di James G. Frazer fosse la principale “opera di antropologia e religione comparata che ha plasmato la letteratura inglese e americana contemporanea” (Vickery 1973: 106, t.d.a.). Naturalmente ciò è cosa nota, e, di conseguenza, un ruolo importante deve essere attribuito a Frazer nel continuare a influenzare anche la letteratura successiva al testo di Vickery, fino ai giorni nostri. A seguire l’importanza capitale che Frazer ha avuto nel Modernismo, allora, si può rintracciare un rilievo delle ispirazioni frazeriane affatto indifferente anche nel Postmoderno, e, in accordo o in contrasto che sia con tali filoni letterari (autori e critici diversi discordano in merito), in ogni caso si può dire certamente altrettanto per il genere Fantasy, che da Il Ramo d’oro ha attinto a piene mani. Non a caso Brian Stableford parla de “la sua grande importanza nella narrativa fantasy moderna” (2005: 158). Frazer stesso, d’altronde, scrisse un racconto fantastico di ispirazione classica intitolato “The Quest of the Gorgon’s Head” (in Sir Roger de Coverley and Other Literary Pieces, 1920).

Come affermano John Clute e John Grant nella loro Encyclopedia of Fantasy del 1999, in Inghilterra negli anni intorno alla pubblicazione della prima edizione della opus magna di Frazer ci furono diverse opere fantastiche che attinsero al sapere antropologico, come dimostrano il folklorista Andrew Lang (In the Wrong Paradise and Other Stories, 1886) e la sua collaborazione con Henry Rider Haggard (The World’s Desire, 1890), così come il fatto che già nel 1891, ad appena un anno dalla prima comparsa de Il Ramo d’oro, “anche Grant Allen scrisse un’opera fantasy frazeriana, The Great Taboo” (47, t.d.a.), “quasi certamente la prima opera di narrativa a rispondere esplicitamente al libro” (1052). Invece, scritto da Helen Beauclerc, il romanzo “The Mountain and the Tree (1936) contiene una sequenza di apertura ambientata nell’età della pietra e attinge alle teorie frazeriane” (98). Il succitato Henry Rider Haggard è un autore molto influente, ricordato più spesso per il suo Le miniere di Re Salomone, ma “in Treasure of the Lake [1926] Quatermain [il protagonista] viene indotto con l’inganno ad aiutare a insediare un nuovo Re dell’anno in una trama chiaramente derivata dall’opera di Sir James Frazer” (445). Il romanzo di Neil M. Gunn “Sun Circle (1933) prende in prestito da una fantasia frazeriana/accademica per quanto riguarda la sua rappresentazione del rituale e della religione druidici” (Stableford 2005: 187). Edgar Jepson scrive “The Horned Shepherd (1904), un romanzo fantasy studiatamente eretico in cui un avatar del Signore della Foresta (cioè, PAN) deve incontrare il suo destino designato indipendentemente dalle intrusioni di un uomo di chiesa intollerante. Questo libro (…) adatt[a] le idee del Ramo d’oro di Sir James Frazer alla rappresentazione dei culti pagani clandestini della fertilità che sopravvivono entro i confini della cristianità” (Clute e Grant 1999: 519).

Tanto ci basta a indicare due cose. La prima è che il moderno genere fantasy, distinto dalle fantasie romantiche o gotiche come dal genere cavalleresco medievale e dalla mitologia ed epica antica, è stato fortemente influenzato dall’opera frazeriana fin dai suoi prodromi vittoriani ed edwardiani. La seconda consiste invece nell’osservazione del fatto che J.R.R. Tolkien, considerato il padre del fantasy per aver inventato il worldbuilding sistematico e avere dato inizio al filone che poi sarà detto high fantasy, conosceva bene sia Andrew Lang, sia Rider Haggard, il che suggerisce che almeno in questa forma sia venuto a contatto con Frazer. Riguardo a Andrew Lang, Scull e Hammond riportano che “Tolkien aveva copie delle sue traduzioni dell’Odissea (1879, in collaborazione con SH Butcher) e dell’Iliade (1883, in collaborazione con Walter Leaf ed Ernest Myers)” (RG1: 609, t.d.a.), né si esauriva in ciò il suo rapporto con lo studioso che lo aveva preceduto:

Tolkien incontrò Lang per la prima volta nei libri di fiabe e da ragazzo fu particolarmente colpito dalla Storia di Sigurd (adattata dallo stesso Lang dalla traduzione di William Morris di Völsunga Saga) nel Red Fairy Book. Quando fu invitato a tenere l’undicesima Andrew Lang Lecture all’Università di St Andrews (Scozia) scelse di parlare di fiabe: tenne “On Fairy-Stories” a St Andrews l’8 marzo 1939. In quella conferenza si riferisce frequentemente, direttamente e indirettamente ad Andrew Lang. Il suo testo, le note estese e le bozze rivelano uno studio ravvicinato di alcune delle opere di Lang e altro materiale correlato. (RG1: 610, t.d.a.)

Ma non meno documentata è la familiarità di Tolkien con Henry Rider Haggard, come dimostrato ancora una volta da Christina Scull e Wayne Hammond nel loro dettagliato J.R.R. Tolkien Companion and Guide:

Tra le note di Tolkien per Beowulf and the Critics (la versione precedente della sua conferenza Beowulf: The Monsters and the Critics) c’è: “Eric BrightEyes [sic] (R. Haggard) è buono come la maggior parte delle saghe e altrettanto eroico” (Michael D.C. Drout, Beowulf and the Critics (2011), p. 442). Roger Lancelyn Green ha ricordato che Tolkien, come C.S. Lewis e lo stesso Green, classificarono Haggard “molto in alto” (“Recollections”, Amon Hen 44 (maggio 1980), p. 8). In un’intervista con Henry Resnik, Tolkien disse che da ragazzo [il romanzo di Haggard] Lei lo interessava “più di ogni altra cosa – come il frammento greco di Amynatas [cioè Amenartas], che era il tipo di macchina con cui tutto si muoveva» («An Interview with Tolkien», Niekas 18 (Primavera 1967), p. 40). Evidentemente lesse anche Le miniere di re Salomone, poiché lo riteneva un libro adatto da acquistare a Parigi nell’agosto del 1913 per occupare le menti dei ragazzi messicani affidati alle sue cure. Sia Lei che Le miniere di re Salomone e i loro sequel sono stati esaminati dai commentatori di Tolkien come fonti di possibili influenze sulle sue opere. (RG1: 475, t.d.a.)

E Lang e Haggard non sono nemmeno, come era facile attendersi, le uniche fonti a cui Tolkien può avere attinto per essere spinto a leggere Frazer: varrà la pena menzionare almeno l’ispirazione frazeriana (Stableford 2005: 282) della scrittrice ammiratrice di Tolkien e sua corrispondente, Naomi Mitchison (RG1: 790), le ripetute citazioni de Il Ramo d’oro ad opera del filosofo R.G. Collingwood, con cui Tolkien collaborò da filologo in una ricerca archeologica (RG1: ), nonché il fatto che facessero riferimento a Frazer molti tra i primi studiosi (E.K. Chambers, Jessie Weston, ecc.) del poema medioinglese Sir Gawain and the Green Knight, di cui Tolkien curò con E.V. Gordon la principale edizione critica, lo tradusse in inglese moderno, lo insegnò in università per 40 anni e gli dedicò un’altra sua celebre conferenza, in onore di W.P. Ker, nel 1953. In effetti, la nuova edizione aggiornata dell’elenco annotato dei libri certificati esser letti da Tolkien, Tolkien’s Library: An Annotated Checklist, di Oronzo Cilli, includerà l’Editio Minor di Frazer, mi assicura l’autore.

In effetti, già nel 1990 Iwan Rhys Morus su Mallorn, la rivista della Tolkien Society, aveva dato per assodato che Tolkien conoscesse Frazer e che lo reinterpretasse a suo modo:

Folkloristi come Lang o Frazer, nonostante eventuali differenze specifiche nel loro lavoro, avevano in comune l’affermazione che l’elemento cruciale nei racconti e nei costumi popolari fosse la loro somiglianza essenziale che indicava la loro fonte comune in un passato selvaggio. Tolkien tuttavia non era d’accordo. A suo parere la ricorrenza nei diversi racconti dello “stesso” motivo folcloristico era sostanzialmente irrilevante. Per lui l’elemento cruciale della mitologia divenne invece la sua pura diversità, [o, come dice in On Fairy-Stories,] “sono proprio i colori, l’atmosfera, i singoli dettagli inclassificabili di una storia, e soprattutto il significato generale che dà vita alle ossa non sezionate della trama, a essere le cose che contano davvero.” (Morus 1990: 8)

Si deve osservare che Tolkien non ribatte sulle conclusioni che Frazer trae: la sua è una petizione di principio e di metodo, importanti sono le differenze e non le somiglianze. Eppure, in parte per via di posizioni differenti, in parte per gusto e sensibilità, sicuramente Tolkien discordava con Frazer in maniera sostanziale per via di un motivo in particolare ben preciso: le teorie di Frazer correvano il rischio di offrire spazio a un riduzionismo ateo che cozzava fortemente con la viva fede cattolica di Tolkien. Così Tolkien, per dirla in un certo modo, “ribalta il tavolo”. Nella spiegazione di Morus, ancora in riferimento al testo (redatto in seguito) della conferenza Andrew Lang del 1939 a St Andrews:

Il mito cristiano di Cristo come Dio morente era vero per Tolkien in un senso ancora più forte. Non ha negato che i vangeli contengano ciò che è essenzialmente una fiaba, anzi lo ha affermato e ha affermato che di conseguenza veicolano tutti i significati linguistici simbolici insiti nella mitologia. Il mito di Cristo era però più di un semplice mito: era un mito scritto da Dio ed era quindi anche storia. La storia di Cristo era infatti solo un’altra variante degli antichi miti del Dio morente. sebbene poiché i miti dovevano essere considerati come creazioni individuali, non era lo “stesso” mito. Il punto cruciale del mito cristiano era che si trattava di un mito realmente accaduto in un momento e in un luogo specifico della storia. (Morus 1990: 8)

Sono le differenze tra le storie a offrire la chiave della loro lettura: da nessuna parte, in nessun tempo la storia del Dio Morente ha avuto coordinate ben precise se non nel caso di Gesù, e quindi la sua storia deve essere l’unico vero caso di sacrificio del re a cui segue letteralmente la sua resurrezione, mentre tutte le altre varianti sono semplici racconti e messinscene in cui nessuno è mai tornato davvero indietro dalla tomba. Da ciò, però, ne segue che ogni parola umana è mito e ogni gesto è scena: siamo perciò liberi, senza ingannare nessuno, di inventare ogni storia e sceneggiare ogni atto. É la prima volta che la fantasia trova la sua piena, quasi incondizionata legittimazione. Significa molto, e, tra le altre cose, significa l’istituzione del genere letterario detto appunto fantasy, che nel senso appena spiegato è figlio diretto del Vangelo, ma indirettamente deriva da Il Ramo d’oro, dal desiderio di Tolkien di rispondere a Frazer, e quindi resta sospeso non solo, come voleva Todorov per il fantastico, tra meraviglioso e perturbante, ma anche tra religione e scienza, tra la valorizzazione del particolare e la ricerca dell’universale.

Si dispone così di una chiave di lettura che permetterà di inquadrare diverse istanze di rogo sacrificale, propiziatorio e funerario nella letteratura e nel cinema fantasy, a cominciare proprio da Tolkien.

La pira di Denethor: il rogo sacrificale in Tolkien

Durante l’assedio di Minas Tirith, la città governata dal Sovrintendente Denethor, questi a un tratto dispera della vittoria e, avendo perso il primogenito ed essendo il secondogenito Faramir moribondo, decide di porre fine alla vita del figlio e alla propria come follemente ritiene onorevole. Lo Hobbit Pipino, venutolo a sapere, corre a informare lo Stregone Gandalf:

“Denethor è andato alle tombe”, disse Pipino, “e ha preso Faramir, e dice che dobbiamo bruciare tutti, e non aspetterà, e devono fare una pira e bruciarlo su di essa, e anche Faramir. E ha mandato uomini a prendere legna e olio”. (ISdA V, vii, t.d.a.)

Arrivati alle tombe degli antichi Re e Sovrintendenti di Minas Tirith, in una camera funeraria Gandalf e Pipino testimoniano la raccapricciante scena che si prospetta loro innanzi: “lì trovarono Faramir, che ancora sognava per la febbre, sdraiato sul tavolo. Sotto di esso vi era accatastata la legna, e tutta intorno ad esso, e tutto era intriso d’olio, perfino le vesti di Faramir e le coperte; ma fino a quel momento non era stato appiccato fuoco al combustibile”.

Disarmato Denethor, Gandalf riesce a portare via Faramir dalla follia paterna, ma questi incalza:

«Non si sveglierà più» disse Denethor. “La battaglia è vana. Perché dovremmo desiderare di vivere più a lungo? Perché non dovremmo andare alla morte fianco a fianco?”
“Non ti è data autorità, Sovrintendente di Gondor, di ordinare l’ora della tua morte”, rispose Gandalf. “E solo i re pagani, sotto il dominio del Potere Oscuro, fecero così, uccidendosi per orgoglio e disperazione, assassinando i loro simili per alleviare la propria morte.”

É notevole che i re del lontano passato a cui si riferisce Gandalf, precedenti la fondazione di Minas Tirith, siano gli stessi a cui voleva rifarsi proprio Denethor stesso, che davanti a Pipino aveva dichiarato:

“Perché? Perché gli sciocchi volano?” disse Denethor. “Meglio bruciare prima che tardi, perché bruciare dobbiamo. Torna al tuo falò! E io? Andrò ora alla mia pira. Alla mia pira! Nessuna tomba per Denethor e Faramir. Nessuna tomba! Nessun lungo lento sonno di morte imbalsamato. Noi bruceremo come i re pagani prima che nave approdasse mai dall’Occidente. L’Occidente ha fallito. Torna indietro e brucia!” (ISdA V, iv)

Tali re vengono due volte chiamati “pagani” (originale heathen). Cosa significa tale termine nella Terra di Mezzo, un luogo (o un’epoca) che non conosce la Rivelazione Cristiana? Tom Shippey lo interpreta alla luce dei tragici eventi concomitanti di Hiroshima e Nagasaki:

Quasi nel suo ultimo discorso [Denethor] dichiara:
‘[Se potessi scegliere,] vorrei le cose come erano in tutti i giorni della mia vita … e nei lunghi giorni dei miei padri prima di me … Ma se il destino me lo nega, allora non avrò niente: né la vita diminuita, né l’amore dimezzato, né l’onore diminuito.’ (III, 130)
‘Non avrò niente’ è un’espressione particolarmente inquietante. Mentre Il Signore degli Anelli stava volgendo al termine della sua gestazione, per la prima volta è diventato possibile per i leader politici dire che volevano il nulla e realizzarlo. Denethor chiaramente non si sottometterà al Nemico, come ha fatto Saruman, ma alla fine non gli importa nulla dei suoi sudditi, mentre il suo amore anche per i suoi figli li porterebbe a morte entrambi con lui. “L’Occidente ha fallito”, dice. «Tutto avvamperà in un grande fuoco e tutto sarà finito! Cenere! Cenere e fumo spazzati via dal vento!’ Non dice ‘fuoco nucleare’, ma il pensiero si adatta. Denethor rompe il proprio personale d’ufficio come Saruman non fa. Mescola un eccesso di temperamento eroico – l’antico spirito Ragnarok, si potrebbe dire, che Tolkien con significativo anacronismo chiama due volte “pagano” – con una meschina preoccupazione per la propria sovranità e i propri confini: una combinazione che insolitamente e in questo particolare caso non ha alcun senso prima del 1945 e dell’invenzione del “grande deterrente”. (Road 155, t.d.a.)

Anche in precedenza, Shippey aveva posto in contrasto Denethor con la saggezza: “i personaggi saggi de Il Signore degli Anelli sono spesso senza speranza e vicini alla disperazione, ma non soccombono. Questo è lasciato a Denethor, che non combatterà fino all’ultimo, ma si rivolgerà come un pagano al suicidio e al sacrificio dei suoi consanguinei” (142). Sicuramente non si può accusare Shippey di superficialità su questo punto, avendo dedicato diversi momenti di riflessione a tale passaggio, nonché una nota:

“Pagano” ovviamente è una parola usata normalmente solo dai cristiani e quindi fuori luogo nella Terra di Mezzo. Nell’Appendice (c) alla sua conferenza all’Accademia Britannica, Tolkien aveva osservato l’unico luogo in cui il poeta di Beowulf usò questa parola nel senso di uomini, ritenendola un errore o un’interpolazione. Negli anni ’50 potrebbe aver cambiato idea, accettando elementi cristiani e antieroici più forti in Beowulf, Maldon e nella sua stessa narrativa. (316)

Tuttavia, mi pare che a Shippey sfugga piuttosto l’ascendenza frazeriana della consapevolezza dell’usanza. Infatti, nel Capitolo XXIV de Il Ramo d’oro, intitolato “L’uccisione del Re divino”, Frazer riporta un’usanza che ricorda molto da vicino le tradizioni della antica Terra di Mezzo a cui fanno riferimento Gandalf e Denethor:

Gli antichi Prussiani riconoscevano come loro supremo signore un re che li governava nel nome degli dei ed era conosciuto come «bocca di Dio». Quando si sentiva debole e malato, se desiderava lasciare una buona fama di sé, montava su un gran mucchio di rovi e paglia e faceva un lungo sermone al popolo esortandolo a servire gli dei e promettendogli di andare dagli dei e parlar loro in favore del popolo. Poi prendeva un tizzone del fuoco perpetuo che ardeva di fronte alla santa quercia e accendendo con esso la catasta si bruciava vivo. (Frazer 2016: XXIV, ii)

L’usanza di ardere i parenti del morto con lui è anch’essa germanica e risale al mito di Baldr, come Frazer racconta nel Capitolo LXI: “Allora presero il corpo di Baldr e lo misero sopra un rogo funebre sulla sua nave; e quando la sua sposa Nanna lo vide, le si spezzò il cuore dal dolore e cadde morta: così venne messa anche lei sopra la pira funebre del marito nella nave e fu acceso il fuoco. Anche il cavallo di Baldr con tutti i suoi arredi fu bruciato sul rogo” (LXI). Così, secondo quanto si trova nella Editio Maior, fonti Tacito e Plutarco: “Quando Ottone si suicidò dopo la battaglia di Bedriaco, alcuni dei suoi soldati si uccisero alla sua pira, e il loro esempio fu in seguito seguito da molti dei loro compagni negli eserciti che avevano marciato con Ottone per incontrare Vitellio; il loro motivo non era il timore del conquistatore, ma puramente lealtà e devozione al loro imperatore” (Frazer 1920: 140-141, t.d.a.).

Anche qui dunque si può vedere come Tolkien voglia rispondere a Frazer: il sacrificio umano non è cristiano, per quanto storicamente lo sia stata la pena di morte, magari condannabile anch’essa. Non vi è dubbio però che nella nozione di uccidere qualcuno o persino sé stessi come mero tributo a una tradizione e a delle usanze Tolkien riscontrasse un’immoralità più grande e persino mostruosa che ha voluto esplicitamente distanziare dal Cristianesimo in opposizione a Frazer, esemplificandola nel rogo di Denethor, che alla fine, anche senza Faramir, si dà fuoco ugualmente, preda di una disperazione immotivata proprio nel momento in cui la battaglia volge alla vittoria:

Prima che Gandalf potesse ostacolarlo, infilò il tizzone nell’olio, che subito crepitò e ruggì in fiamme.
Allora Denethor saltò sulla tavola e, stando lì, avvolto nel fuoco e nel fumo, prese il bastone del suo ministero che giaceva ai suoi piedi e lo spezzò sul ginocchio. Gettando i pezzi nel fuoco, si inchinò e si sdraiò sul tavolo, stringendo il palantír con entrambe le mani sul petto. E si diceva che da allora in poi, se un uomo guardava in quella Pietra, a meno che non avesse una grande forza di volontà per volgerla ad altro scopo, vedeva solo due mani anziane appassire in fiamme.
Gandalf, addolorato e inorridito, voltò il viso dall’altra parte e chiuse la porta. Per un po’ rimase pensieroso, in silenzio sulla soglia, mentre quelli di fuori udivano il ruggito avido del fuoco dentro. E allora Denethor lanciò un gran grido, e poi non parlò più, né fu mai più visto da uomini mortali.
“Così trapassa Denethor, figlio di Ecthelion”, disse Gandalf (ISdA V, vii, t.d.a.)

Che Tolkien abbia in mente specificamente Frazer lo si capisce anche meglio dal fatto che ancora l’Editio Maior paragona i martiri cristiani al suicidio per combustione orientale, che si può osservare come rassomigli molto da vicino alla fine di Denethor proprio nella forma descritta da Frazer nel volume The Dying God:

I monaci buddisti in Cina a volte cercano di raggiungere il Nirvana con lo stesso metodo [darsi fuoco], la fiamma del loro zelo religioso è alimentata dalla convinzione che il merito della loro morte risplenda al bene dell’intera comunità, mentre le lodi che vengono riversate su di loro nelle loro vite umane, e la prospettiva degli onori e del culto che li attendono dopo la morte, servono come ulteriori incentivi al suicidio. Le belle montagne di Tien-tai, nel distretto di Tai-chow, sono, o furono fino a poco tempo fa, teatro di molti di tali volontari martiri. Le vittime sono monaci che, stanchi delle vanità della terra, si sono ritirati anche dai loro monasteri e hanno trascorso anni soli nell’uno o nell’altro degli eremi che sono disseminati tra gli anfratti e i precipizi di questa regione selvaggia e appartata. Una volta che la loro fantasia è stata forgiata e la loro risoluzione tesa al tono necessario da una vita di solitudine e meditativa contemplazione, annunciano la loro intenzione e fissano il giorno della loro partenza da questo mondo di ombre, scegliendo sempre a tale scopo una festa che attiri una folla di fedeli e pellegrini in uno dei tanti monasteri del comprensorio. Annunci dell’imminente solennità sono affissi in tutto il paese e i credenti sono invitati a partecipare e assistere i martiri con le loro preghiere. Si dice che da tre a cinque monaci si impegnino così ogni anno a Tien-tau nelle fiamme. Si preparano con il digiuno e l’abluzione per l’ultima prova ardente della loro fede. Una cassa verticale contenente un sedile è posta in una fornace di mattoni e lo spazio tra la cassa e le pareti della fornace è riempito di combustibile. Il condannato prende posto nel centro; la porta gli è chiusa e sbarrata; il fuoco si applica ai combustibili e consuma il candidato al cielo. (Frazer 1920: 42-43, t.d.a.)

Il Cattolicesimo di Tolkien in particolare crede che la vita umana abbia infinito valore davanti a Dio e non debba essere gettata in questo modo, per cui è significativo il disappunto di Gandalf e il suo ultimo, amareggiato “Così trapassa Denethor, figlio di Ecthelion”. Nel film la sequenza è stata trasformata in un’impossibile corsa di Denethor in fiamme attraverso l’intera città prima di gettarsi al livello inferiore e finire così, il che è di grande impatto scenico ma di scarsa credibilità, e inoltre perde il richiamo buddhista frazeriano, pur mantenendo il riferimento ai “re pagani”. Una nota aggiuntiva può essere il fatto che i Nani dopo la battaglia di Azanubilzar “costruirono molte pire e bruciarono tutti i corpi dei loro parenti” (ISdA, App. A), ma non sappiamo quale valore ciò abbia.

In conclusione, l’interpretazione tolkieniana del rogo sacrificale e funerario tende verso l’aspetto religioso piuttosto che scientifico, e propende per valorizzare il caso particolare anziché la norma. Il sacrificio di Denethor è detto due volte pagano e segue l’esempio di antiche usanze prese come universali o applicabili completamente a sproposito. In questo è evidente, in maniera coerente con la teoria tolkieniana, sia il riferimento a Frazer sia la critica.

Frazer e Stephen King

Se Tolkien è il più grande autore fantasy britannico, la palma per gli Stati Uniti deve probabilmente essere assegnata a Stephen King. Autore spesso associato al genere horror per via di successi anche cinematografici come Shining e It, in realtà la sua opera principe per sua stessa ammissione è la saga fantasy western de La Torre Nera. Come scriveva Luca Crovi nel 2012 per Il Giornale:

«È la madre di tutte le mie storie, il grande contenitore della mia opera. Inizia tutto da qui». Così Stephen King ha sempre definito la sua saga «La Torre Nera», composta a partire dal 1982 e che comprende L’ultimo cavaliere, La chiamata dei Tre, Terre desolate, La sfera del buio, I lupi del Calla, La canzone di Susannah, La Torre Nera. (…) Per sua ammissione alla base della storia ci sono alcuni poemi di Robert Browning e Thomas Stearns Eliot ma soprattutto Il Signore degli Anelli di Tolkien e un film come Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone. Quando King aveva diciannove anni, come spiega nell’introduzione a L’ultimo cavaliere, «Il Signore degli Anelli era popolarissimo e, sebbene non fossi riuscito ad andare a Woodstock (che rimpianto), credo di poter dire di essere stato un hippie, almeno a metà. Perlomeno, lo ero abbastanza da aver letto i libri di Tolkien ed essermene innamorato. I romanzi della Torre Nera, come la maggior parte delle saghe fantasy scritte da quelli della mia generazione, sono figli di quei libri».
https://www.ilgiornale.it/news/cultura/mille-e-notte-torre-nera-855759.html

Se la posizione di Tolkien abbiamo visto essere definita in stretto rapporto con quella di Frazer, ne consegue almeno indirettamente che “la maggior parte delle saghe fantasy scritte da quelli della mia [di King] generazione”, oltre a essere figli de Il Signore degli Anelli, sono anche nipoti de Il Ramo d’oro. In effetti abbiamo seguito le fortune di quest’opera nel fantasy fino agli anni ’50 di Tolkien, ma la sua influenza non si ferma lì. Ne sia testimone Poul Anderson con la sua collezione Operation Chaos del 1971, oppure Randall Garrett, autore di “la serie di romanzi Detective/Thriller Fantasy di Lord Darcy, ambientata in un’Inghilterra del mondo alternativo la cui storia divergeva all’epoca di Riccardo I (1157-1199) e dove la magia piuttosto che la scienza è stata imbrigliata e codificata, soggetta a leggi basate su quelle di Sir James Frazer. La serie Darcy comprende Too Many Magicians (1967), Murder and Magic (coll 1979), Lord Darcy Investigates (coll 1981) e “The Spell of War” in Thor’s Hammer (antologia 1979) a cura di Reginald Bretnor (1911-1992)” (Clute e Grant 1999: 519, t.d.a.). Michael Moorcock è ancora più caustico: “Secondo Sir James Frazer, ci si aspetta che un re dell’anno fornisca soddisfazione sessuale a numerose mogli. Alle regine, tuttavia, è ingiunto la castità; L’adulterio di Ginevra è visto come un danno centrale per la Terra. Michael Moorcock fornisce una rielaborazione fantasy revisionista di questo tema in Gloriana, o la regina insoddisfatta (1978), la cui regina eponima sperimenta molto sesso senza gioia prima che lei e la sua terra di Albion siano guarite quando alla fine raggiunge l’orgasmo” (987).

Anche nel caso di Stephen King l’ispirazione è esplicita e addirittura in uno dei suoi primi racconti i protagonisti citano Il Ramo d’oro come testo di demonologia (!). Si tratta della short-story “Il Compressore” (“The Mangler”), inizialmente pubblicata su The Cavalier nel dicembre 1972 e poi inclusa nella raccolta Night Shift del 1978, in Italia titolata A volte ritornano ed edita nel 1981. La trama riguarda una lavatrice posseduta da un demone, e a un certo punto si legge:

Jackson disse: “Ti ho chiesto una volta se pensassi che il compressore potesse essere infestato dai fantasmi. Stavo scherzando solo a metà. Te lo chiederò di nuovo adesso”. “No”, disse Hunton a disagio. “Non essere stupido.” Jackson osservò i vestiti che vorticavano riflessivamente. “Infestato è una brutta parola. Diciamo posseduto. Ci sono quasi tanti incantesimi per attirare i demoni quanti ce ne sono per scacciarli. Il ramo d’oro di Frazier [sic] ne è pieno. La tradizione druidica e azteca ne contiene altre. E ce ne sono anche più antichi, fino in Egitto. Quasi tutti possono essere ridotti a denominatori sorprendentemente comuni. Il più comune, ovviamente, è il sangue di una vergine”. (King 2009: 87-88, t.d.a.)

Inoltre, nella stessa raccolta è incluso il racconto “I figli del grano” (originale “Children of the Corn”, da cui una serie di film horror cult), con evidenti echi frazeriani: “Burt e Vicky stanno viaggiando attraverso il Nebraska diretti in California per una vacanza destinata a salvare il loro matrimonio fallito. Dopo essere stati coinvolti in un incidente in cui hanno investito un ragazzino finito in strada, portano il corpo a Gaitlin, una piccola comunità isolata nelle vicinanze. La storia è incentrata sui loro incontri con gli strani cittadini di Gaitlin e l’entità che chiamano “Colui che cammina dietro le file” (…) [, un] essere malvagio che aiuta il grano a crescere quando vengono offerti sacrifici” (https://stephenking.com/works/short/children-of-the-corn.html, t.d.a.). Chiunque superi i diciannove anni deve essere offerto a questo mostro. Nell’incalzante crescendo di tensione e paura man mano che l’orrenda verità su Gaitlin viene svelata, a un certo punto Vicky viene rapita, e Burt la ritroverà crocifissa e con le orbite svuotate e riempite di grano. Paralizzato dal dolore e dal terrore, l’uomo non potrà opporre gran resistenza ai cultisti e finirà anch’egli ucciso.

Il perturbante inciso nei resoconti di Frazer è brillantemente sfruttato da King per terrorizzare il lettore. Eppure, non è così facile nel suo caso capire se propenda per la religione o la scienza, il particolare o il generale. La Torre Nera non solo presenta il credo cristiano senza aderirvi espressamente (e nemmeno respingendolo), ma esprime una visione ambigua dello stesso progresso tecnologico e scientifico: il protagonista è un pistolero ma questo comporta l’aderenza a un codice cavalleresco, e la famigerata Torre Nera che mantiene in piedi i mondi potrà sia sussistere, sia cadere grazie all’impiego di sofisticati macchinari. In uno storico articolo per CNN intitolato “The Gospel of Stephen King”, John Blake scrisse:

[King] ha già parlato della sua fede in precedenza. Si descrive come un cristiano sul suo sito web e altrove ha affermato di essere cresciuto come un metodista dal “muso duro” a cui è stato insegnato a credere nell’Anticristo. Alcune delle sue influenze letterarie sono autori cristiani. In un’intervista, King ha detto di essere stato plasmato da CS Lewis, autore di “Le cronache di Narnia”, e J.R.R. Tolkien, autore de “Il Signore degli Anelli”. Sia Lewis che Tolkien erano cristiani devoti che hanno stratificato la loro narrativa con temi cristiani. “Ho sempre cercato di contrapporre quella luce bianca e brillante della vera bontà o della divinità contro il male”, ha detto in un’intervista del 1988. “Non sono un predicatore e odio la religione organizzata. Penso che sia una delle radici del vero male che c’è nel mondo. Se smascherassi davvero Satana, probabilmente scopriresti che indossa un colletto rovesciato”. (Blake 2012, https://religion.blogs.cnn.com/2012/06/02/the-gospel-of-stephen-king/, t.d.a.)

Eppure, sempre nello stesso articolo si legge: “”La gente tende a pensare che Stephen King sia antireligioso perché è uno scrittore horror, ma è completamente sbagliato”, dice Zahl, un prete episcopale in pensione che ha scritto della sensibilità religiosa di King per la rivista Christianity Today. “Molti dei suoi libri sono parabole della grazia in azione”” (Blake 2012).

Non resta allora che considerare la tensione interna alle storie di King irrisolta, e dunque vederlo più vicino a Frazer di quanto lo fosse Tolkien, pur essendo quest’ultimo un riferimento costante citato non solo nella introduzione suddetta ma all’interno della stessa serie de La Torre Nera in numerose occasioni.

La pira di Susan Delgado: il rogo propiziatorio in Stephen King

Nel quarto volume de “La Torre Nera”, La sfera del buio (originale Wizard and Glass), Roland Deschain di Gilead, il leggendario pistolero, ultimo erede di Re Arthur Eld che portava Excalibur, finalmente rispetta la promessa a lungo rimandata di raccontare il suo passato ai suoi compagni Eddie Dean, Susannah Holmes e Jake Chambers. Il racconto segue la scoperta di Roland del tradimento di sua madre verso suo padre, il suo sottoporsi di conseguenza in anticipo alla mortale prova dei pistoleri superandola a soli 15 anni, e il suo temporaneo esilio da Gilead da parte del padre per proteggerlo dalla vendetta dell’adultero, un grande mago. Accompagnato dai suoi amici di sempre Cuthbert e Alain, Roland raggiunge la cittadina provinciale di Mejis per effettuare banali sopralluoghi logistici, ma nello svolgerli i tre scoprono una cospirazione volta alla caduta di Gilead e soprattutto Roland vive il grande amore con la giovane Susan Delgado, una ragazza che è però promessa al sindaco Thorin. Quando le cose precipitano e il trio è incolpato surrettiziamente per l’omicidio del sindaco proprio il giorno del Festival delle Messi, le cose precipitano e, nel tentativo di salvare sia Susan sia Gilead, Roland perde il suo amore, restando a guardare impotente in una sfera magica il sacrificio di Susan al raccolto, antica usanza barbarica ripristinata per l’occasione.

Roland si chinò sulla palla pulsante e la luce gli si sparse sulla fronte e le guance come una tintura liquida, affogandogli gli occhi nel suo bagliore. Nell’Iride di Maerlyn la vide: Susan, figlia di mandriano, bella fanciulla alla finestra. La vide in piedi su un carretto nero decorato da simboli dorati, il carretto della vecchia strega. Alle sue spalle cavalcava Reynolds, che teneva la corda del suo cappio. Il carretto era diretto al Cuore Verde nell’andatura lenta di una processione. Hill Street era gremita di persone delle quali il contadino con gli occhi da massacratore di agnelli era stato solo la prima avvisaglia, tutte le persone di Hambry e Mejis che si erano viste privare della loro festa e a cui veniva ora offerta in cambio questa antica macabra attrazione: charyou tree, si mietano le Messi, morte a te, vita al nostro raccolto. Un bisbiglio afono percorse la popolazione come un’onda che cresce, poi cominciò il lancio. Prima i cartocci di mais, poi pomodori marci, infine patate e mele. Un pomo la colpì a una guancia. Susan vacillò, quasi cadde, ritrovò l’equilibrio e allora sollevò il viso gonfio ma ancora splendido come offrendolo alla luna. Guardò diritto davanti a sé. «Charyou tree!» bisbigliava la gente. Roland non la sentiva, ma vedeva le labbra formulare le parole. Riconobbe Ruiz e poi Pettie e Gert Mollins (…) Vide cento persone che aveva conosciuto (molte delle quali gli erano piaciute) durante il suo soggiorno a Mejis. Ora quelle stesse persone scagliavano cartocci di mais e verdure sul suo amore in piedi sul carretto (King 2019: 604-605)

Il lettore ovviamente sapeva già, essendo una storia del passato, che l’amore di Roland e Susan non era stato coronato da un “vissero insieme felici e contenti”, ma di qui a immaginare un simile orrore ci si sarebbe potuti arrivare solo considerando i precedenti di King come il succitato “I figli del grano” e l’episodio di Tull che lo stesso Roland aveva raccontato a un fattore nel primo libro, L’ultimo cavaliere (originale The Gunslinger).

«Orso e lepre e pesce e uccello», mormorò mentre veniva prima abbassata e poi sbattuta contro la piramide di fascine nel posto lasciato libero per lei. Tutta la calca insieme urlò in coro: «Charyou tree! Charyou tree! Charyou tree!» «Orso e lepre e pesce e uccello.» Cercando di ricordare come aveva ballato con lei quella notte. Cercando di ricordare come l’aveva amata sotto i salici. Cercando di ricordare il loro primo incontro notturno sulla strada: Grazie-sai, il nostro è un buon incontro, aveva detto lui e sì, nonostante tutto, nonostante la fine miserevole preparatale dai buoni vicini di casa trasformati dalla luna in mostri assetati di sangue, nonostante il dolore e il tradimento e ciò che ancora l’aspettava, aveva detto il vero: il loro era stato un buon incontro, buono davvero.
«Charyou tree! Charyou tree! Charyou tree!» Vennero le donne a gettare cartocci secchi ai suoi piedi. Alcune di loro la schiaffeggiarono (non importava più, il suo volto tumefatto e pieno di lividi era diventato insensibile) e una, Misha Alvarez, alla cui figlia Susan aveva insegnato a cavalcare, le sputò negli occhi prima di allontanarsi orgogliosa e impettita, ridendo e agitando le mani al cielo. Per un momento vide Coral Thorin, decorata di amuleti, avvicinarsi per scaricarle addosso manciate di cartocci secchi, che scesero fluttuando su di lei in una crepitante doccia aromatica. Poi tornarono sua zia [Cordelia] e Rhea [la strega]. Ciascuna con una torcia. Si fermarono davanti a lei e Susan sentì l’odore del bitume. Rhea alzò la sua torcia alla luna. «CHARYOU TREE!» gridò nella sua vecchia voce arrugginita e la folla rispose: «CHARYOU TREE!» Allora alzò la torcia Cordelia. «SI MIETANO LE MESSI!» «SI MIETANO LE MESSI!» gridò il coro. (606)

Da notare l’ironia macabra di King per cui la vera strega malvagia, Rhea, è colei che appicca il rogo dell’innocente Susan. Viene inoltre sottolineato più volte che non si tratta di folli assassini ma di un assembramento di comuni cittadini, tra cui addirittura la zia di Susan, che sono stati posseduti dal demone della luna e spinti a riesumare le antiche sanguinarie pratiche. Inoltre, ella non accusa Roland, in parte perché lo ama e si affida al ricordo di lui come l’ultima cosa bella che le rimane, ma anche perché si rende conto che nessuno sano di mente può prevedere un simile, imponderabile orrore.

«E ora a te, puttana», cantilenò Rhea. «Ora avrai baci più caldi di quelli che ti abbia mai dato il tuo amore.» «Muori, infedele», sibilò Cordelia. «Vita al raccolto, morte a te.»
Fu lei la prima a gettare la torcia nei cartocci impilati intorno alle gambe di Susan fino a coprirle quasi le ginocchia; poi lanciò Rhea. I cartocci presero fuoco all’istante, abbagliando Susan con una vampata gialla. Si riempì i polmoni di un ultimo respiro di aria fresca, lo riscaldò con il proprio cuore e lo lanciò in un urlo di sfida: «ROLAND, VI AMO!» La folla si ritrasse mormorando, come se a disagio per ciò che aveva fatto ora che era troppo tardi per disfarlo; davanti a loro non c’era un pupazzo di paglia, davanti a loro c’era un’allegra fanciulla che tutti conoscevano, una di loro, che per qualche folle ragione era stata gettata nel falò della Notte delle Messi con le mani verniciate di rosso. Avrebbero potuto salvarla se avessero avuto un istante ancora, e forse qualcuno l’aveva, ma era troppo tardi. La legna secca prese. Presero i suoi calzoni. Prese la camicia. I suoi lunghi capelli biondi si accesero intorno alla sua testa come una corona. «ROLAND, VI AMO!» Alla fine della vita avvertì il calore ma non il dolore. Ebbe il tempo di pensare ai suoi occhi, occhi dell’azzurro chiaro che è il colore del cielo alle prime luci del mattino. Ebbe tempo di pensare a lui sul Drop, in sella a Rusher lanciato ventre a terra, con i capelli neri lisciati sulle tempie e il fazzoletto svolazzante dietro la testa; di vederlo ridere con una facilità e una libertà che non avrebbe più ritrovato nella lunga vita che si sarebbe protratta per molti anni ancora oltre quelli di lei, e fu il suo riso che portò con sé mentre se ne andava, fuggendo dalla luce e dal calore nella soave tenebra consolatrice, invocando e invocando il suo nome, recitando orso e lepre e pesce e uccello. Alla fine nelle sue grida [di Roland che osservava nella sfera] non c’era più niente di articolato, nemmeno quel no che aveva tutto il tempo continuato a ripetere. Ululò come un animale sgozzato, con le mani incollate alla sfera, che batteva come un cuore in fuga. La guardò bruciare. Cuthbert tentò di nuovo di prendergli dalle mani quel malefico oggetto e non ci riuscì. (…) Alain non poté staccare le mani di Roland dalla sfera e allora gli posò le sue sulle guance e lo toccò in quel modo. Ma non c’era niente da toccare, non trovò nulla. La cosa che viaggiò con loro verso Gilead non era Roland, non era nemmeno un fantasma di Roland. Come la luna alla scadenza del suo ciclo, Roland non c’era più. (607-608, 610)

Non solo la maestria di King nel descrivere scene drammatiche è però evidente da tale sequenza, ma il potente richiamo frazeriano. “Morte a te, vita al nostro raccolto” è un’efficacissima sintesi dell’intero Ramo d’oro. Più in particolare, però, è nel Capitolo LXIV che leggiamo: “Poiché spesso si afferma che i fuochi si accendono per bruciare le streghe, siamo naturalmente disposti a credere che tutte le effigi bruciate dalle fiamme in queste occasioni rappresentino delle streghe o degli stregoni e che l’uso di arderli sia semplicemente un sostituto a olocausti reali di esseri umani, poiché secondo il principio della magia omeopatica o imitativa distruggere la sua effigie è pressappoco equivalente a distruggere la strega stessa” (Frazer 2016: LXIV). Si confronti tale passaggio con King: “La folla si ritrasse mormorando, come se a disagio per ciò che aveva fatto ora che era troppo tardi per disfarlo; davanti a loro non c’era un pupazzo di paglia, davanti a loro c’era un’allegra fanciulla che tutti conoscevano, una di loro, che per qualche folle ragione era stata gettata nel falò della Notte delle Messi con le mani verniciate di rosso” (King 2019: 607).

Da un lato dunque vi è l’idea negativa di distruggere la strega, la forza malvagia che rende sterili le messi e in generale l’energia vitale della comunità; dall’altro, vi è l’idea “positiva” di fertilizzare direttamente campi e comunità attraverso il sacrificio, che in questo senso è precisamente una propiziazione. Anche se Susan non è il dio della vegetazione, può essere presa a rappresentarlo semplicemente per via della sua giovane età, che in inglese si dice anche “verde” (ricordiamo di nuovo in tal proposito “I figli del grano”). Così,

quando il dio è quello della vegetazione vi sono ragioni speciali per cui deve morire nel fuoco. La luce e il calore sono necessari allo sviluppo dei vegetali, e, per i princìpi della magia simpatica, sottoponendo il rappresentante personale della vegetazione alla loro influenza, si ottiene una provvista di queste necessità per gli alberi e per i raccolti. In altre parole, bruciando lo spirito della vegetazione in un fuoco che rappresenta il sole, ci si assicura che, almeno per un certo tempo, la vegetazione avrà abbondanza di sole. (Frazer 2016: LXIV)

Un elemento comune ai due episodi tolkieniano e kingiano che si può forse essere notato è la presenza in entrambi di sfere magiche di chiaroveggenza, il palantir di Denethor e l’Iride di Roland (la sfera del titolo). Il loro ruolo è cruciale e fortemente analogo, e può rappresentare una comune presa di distanza da Frazer sul piano particolare/universale. Entrambe le sfere furono create per un buon fine, quello di ampliare la conoscenza, ma entrambe si rivelarono ritorcersi contro chi le utilizzava, per quanto saggio o grande. Denethor vi scorse le soverchianti armate di Sauron e ne fu ingannato nel credere che la disfatta fosse inevitabile, mentre Roland vide la Torre Nera e pensò di dover lasciare indietro Susan per raggiungere il suo destino. Nessuno dei due vide il falso, ma entrambi sbagliarono a interpretare, fuorviati dalle entità malvagie che si erano insediate nelle sfere. Vedere troppo, al di là della propria capacità di lettura, può essere una metafora dell’antropologia comparativa, che secondo Tolkien e King rischia di restare cieca a quei dettagli in cui, si sa, sta il diavolo, come scoprono a loro spese Denethor e Roland. Il primo crede che al suo caso si applichino bene tradizioni morte da lungo tempo, al secondo sfugge proprio che analoghe tradizioni possono essere rievocate. Ma qui in King non c’è riferimento, nemmeno obliquo, al Cristianesimo.

Frazer e George R.R. Martin

George R.R. Martin è l’autore della fortunata serie di romanzi Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, iniziata nel 1996 e tuttora incompiuta, che comprende, dei sette romanzi previsti, i cinque pubblicati A Game of Thrones, A Clash of Kings, A Storm of Swords, A Feast for Crows e A Dance with Dragons. I rimanenti due volumi dovrebbero intitolarsi The Winds of Winter e A Dream of Spring. Esiste anche un prequel, Fire and Blood, pubblicato nel 2018. Dai romanzi è stata tratta la serie Cult HBO Game of Thrones, premiata con numerosi Emmy, e in autunno 2022 è stata lanciata la nuova serie ispirata al prequel.

Martin è un personaggio schivo quanto ad ammettere influenze, ma ha sempre confessato il debito verso Tolkien:

Nella costruzione generale, proprio il capolavoro di Tolkien è stato il mio modello. L’autore inglese inizia da un particolare, da una scena quasi familiare, la festa di compleanno di Bilbo nella Contea, un piccolo angolo dimenticato della Terra-di-mezzo. Da lì, i personaggi si aggiungono lentamente e la scena si allarga sempre più. (…) In seguito, avviene il contrario: da un certo punto, si perdono pezzi.(…) Si ha la sensazione che mentre il gruppo cerca di riunirsi il mondo diventi sempre più grande. L’ottica si allarga sempre più per seguire tutti i differenti percorsi. Il mio schema è stato molto simile. Si inizia a Winterfell e tutti eccetto Daenerys si trovano lì. Anche personaggi che non vi appartengono come Tyrion. Partono tutti insieme e lentamente iniziano a dividersi. In un certo senso la mia saga è più grande del Signore degli Anelli perché i personaggi da seguire sono moltissimi e ci sono molte separazioni. È sempre stato il mio intento, come avviene nel Signore degli Anelli: i protagonisti si separano tutti per poi tornare a riunirsi di nuovo tutti insieme.
(https://www.jrrtolkien.it/2011/11/11/george-r-r-martin-parla-di-j-r-r-tolkien/)

Non c’è dubbio quindi che se non altro anche nel caso di Martin si possa parlare di influenza mediata di Frazer. Ma Martin lo ha letto direttamente? Così la pensa S. Sharland, autore dell’articolo “Bran the Broken: Classical precedents for the figure of Bran Stark in GRR Martin’s A Song of Ice and Fire novels and in the Game of Thrones television series”, pubblicato su Akroterion nel 2019. Con lui Emrah Oztürk, autore dell’articolo “Re-Defining the Villain in A Song of Ice and Fire from the Aspect of Totemism”, pubblicato sulla rivista Religion nel 2020. Il primo, in riferimento al re veggente paralitico Bran, scrive in rapporto a una citazione di Frazer che “è stato a lungo osservato che la regalità spesso coincideva con i poteri magici o le capacità del veggente in un’ampia gamma di primitive società umane” (Sharland 2019: 149, t.d.a.). Il secondo commenta il fatto che nel nord di Westeros, il continente di ambientazione, si venerino gli alberi diga scrivendo: “Il concetto di adorare gli alberi può essere ricondotto a religioni primitive e arcaiche. Sir James George Frazer ha affermato che è uno dei più antichi tipi di culto della storia” (Oztürk 2020: 5, t.d.a.).

Tuttavia, è da un’altra fonte che si ricava un’indicazione più diretta. Martin ha infatti curato l’ambientazione del videogioco fantasy Elden Ring (2022), all’interno del quale il giocatore può trovare un oggetto magico chiamato “The Prince of Death’s Cyst” (la Cisti del Principe della Morte). La descrizione dell’oggetto sul sito IGN, presa dal gioco, dice:

La Cisti del Principe della Morte è uno degli oggetti talismani in Elden Ring che può aumentare le resistenze se indossato. Infatti, deriva dal Principe della Morte, rampollo del ramo d’oro e Primo dei Morti tra gli esseri celesti (https://www.ign.com/wikis/elden-ring/Prince_of_Death’s_Cyst, t.d.a.)

Anche se il titolo di “rampollo del ramo d’oro” è lasciato senza una spiegazione, è molto probabile che sia una voluta citazione di Frazer. Quanto alla religione, Martin dichiarò: “Suppongo di essere un Cattolico non praticante. Mi potresti scambiare per un ateo o un agnostico. Trovo la religione e la spiritualità affascinante. Mi piacerebbe credere che non finisca tutto qui e che ci sia di più al di là, ma non riesco a convincere la mia parte razionale che ciò possa avere un qualsiasi senso” (https://ew.com/article/2011/07/12/george-martin-talks-a-dance-with-dragons/, t.d.a.). Dunque Martin, se ha letto Frazer, propende sicuramente di più verso la scienza, mentre resta da osservare la sua posizione sul particolare e il generale.

Le pire di Daenerys e Shireen: roghi sacrificali e propiziatori in George R.R. Martin

Il primo volume della serie di Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è intitolato A Game of Thrones, ma solo da poco la serie è stata riedita in italiano nel formato originale e il primo volume rititolato Gioco di troni, mentre in precedenza i cinque volumi erano stati divisi in due o tre volumetti ciascuno, con titoli inventati e pessime traduzioni. Nel primo romanzo, una delle narrazioni intrecciate segue la giovane principessa Daenerys del decaduto casato Targaryen, spodestato ai tempi di suo padre Aerys. Ella viene venduta dal fratello Viserys in matrimonio al capo, o Khal, Drogo dell’orda barbarica dei Dothraki in cambio della promessa che invaderanno Westeros e lo reinsedieranno sul Trono di Spade. In realtà questa promessa è continuamente dilazionata, così Viserys minaccia la sorella davanti Drogo e per punizione viene ucciso versandogli oro fuso in testa: “Una corona per un re!” Daenerys intanto aspetta un figlio da Drogo ed è profetizzato che il bambino sarà “lo stallone che monterà il mondo”, ma Drogo muore per una ferita infetta e Daenerys dà vita a un bambino morto. Allora ella sale sulla pira funebre accesa del marito con le tre uova di drago dono di nozze e ne emerge illesa allo spegnersi delle fiamme con tre piccoli draghi. É l’inizio della sua leggenda. E possiamo vedere come anche Martin abbia il dono del pathos:

Ser Jorah stava urlando dietro di lei, ma non aveva più importanza, contava solo il fuoco. Le fiamme erano così belle, le cose più belle che avesse mai visto, ognuna uno stregone vestito di giallo, arancione e scarlatto, che vorticava lunghi mantelli fumosi. Vide leoni di fuoco cremisi e grandi serpenti gialli e unicorni fatti di fiamme azzurre; vide pesci e volpi e mostri, lupi e uccelli luminosi e alberi in fiore, uno più bello dell’altro. Vide un cavallo, un grande stallone grigio coperto di fumo, la sua criniera fluente un’aura di fiamma blu. Sì, amore mio, mio sole e stelle, sì, monta ora, cavalca ora.
La sua veste aveva cominciato a bruciare sotto la cenere, quindi Dany la scrollò di dosso e la lasciò cadere a terra. La pelle dipinta esplose in una fiamma improvvisa mentre lei si avvicinava al fuoco, i suoi seni nudi sotto il fuoco, rivoli di latte che scorrevano dai suoi capezzoli rossi e gonfi. Ora, pensò, ora, e per un istante intravide Khal Drogo davanti a sé, montato sul suo stallone fumoso, una frusta fiammeggiante nella sua mano. Sorrise, e la frusta serpeggiò verso la pira, sibilando. (…)
Sentì le urla di cavalli spaventati, e le voci dei Dothraki levarsi in grida di paura e terrore, e Ser Jorah che la chiamava e imprecava. No, voleva gridargli, no, mio buon cavaliere, non temere per me. Il fuoco è mio. Sono Daenerys Stormborn, figlia di draghi, sposa di draghi, madre di draghi, non vedi? NON VEDI? Con un’eruzione di fiamme e fumo che raggiunse i trenta piedi nel cielo, la pira crollò e cadde intorno a lei. Senza paura, Dany si fece avanti nella tempesta di fuoco, chiamando i suoi figli. (Martin 2002: 672-673, t.d.a.)

Il riferimento agli stregoni e agli alberi in fiore tra le cose che Daenerys vede nelle fiamme sembra anch’esso espressamente frazeriano, dal momento che abbiamo visto come le due finalità concomitanti del rogo umano per Frazer sono l’eliminazione della strega e la fertilizzazione della vegetazione. Anche Daenerys, come Susan, è giovane e atta a rappresentare lo spirito della vegetazione, ma la particolarità qui è che Daenerys sopravvive.

Quando alla fine il fuoco si spense e il terreno divenne abbastanza fresco da poterci camminare sopra, ser Jorah Mormont la trovò in mezzo alla cenere, circondata da tronchi anneriti e pezzi di brace ardente e dalle ossa bruciate di un uomo, di una donna e di uno stallone. Era nuda, ricoperta di fuliggine, i suoi vestiti erano diventati cenere, i suoi bei capelli tutti
arsi via… eppure era illesa.
Il drago crema e oro si allattava al suo seno sinistro, il verde e bronzo a destra. Le sue braccia li tenevano stretti. La bestia nera e scarlatta era appollaiata sulle sue spalle, il lungo collo sinuoso arrotolato sotto il mento. Quando vide Jorah, alzò la testa e lo guardò con occhi rossi come carboni.
Senza parole, il cavaliere cadde in ginocchio. Gli uomini del suo kha si avvicinarono dietro di lui. Jhogo fu il primo a deporre il suo arakh ai suoi piedi. «Sangue del mio sangue» mormorò, spingendo il viso sulla terra fumante. “Sangue del mio sangue”, sentì l’eco di Aggo. «Sangue del mio sangue», gridò Rakharo.
E dopo di loro vennero le sue ancelle, e poi gli altri, tutti i Dothraki, uomini, donne e bambini, e Dany doveva solo guardarli negli occhi per sapere che erano suoi ora, oggi e domani e per sempre, suoi come non lo erano mai stati di Drogo.
Quando Daenerys Targaryen si alzò in piedi, il suo drago nero sibilò, mentre fumo pallido gli fuoriusciva dalla bocca e dalle narici. Gli altri due si staccarono dai suoi seni e aggiunsero le loro voci al richiamo, ali trasparenti che si spiegavano e agitavano l’aria, e per la prima volta in centinaia di anni, la notte si animò con la musica dei draghi. (Martin 2002: 673-674, t.d.a.)

In The Dying God di Frazer leggiamo di un uomo serpente che confessa la sua natura alla moglie: “Egli raccontò la storia meravigliosa e, tuffandosi in uno stagno, scomparve alla vista. La sua povera moglie era inconsolabile per la sua affrettata partenza, e nel mezzo del suo dolore e del suo rimorso nacque suo figlio. Ma invece di rallegrarsi per la nascita, si fece una pira funeraria e morì tra le fiamme. In quel momento apparve sulla scena un brahmano, e vide il bambino abbandonato che giaceva al riparo e custodito da un grande serpente incappucciato. Era il padre serpente che proteggeva suo figlio” (Frazer 1920: 133, t.d.a.). Non possiamo sapere se questa sia la fonte di Martin, ma i parallelismi sono evidenti.

Allo stesso tempo, è da rilevare che, se Martin si inserisce nel solco delle tradizioni germaniche e orientali riscontrate da Frazer in merito al sacrificio dei congiunti sulla pira funebre di un guerriero, un capo o un dio, tuttavia l’esempio di Daenerys presenta una unicità paragonabile alla vicenda cristica, o forse più precisamente dovremmo dire all’episodio di Sadràch, Mesàch e Abdènego nel libro di Daniele:

16 Sadràch, Mesàch e Abdènego risposero al re Nabucodònosor: «Re, 17 sappi che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. 18 Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dei e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto». 19 Allora Nabucodònosor, acceso d’ira e con aspetto minaccioso contro Sadràch, Mesàch e Abdènego, ordinò che si aumentasse il fuoco della fornace sette volte più del solito. 20 Poi, ad alcuni uomini fra i più forti del suo esercito, comandò di legare Sadràch, Mesàch e Abdènego e gettarli nella fornace con il fuoco acceso. (…) 21 Furono infatti legati, vestiti come erano, con i mantelli, calzari, turbanti e tutti i loro abiti e gettati in mezzo alla fornace con il fuoco acceso. (…) 24 Essi passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore. (…) 91 Allora il re Nabucodònosor rimase stupito e alzatosi in fretta si rivolse ai suoi ministri: «Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?». «Certo, o re», risposero. 92 Egli soggiunse: «Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dei». (…) 94 Quindi i satrapi, i prefetti, i governatori e i ministri del re si radunarono e, guardando quegli uomini, videro che sopra i loro corpi il fuoco non aveva avuto nessun potere; che neppure un capello del loro capo era stato bruciato e i loro mantelli non erano stati toccati e neppure l’odore del fuoco era penetrato in essi. 95 Nabucodònosor prese a dire: «Benedetto il Dio di Sadràch, Mesàch e Abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui[».] (…) 97 Da allora il re promosse Sadràch, Mesàch e Abdènego a cariche pubbliche nella provincia di Babilonia. (Daniele 3, 16-21, 24, 91-92, 94-95, 97)

Per giunta, nella versione più estesa de Il Ramo d’oro si trova che “tra gli Eschimesi dello Stretto di Bering è noto che uno sciamano si brucia vivo nell’aspettativa di tornare in vita con poteri molto più forti di quelli che aveva posseduto prima” (Frazer 1920: 43).

Ultima osservazione in merito a Daenerys è che, anche se nel suo caso non si presentano sfere di cristallo, il tema della preveggenza e della profezia è comunque presente tramite la strega Mirri Maaz Dur, che è la donna bruciata col marito e il cavallo sopra menzionata, punita per avere offerto profezie ingannevoli. Il tema ricorre nel mito di Baldr, che una profezia diceva vulnerabile solo al vischio, nel racconto indiano, dove l’uomo serpente aveva saputo che rivelare la sua natura lo avrebbe separato dalla moglie, e in Daniele, quando l’omonimo profeta decifra gli enigmi di Nabucodonosor.

Invece, la serie TV tratta dai romanzi, Game of Thrones, ha inserito un altro rogo, stavolta tragico, che è assente nella versione letteraria: si tratta del sacrificio di Shireen Baratheon, la figlia del pretendente al trono Stannis, officiato dalla strega Melisandre con il consenso di Stannis stesso e persino di fronte alla madre Selyse che approva. Anche nella semplice sceneggiatura, la scena è straziante:

MELlSANDRE: Ascoltaci ora, mio Signore.
SHlREEN: Non puoi farlo!
MELlSANDRE: Per te offriamo questa ragazza…
SHlREEN: Per favore!
MELlSANDRE: …che tu possa purificarla con il tuo fuoco, e che la sua luce ci guidi.
SHlREEN: No, per favore, fammi vedere mio padre.
MELlSANDRE: Se non agiamo, moriremo tutti di fame qui. Tutti noi. Ma se facciamo questo sacrificio… Accetta questo segno della nostra fede, mio Signore, e guidaci dalle tenebre. Signore della Luce, mostraci la via.
SHlREEN: Madre, per favore! -Madre!
STANNIS: Non possiamo.
SELYSE: Non c’è altro modo. Lei ha sangue di re.
SHlREEN: Per favore, non farlo! Per favore non farlo!
MELlSANDRE: Signore della Luce, proteggici.
SHlREEN: Padre, per favore!
MELlSANDRE: Perché la notte è buia e piena di terrori.
SHlREEN: Padre, non farlo! Per favore! Madre, no! Per favore aiuto! Non farlo! Per favore, padre! Madre, aiuto!
SELYSE: No.
SHlREEN: No per favore! Non farlo! Non farlo, per favore, mamma! Per favore, mamma! Aiuto! Madre, aiuto! Per favore, non farlo, mamma! Per favore, mamma! Per favore! No!
(https://subslikescript.com/series/Game_of_Thrones-944947/season-5/episode-9-The_Dance_of_Dragons, t.d.a.)

Ancora una volta, la vittima viene bruciata per purificarla, in questo caso perché malata, e il suo sacrificio serve a sfamare, ovvero ha una funzione fertilizzante, anche metaforicamente. Infine, la vittima designata è proprio lei perché ha sangue di re, che è un componente magico potentissimo sia nella serie che nei libri, ancora una volta conformemente alla teoria frazeriana.

Ne risulta che Martin propende per la scienza e il particolare, quindi è ancora più vicino a Frazer che King, pur mantenendosi anche lui in relazione a Tolkien, forse più a livello narratologico.

Frazer e George Lucas

Come scrive Michael Hartinger per la James Madison University, “Certi franchise di intrattenimento come Harry Potter (1997-2007) di J. K. Rowling o Star Wars (1977-83) di George Lucas non esisterebbero se Tolkien non avesse aperto le porte che hanno reso popolare questa forma di narrazione” (Hartinger 2018: 5, t.d.a.). Se si può credere a DIALOGUE: A Journal of Mormon Thought: “Le influenze su George Lucas di J.R.R. Tolkien sono stati discussi (vedi TIME, 2 gennaio 1978). Sir Alec Guinness, che interpretava il cavaliere Jedi, era ben consapevole della somiglianza di Obi-Wan Kenobi con Gandalf, e recitò la parte di conseguenza. Per quanto riguarda la sua nemesi, Darth Vader, porta esattamente lo stesso titolo, “Dark Lord”, del cattivo invisibile de Il Signore degli Anelli” (Urrutia 1978: 100, t.d.a.). Anche in questo caso, dunque, vi è un influenza indiretta di Frazer su Lucas mediante Tolkien.

Una seconda conferma indiretta della conoscenza lucasiana di Frazer è la familiarità del regista con Joseph Campbell, testimoniata ad esempio da Cass R. Sunstein:

Star Wars offre una versione moderna di un racconto universale: il Viaggio dell’Eroe. Lucas era consapevole di questo, attingendo direttamente dal libro incredibilmente influente di Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, che espone gli eventi centrali della vita che uniscono innumerevoli miti. (Lucas ha descritto Campbell come “il mio Yoda”.) Nei suoi elementi essenziali, il viaggio dell’eroe è la storia di Gesù Cristo, Buddha, Krishna e Maometto, e anche Spider-Man, Superman, Batman, Jessica Jones e Luke Skywalker (e anche Anakin, e anche Rey, e forse Finn e Kylo). (Sunstein 2016: Introduction, t.d.a.)

Nel testo appena citato di Campbell, Frazer è citato 9 volte, per non parlare di altre decine nei quattro volumi di Le maschere di Dio, tanto che Edward James e Farah Mendlesohn tracciano una linea diretta da Frazer a Lucas attraverso Campbell: “In parte grazie agli sviluppi dell’antropologia strutturale (tra cui The Golden Bough (1890–1915) di James Frazer, che rilevava le ripetizioni tra miti diversi), alcuni modelli di eroe e narrativa iniziarono a essere riconosciuti all’interno della narrativa. L’eroe dai mille volti (1949) di Joseph Campbell descrive un monomito che si è dimostrato più visibile (perché ricercato) in Star Wars (1977)” (James e Mendlesohn 2012: 99, t.d.a.). Quanto alla religione, Lucas si esprime in termini più vicini a quelli di Tolkien:

George Lucas in diverse interviste ha spiegato che Star Wars era un progetto di educazione religiosa e che voleva che la Forza nei film ispirasse curiosità sul divino nel suo giovane pubblico (cfr. Davidsen 2016, 381–382). Mentre Lucas in queste interviste non sposa una credenza nella Forza, riconosce che la nozione di Forza è stata ispirata dal cristianesimo, dal buddismo e da altre religioni del mondo reale, ancorando così, se non altro in un senso debole e derivato, il mondo immaginario nel mondo reale (Davidsen 2016: 541)

Eppure, Lucas è il contrario di Tolkien nel propendere per il generale, dunque è più vicino a Frazer di quanto sia il Professore di Oxford, o Stephen King.

Le pire jedi: roghi funerari in Star Wars

Si può concludere dunque osservando come in Star Wars solamente ai nobili cavalieri jedi è riservata la cremazione, un metodo di sepoltura riscontrato in numerose occasioni da Frazer, ad esempio nel Capitolo VIII in Cambogia:

Contrariamente all’uso comune del paese, che consiste nel seppellire i morti, i corpi dei due mistici monarchi sono bruciati, ma le loro unghie e alcuni dei denti e delle ossa sono religiosamente conservati come amuleti. (Frazer 2016: VIII)

Anche se del corpo dei jedi non resta nulla, l’esclusiva pertinenza dell’usanza per i capi è significativa. Così si trova anche in Malabar, dove l’onore è riservato ai re chiamati Samorin, cremati in gran pompa:

Il re di Calicut, sulla costa del Malabar, porta il titolo consuetudinario di Samorin o Samory, che nella lingua nativa significava “Dio in terra”. (…) Era un’antica usanza che i Samorin regnassero solo dodici anni e non più. (…) Prima faceva festa per tutta la sua nobiltà e corte, che erano molto numerosi. Dopo il banchetto salutava i suoi ospiti, saliva sul patibolo e si tagliava molto discretamente la gola davanti agli occhi dell’assemblea, e il suo corpo era, poco dopo, bruciato con grande sfarzo e cerimonia, e i grandi eleggevano un nuovo Samorin. (Frazer 1920: 47-48, t.d.a.)

Una “delega del dovere di morire per il suo Paese” (53) era attribuita dagli antichi sovrani di Java a una famiglia i cui membri ricevevano di conseguenza un “gran funerale” (54) venendo cremati, e “alla cremazione partecipavano gli ufficiali del Sultano, i grandi, le truppe e la gente comune” (53). I jedi non si suicidano, ma l’esclusiva della cremazione permane. In Laos “le spoglie di un capo o altra persona importante vengono cremate.” (97) e “tra gli Angoni dell’Africa Centrale Britannica, (…) il cadavere di un capo viene bruciato” (156, n. 2).

Si dimostra senz’altro probabile, pertanto, che Lucas si sia lasciato ispirare da Frazer proprio in questo aspetto.

Conclusioni

Lo studio dei roghi sacrificali, propiziatori e funerari in Tolkien, King, Martin e Lucas ha permesso di chiarire le loro posizioni rispetto a Frazer su due assi, religione-scienza e particolare-generale. Se Frazer propende per scienza e generale, Tolkien al contrario preferisce religione e particolare, ma Stephen King antepone il particolare ma non sa decidersi su scienza e religione, GRR Martin preferisce la scienza e il particolare e George Lucas sceglie la religione e il generale. Il più vicino al metodo di Frazer è dunque Lucas, ma alle finalità Martin, e l’inquietudine evocata dalla ricerca frazeriana è meglio rievocata da entrambi King e Martin, mentre Tolkien si distanzia volutamente da Frazer e dagli altri tre autori su tutti tali aspetti.

Bibliografia

Clute, John e John Grant (cur.). Encyclopedia of Fantasy. London: Orbit Books, 1999.

Davidsen, Marcus A. “The religious affordance of fiction: a semiotic approach”. Religion, Vol. 46, No. 4 (2016): 521-549.

Frazer, James George. Il Ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione. Torino: Bollati Boringhieri, 2016.

Frazer, James George. The Dying God. London: Macmillan & Co., 1920.

Hartinger, Michael. Of the silmarils and the ring: J. R. R. Tolkien’s fiction and the importance of creation and art. Senior Honors Projects, 2010-current: James Madison University, 2018.

James, Edward e Farah Mendlesohn (cur.). The Cambridge Companion to Fantasy Literature. Cambridge: Cambridge University Press, 2012.

King, Stephen. La sfera del buio. Milano: Pickwick, 2019.

King, Stephen. “The Mangler” in Night Shift. New York: Doubleday, 2009 (1st ed. 1976). Inizialmente pubblicato in The Cavalier, Dicembre 1972.

Martin, George R.R. A Game of Thrones. New York: Bantam, 2002.

Morus, Iwan Rhys. “”Uprooting the Golden Bough”: J.R.R. Tolkien’s Response to Nineteenth Century Folklore and Comparative Mythology”. Mallorn, Vol. 27 (1990): 5-9.

Oztürk, Emrah. “Re-Defining the Villain in A Song of Ice and Fire from the Aspect of Totemism”. Religion, Vol. 11, No. 7 (2020): https://www.mdpi.com/2077-1444/11/7/360

Scull, Christina, and Wayne G. Hammond. The J.R.R. Tolkien Companion and Guide, Vol. 2: Reader’s Guide. London: Harper Collins, 2017.

Sharland, S. “Bran the Broken: Classical precedents for the figure of Bran Stark in GRR Martin’s A Song of Ice and Fire novels and in the Game of Thrones television series”. Akroterion, Vol. 64 (2019): https://akroterion.journals.ac.za/pub/article/view/1010

Shippey, Tom. The Road to Middle-earth: How J.R.R. Tolkien devised a New Mythology. London: Harper Collins, 2003.

Stableford, Brian. The Historical Dictionary of Fantasy Literature. Lanham, MD: Scarecrow Press, 2005.

Sunstein, Cass R. The World According to Star Wars. London: Harper Collins, 2016.

Tolkien, John Ronald Reuel. The Lord of the Rings. London: Harper Collins, 2005.

Urrutia, Benjamin. “The Force that can be explained is not the true Force”. DIALOGUE: A Journal of Mormon Thought, Vol. 11, No. 3 (Autunno 1978): 100-101.

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Sitografia

Blake, John. “The Gospel of Stephen King”, CNN, 2012:

https://religion.blogs.cnn.com/2012/06/02/the-gospel-of-stephen-king/

Crovi, Luca. “Le mille e una notte della Torre Nera”, Il Giornale, 2012:

https://www.ilgiornale.it/news/cultura/mille-e-notte-torre-nera-855759.html

Game of Thrones (HBO), Season 5, Episode 9 screenplay:

https://subslikescript.com/series/Game_of_Thrones-944947/season-5/episode-9-The_Dance_of_Dragons

IGN, Descrizione oggetto “Prince of Death’s Cyst”, videogioco Elden Ring, 2022:

https://www.ign.com/wikis/elden-ring/Prince_of_Death’s_Cyst

Intervista a George R.R. Martin, 12 luglio 2011:

https://ew.com/article/2011/07/12/george-martin-talks-a-dance-with-dragons/

Intervista a George R.R. Martin, 11 novembre 2011:

George R.R. Martin parla di J.R.R. Tolkien

Stephen King, Children of the Corn:

https://stephenking.com/works/short/children-of-the-corn.html

4 pensieri riguardo “Da Frazer ai grandi autori del Fantasy: Roghi sacrificali, propiziatori, funerari in Tolkien, Stephen King, G.R.R. Martin e George Lucas

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