Tolkien, Douglas Adams e Monty Python e il senso della vita

Il senso della vita spesso risiede nelle cose semplici

La domanda sul senso della vita, anche formulata come: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” è una delle più antiche della filosofia, e forse dell’uomo in generale, ancora prima che esistesse l’idea di filosofia. Se poco possiamo sapere delle ere antidiluviane di cui forse ci resta giusto qualche graffito e delle ipotesi, di certo gli antichi Egizi vedevano l’esistenza come una semplice preparazione e prefigurazione della vita nell’aldilà, una concezione che si riscontra anche in molti altri popoli pagani anche in altre epoche e zone del globo, dai Vichinghi ai Precolombiani. Se questa idea può sembrare privare di valore la vita terrena, “anticamera della vita” direbbe qualcuno, ciò non sempre è vero: ad esempio, per i Zoroastriani già su questa terra siamo chiamati a fare la nostra parte nella guerra cosmica tra il dio della luce, Ahura Mazda, e il dio delle tenebre, Angra Mainyu. Avendo citato i Vichinghi, ricordiamo che anche per loro la vita era uno scontro tra le potenze luminose di Asgard, capeggiate da Odin, e le potenze oscure, comprendenti giganti, lupi, draghi, e così via.

Una sintesi alquanto imprecisa del senso della vita nelle diverse scuole di pensiero

Tra i primi filosofi, poi, se Socrate rimaneva nel vago identificando il senso della vita con la stessa ricerca, potenzialmente infinita, della verità, il suo allievo Platone era più definitorio e, se da un lato individuava lo scopo ultimo dell’uomo nel ritorno al suo mitico reame delle idee al di là del cielo, dall’altro affermava anche che sapere di questa meta ultima non doveva estraniare dal mondo, ma al contrario portare gli uomini a farsi “collaboratori degli dei” vivendo bene le loro vite e amministrando le città con giustizia. Da ciò derivava poi la posizione dell’allievo di Platone, Aristotele, che sosteneva che l’uomo dovesse puntare soprattutto a un’esistenza priva di affanni e problemi materiali, così da potersi dedicare alla filosofia, la cui realizzazione ultima è una sorta di temporanea estasi divina, da cui comunque si deve sempre fare ritorno alla realtà concreta. Quanto a ciò che accada dopo la morte, si mantiene sul vago, anche se sostiene che l’anima umana sia immortale e quindi doveva sicuramente ammettere una qualche forma di esistenza ultraterrena o reincarnazione.

Socrate, Platone e Aristotele

La reincarnazione è un concetto che si ritrova per primo in India all’interno di una visione per cui lo scopo della vita è proprio invece la liberazione dal ciclo potenzialmente infinito di morti e rinascite, anche in altre forme di vita, inferiori o superiori, per approdare a una infinita beatitudine. Una qualche influenza di tali dottrine induiste e buddiste sulla filosofia greca è innegabile, specie in epoca tarda, quando le conquiste di Alessandro Magno misero direttamente in contatto Grecia e India, ma la filosofia post-aristotelica è meno ambiziosa dei suoi illustri precedenti e si limita a suggerire come vivere una vita felice o almeno a sopportare le sfortune, senza grandi obiettivi ultramondani. In questo quadro di decadenza si affermerà la nuova religione cristiana.

La novità più grande della predicazione di Gesù è proprio, per dirla con C.S. Lewis, che essa non è un invito alla rassegnazione, al ridimensionamento delle pretese, ad accontentarsi: non chiede all’uomo di desiderare di meno, ma di più. Se vi sono delle rinunce e dei sacrifici da fare o dei rischi da assumersi, questi non sono in vista di qualche annacquata tranquillità o moderata assenza di turbamento, ma temporanee privazioni per ottenere la completa, eterna felicità in cui si realizzano tutti i nostri desideri. Si tratta di una svolta radicale, che lo vogliamo o meno: qualcuno nella nostra realtà storica è arrivato a prometterci come vero quello che nemmeno le nostre fiabe più audaci avevano osato ipotizzare nella finzione.

CS Lewis a proposito della esperienza che chiama “Gioia”

Occorreranno più di 1500 anni prima che qualcuno nell’Occidente osi ritornare sull’argomento, e, visto che più in alto di così non si può andare, inevitabilmente i nuovi filosofi della modernità costituiranno un ripiegamento, un inizialmente timido (con Cartesio e Pascal): “Ok, Gesù ci ha promesso questo, ma siamo proprio sicuri che possiamo crederci?” Questi primi (ri-)dubitatori si affrettavano naturalmente a rispondersi: “Ma certo che dobbiamo crederci, anche perché cosa abbiamo da perderci?” Gli Illuministi francesi però riprenderanno il discorso per rispondere negativamente, perché, fondamentalmente, “Abbiamo da perderci una vita dedicata ai piaceri del libertinaggio”. Questa diventerà la posizione che assumerà il ruolo dominante nel corso dei secoli, attraverso Kant, che pretende di aver stabilito che non possiamo sapere se Dio esiste “perché non lo possiamo sapere e basta”, ma tenta con un improbabile equilibrismo di fondare comunque su sé stessa una morale assoluta (tentativo evidentemente fallimentare); poi con Marx, Nietzsche, in letteratura les Décadents e il Wilde del Ritratto, Freud, Huxley, Marcuse, il ’68, Foucault, fino al gender odierno.

I cosiddetti “maestri del sospetto”:
Sigmund Freud, Friedrich Nietzsche e Karl Marx

Ecco perché le eccezioni, anche se in questo caso non possono fare la regola, sicuramente sono più interessanti. Vediamo quindi come risponde alla domanda il Professor Tolkien:

A Camilla Unwin

[Alla figlia di Rayner Unwin, Camilla, era stato detto, come parte di un ‘progetto’ scolastico, di scrivere e domandare: ‘Qual è il senso della vita?’]

20 maggio 1969 [19 Lakeside Road, Branksome Park, Poole]

Cara Signorina Unwin,

mi dispiace di aver tardato con questa mia replica. Spero che essa ti arrivi per tempo. Che domanda spropositata! Non penso che le ‘opinioni’, di chiunque siano, servano a molto senza una qualche spiegazione di come si è arrivati a sostenerle; ma al presente riguardo non è facile rimanere succinti.
Cosa significa davvero questa domanda? Sia ‘senso’ sia ‘vita’ sono concetti che hanno bisogno di essere definiti. Ci troviamo davanti a una domanda puramente umana e morale, o si riferisce all’universo? Può significare: Come faccio a impiegare al meglio la vita che mi è stata data? OPPURE: Quale scopo/disegno concorrono a realizzare gli esseri viventi con le loro vite? La prima domanda, però, può trovare una qualche risposta (sempre che ce ne siano) solo dopo aver considerato la seconda.
Penso che le questioni sullo ‘scopo’ abbiano senso soltanto se si riferiscono a obiettivi e propositi deliberati degli esseri umani, oppure all’impiego degli oggetti da loro progettati e prodotti. Quanto alle ‘altre cose’, il loro valore risiede in esse stesse: ESISTONO, ci sarebbero anche se noi non ci fossimo. Eppure, dal momento che di fatto esistiamo, una delle loro funzioni è di essere contemplate da noi. Se risaliamo la scala degli esseri fino alle ‘altre creature viventi’, ad esempio una qualche pianticella, osserviamo una struttura e un’organizzazione: uno ‘schema’ riconoscibile (seppure con delle varianti) all’interno della stessa specie e della sua prole; il che è molto interessante, perché tali cose sono ‘altre’ e non fatte da noi, e sembrano derivare da uno zampillo creativo infinitamente più ricco del nostro.
La curiosità umana presto arriva a porsi la domanda COME: in che modo questa cosa è venuta a essere? E, dal momento che uno ‘schema’ riconoscibile suggerisce un disegno, si arriva a PERCHÉ? Ma PERCHÉ in questo senso, che implica ragioni e motivazioni, può solamente riferirsi a una MENTE. Solo una Mente può avere scopi in un qualsiasi modo o grado paragonabile ai propositi umani. Quindi, immediatamente ogni domanda del tipo: ‘Perché la vita, l’insieme degli esseri viventi, è comparsa nell’universo fisico?’ conduce alla Domanda: C’è un Dio, un Creatore-Architetto, una Mente cui le nostre menti sono affini (essendoNe derivate), di modo che Essa ci è in parte conoscibile? Con ciò siamo arrivati alla religione e alle idee morali che ne provengono. A riguardo dirò solo che la ‘morale’ ha due facce, per via del fatto che siamo individui (come in qualche modo tutte le creature viventi), ma non viviamo, né potremmo vivere, in isolamento, quindi abbiamo un legame con tutti gli altri esseri, sempre più forte quanto più è prossimo al nostro legame assoluto con la specie umana a cui apparteniamo.
Pertanto, la morale dovrebbe fare da guida ai nostri umani propositi, indirizzare la condotta delle nostre vite: (a) nei modi in cui i nostri talenti individuali possono essere coltivati senza né spreco né abuso; e (b) nell’evitare di arrecare danno ai nostri simili o interferire con il loro sviluppo. (Al di là di ciò vi è solo la sommità del sacrificio di sé per amore).
Nondimeno, queste sono solo risposte alla domanda più specifica. Alla più ampia non vi è risposta, dal momento che richiede una perfetta conoscenza di Dio, cosa irraggiungibile. Se ci chiediamo perché Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, invero non vi è nient’altro che si possa dire se non ribadire che effettivamente lo ha fatto.
Se non si crede in Dio, la domanda “Qual è il senso della vita?” non può nemmeno essere posta e non può avere risposta. A chi o a cosa si rivolgerebbe la domanda? Ma, dato che in uno strano angolo (o in strani angoli) dell’Universo alcuni esseri hanno sviluppato menti che si pongono delle domande e cercano di rispondervi, si potrebbe rivolgere la domanda a uno di questi curiosi individui. Dal momento che io ne faccio parte, potrei spingermi fino a dire (parlando con assurda arroganza per conto dell’Universo): “Io sono come sono. Non ci si può far niente. Puoi continuare a cercare di scoprire che cosa sono, ma non ci riuscirai mai. E perché vuoi saperlo, proprio non lo so. Forse il desiderio di sapere per il puro gusto di sapere è legato alle preghiere che alcuni di voi rivolgono a quello che chiamate Dio. Nella loro forma più alta, queste preghiere sembrano voler semplicemente lodare Dio per la sua esistenza e per aver fatto quello che ha fatto come l’ha fatto”.
Coloro che credono in Dio, in un Creatore, non pensano che l’universo in sé stesso sia degno di adorazione, per quanto lo studio devoto dell’universo possa essere uno dei modi per onorarne il Creatore. E, dato che noi, creature viventi, siamo (in parte) al suo interno e una sua componente, le nostre idee di Dio e i modi in cui le esprimiamo saranno in gran parte derivate dalla contemplazione del mondo che ci circonda. (Benché esista anche la rivelazione, indirizzata sia a tutti gli uomini sia a individui particolari.)
Così si può dire che lo scopo principale della nostra vita, per ciascuno di noi, è quello di aumentare, in base alla nostra capacità, la nostra conoscenza di Dio con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, e grazie a questa conoscenza esprimere lodi e ringraziamenti. Fare come diciamo nel Gloria in Excelsis: Laudamus te, benedicamus te, adoramus te, glorificamus te, gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa.
E, nei momenti di esaltazione, possiamo chiamare tutte le cose create a unirsi a noi nel nostro coro, parlando per loro conto, come fa il Salmo 148 e la Canzone dei tre bambini in Daniele II. LODATE IL SIGNORE… tutte le montagne e le colline, tutti i frutteti e le foreste, tutte le cose che strisciano e gli uccelli che hanno le ali.
E una risposta troppo lunga, e anche troppo corta — per una domanda simile.
I miei migliori auguri,
J.R.R. Tolkien

Il senso della vita secondo Tolkien

Un commento esaustivo a questa lettera richiederebbe un libro in molti volumi, ma mi pare si possa estrapolare un passaggio chiave: “Se non si crede in Dio, la domanda ‘Qual è il senso della vita?’ non può nemmeno essere posta e non può avere risposta. A chi o a cosa si rivolgerebbe la domanda?” In altri termini, è l’esistenza stessa di noi “curiosi individui” che “hanno sviluppato menti che si pongono delle domande”, come quella, appunto, sul senso della vita, che dimostra che tale mente e capacità di domandare, così come la risposta, appartengono in primo luogo a un Dio capace di conferirle perché in sommo grado le possiede. L’Universo, come Tolkien esprime nella sua geniale prosopopea, non possiede tali risposte, anzi non si pone neppure la domanda, perché non ha una mente, e quindi se gli uomini, come pretendono gli scientisti e gli atei militanti, possono accettare solo risposte a riguardo che provengano dall’”interrogazione” dell’universo condotta dalle scienze naturali, ovviamente non potranno trovare risposte; al contrario, hanno escluso senza accorgersene ogni possibilità di trovare delle risposte per principio.

La profondità, eppure la semplicità, della formulazione di Tolkien mi dà i brividi a ogni rilettura: si esprime in termini semplici, che possono essere compresi dalla giovane Camilla e dai suoi compagni di classe, eppure quanto acume e quanta perspicacia assente nei più eruditi tomi! In questo, e non solo in questo, è veramente evangelica, perché parla agli umili e ai piccoli laddove tanto deve restare in barba ai sapienti.

John Ronald Reuel Tolkien

Un altro elemento cruciale è distinguere la pertinenza individuale della domanda da quella generale, ovvero: 1) “Come faccio a impiegare al meglio la vita che mi è stata data?” e 2) “Quale scopo/disegno concorrono a realizzare gli esseri viventi con le loro vite?” Non è difficile trovare chi sostenga di possedere una qualche risposta a 1), anzi se ne è occupato persino in via ufficiale l’NHS britannico nel 2014, promulgando i suoi “Five steps for mental wellbeing”:

  1. Connect with community and family
  2. Physical exercise
  3. Lifelong learning
  4. Giving to others
  5. Mindfulness of the world around you

https://www.nhs.uk/mental-health/self-help/guides-tools-and-activities/five-steps-to-mental-wellbeing/

Sempre dal punto di vista individuale, gli psicologi Frank Martela e Michael F. Steger hanno invece individuato tre criteri guida da seguire nella ricerca del senso della vita in un articolo pubblicato su The Journal of Positive Psychology nel 2016. I due autori definiscono i tre criteri come:

  • Coerenza: il modo in cui si collegano gli avvenimenti. Si tratta della comprensione del fatto che ciò accade nella propria vita ha un motivo. Magari non sai spiegarti ogni cosa nel momento stesso in cui accade, ma prima o poi capisci il perché anche di ciò che sul momento ti ha sorpreso, e sei fiducioso che sarà sempre così.
  • Scopo: l’esistenza di obiettivi e propositi. Si tratta della convinzione di essere in vita per una qualche ragione, per realizzare qualcosa. Si può considerarla come la propria personale missione, ad esempio “lo scopo della mia vita è condividere il segreto della felicità”, oppure “sono qui per diffondere amore in abbondanza”.
  • Significato: il valore intrinseco della vita. Si tratta della percezione del fatto che la tua vita fa la differenza. Se per te la tua vita ha un grande significato, sicuramente ritieni che il mondo sarebbe leggermente—o forse parecchio—peggiore se non fosse che ci sei tu.

https://www.theatlantic.com/family/archive/2021/10/meaning-life-macronutrients-purpose-search/620440/

“Il senso della vita, ma in fretta, che ho da fare”

Se queste liste e il linguaggio in cui sono espresse fa sorridere, però, non è perché dicano interamente il falso, ma perché l’attrito che si crea nel formulare in maniera impersonale tali “criteri” o “linee guida” e il presunto campo di applicazione individuale o persino intimo è stridente al punto da diventare comico e oggetto di ilarità. In altre parole, è perché pretendono in qualche modo di rispondere alla domanda 1) di Tolkien, quella personale, con una risposta del tipo che eventualmente potrebbe rispondere alla domanda generale 2). Su questo contrasto tra particolare e complessivo si basa d’altra parte quasi tutta la satira che prende per bersaglio i filosofi, a cominciare dalla commedia Le nuvole di Aristofane, ed è impossibile soprattutto non pensare al film Monty Python e il senso della vita, quando, in conclusione di una lunga serie di sketch tra l’ironico e il demenziale volti ad inculcare il dubbio che la vita dopotutto abbia un qualche significato, un finto presentatore televisivo legge il biglietto che si presume contenga il senso della vita, ed esso si rivela essere: “Sforzati di essere gentile con le altre persone, evita i cibi grassi, ogni tanto leggi un buon libro, fai delle passeggiate, e cerca di vivere in pace e armonia con la gente di ogni credo e nazione”.

“Il senso della vita è essere felici”
e altre rivelazioni inattese

Il film dei Monty Python è interessante perché lo si può prendere in larga misura come un contraltare di quello che vorrebbe essere, cioè un manifesto dell’insensatezza del vivere. La prima parte, che riguarda la nascita, fa vedere un bambino che nasce nel disinteresse degli stessi ostetrici, impegnati a discutere faccende amministrative della clinica, e senza pensarci e al di là delle intenzioni degli autori è un perfetto parallelo della umile nascita di Gesù in una stalla, quindi davvero finisce per parlare di quello che il titolo ironico suggerisce, “Il miracolo della nascita”. Lo stesso vale per il seguito, un padre cattolico che annuncia agli innumerevoli figli che dovrà vendere buona parte di loro per esperimenti scientifici perché ha perso il lavoro, e d’altra parte non poteva avere meno figli perché la Chiesa è contraria alla contraccezione. A parte l’evidente assurdo della situazione, dubito sinceramente che la prima cosa che questi figli avranno pensato sia stata: “eh, papà, se non ci mettevi al mondo risolvevamo in fretta questo problema!” Comunque, in un qualche modo vedo il tutto anche come un’eco, sicuramente involontaria, della strage degli innocenti.

Ogni bambino è il senso della vita

In seguito si ha una sequenza sull’educazione in cui un professore fa l’amore con sua moglie in classe davanti agli studenti come ora di educazione sessuale e rimprovera chi si distrae. Anche qui l’assurdo è ricercato di proposito, ma non è suo malgrado una efficace immagine proprio di quel libertinismo di cui sopra, che è arrivato a dominare la cultura? Non sono questi maestri i nuovi farisei, che Gesù superava in sapienza già a 12 anni? Nel prosieguo vi sono tre sketch sulla guerra che sono sicuramente il punto più debole del film anche dal punto di vista della comicità, e poi c’è l’età adulta, con una cena di una coppia in un ristorante a tema tortura e a seguire i proponenti porta a porta di un trapianto di organi da vivi (o in diretta, giocando sulla ambiguità dell’inglese live). Anche qui, e di nuovo senza che il riferimento sia voluto, non viene spontaneo pensare all’Ultima Cena e il Sacrificio Eucaristico, letteralmente un trapianto del vivo Corpo di Cristo in noi vivi, officiato “in diretta” dal celebrante messa in ripetizione del dono di Sè di Gesù per cui si è sottoposto anche alla tortura?

Le età della vita

Il controcanto non sarà allora qualcosa su Giuda? Nella parte dedicata alla vecchiaia, siamo ancora al ristorante, ma non c’è più una coppia, ma un uomo solo grottescamente obeso che continua a mangiare finché non esplode, e non in senso metaforico, ma proprio una reale esplosione. Tutti hanno sempre detto di questa scena, la più famosa di tutto il film, “eh, il capitalismo sfrenato…”, ma sarà sbagliato vederci più in generale l’avidità umana tout court, quella che vende il Figlio di Dio per 30 denari? Infine, ancora una scena conviviale, ma casalinga, in cui i commensali ricevono la visita della Morte in persona, che li porta in Paradiso, cioè nel ristorante dove sedeva la coppia. Io mi stupisco di quanto il discorso torni, perché se la lettura eucaristica di quella scena è corretta i commensali si sono salvati grazie all’Eucarestia, e infatti la Morte li informa che sono morti mangiando del pesce, tradizionale simbolo di Gesù e motivo ricorrente, seppur comicizzato, del film.

La Morte

Per essere chiari, non sto sostenendo che il film targato Monty Python sia un inno al Cattolicesimo. So benissimo che è (volutamente) una pellicola cinica, crapulona, smargiassa e volgare che non appartiene di certo al campionario delle visioni consigliate dal catechista. Quello che voglio dire è che, a mio avviso, come tutte le disgrazie e i tentativi del diavolo di distogliere Giobbe da Dio finivano solo ad majorem Dei gloriam, anche questo film che vorrebbe essere la dimostrazione di quel nonsense che sarebbe la vita, se guardato con gli occhi giusti, finisce per essere invece, suo malgrado, proprio una lode al suo senso.

Monty Python e il senso della vita

Infine, non si può non ricordare la famosa scena di Guida galattica per autostoppisti, il libro di fantascienza demenziale di Douglas Adams, con relativo adattamento cinematografico, quando il super-calcolatore iper-intelligente, dopo milioni di anni di calcoli, produce la risposta che ha scoperto alla domanda “sul senso della vita, l’universo e tutto quanto”, e questa si rivela essere: “42”. In altre parole, anche qui si vede lo scarto tra il generale e il particolare che genera la comicità e, per dirla ancora con Tolkien: “Alla [domanda] più ampia non vi è risposta, dal momento che richiede una perfetta conoscenza di Dio, cosa irraggiungibile. Se ci chiediamo perché Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, invero non vi è nient’altro che si possa dire se non ribadire che effettivamente lo ha fatto”.

Il supercalcolatore di Guida galattica per autostoppisti
ribadisce che la risposta alla domanda sul senso di tutto è 42

Ma, del fatto che Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, persino con tutti i mali e tutte le sofferenze della nostra vita e dei nostri tempi e di ogni vita e di ogni tempo, come non rallegrarsene, per tutto quello che c’è di buono a questo mondo, e per tutte le gioie che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere? Converrà allora davvero, come dice Tolkien, che ci uniamo al coro di tutte le creature viventi e cantiamo: “LODATE IL SIGNORE… tutte le montagne e le colline, tutti i frutteti e le foreste, tutte le cose che strisciano e gli uccelli che hanno le ali”.

Nel nostro mondo caduto vi è ancora tanta bellezza

Tolkien e il razzismo

Mentre la bufera di immotivata ostilità verso la serie Amazon “The Rings of Power” imperversa, tanti commenti assumono come presupposto apparentemente indiscutibile l’idea che gli Elfi e i Nani, un po’ quelli di Tolkien, un po’ quelli delle mitologie nordiche e celtiche o dell’immaginazione vittoriana a cui Tolkien si ispirava, avessero necessariamente ed esclusivamente carnagione chiara. Ma è così?

Innanzitutto ricordiamo come Tolkien, fiero inglese ma nato in Sudafrica, avversasse l’apartheid e la discriminazione verso i neri sia pubblicamente sia in privato:

I have the hatred of apartheid in my bones; and most of all I detest the segregation or separation of Language and Literature. I do not care which of them you think White.“― From a Valedictory Address to the University of Oxford in 1959

As for what you say or hint of ‘local’ conditions: I knew of them. I don’t think they have much changed (even for the worse). I used to hear them discussed by my mother; and have ever since taken a special interest in that part of the world. The treatment of colour nearly always horrifies anyone going out from Britain, & not only in South Africa. Unfort[unately], not many retain that generous sentiment for long.“― Letter 61 — Written to Christopher Tolkien who was stationed in South Africa during World War II

Poi, ricordiamo che gli elfi della mitologia nordica si dividono in ljosalfar (elfi della luce) e svartalfar (elfi di tenebra), con questi ultimi spesso identificati proprio con i nani. Tolkien rielaborerà queste distinzioni dividendo a sua volta i popoli dei suoi elfi in calaquendi (elfi luminosi) e moriquendi (elfi oscuri), anche se specifica che questa distinzione è dovuta solo al fatto che i primi compirono il viaggio per Aman e lì videro la luce dei Due Alberi benedetti. Questo implica che nessuna delle due categorie è superiore o migliore dell’altra, ma solo che i primi hanno appunto ricevuto tale benedizione, e dunque d’altronde in sè non esclude che alcuni elfi possano avere carnagione scura, a maggior ragione tra i secondi. Tra i nani, poi non si vede proprio quale sia l’ostacolo.

A questo proposito, un ulteriore approfondimento può essere offerto da un mio post Facebook del 2020, dove scrivevo:

“Gli Hobbit sono imparentati con gli Uomini, e la parentela risale fino alla Prima Era (Elder Days). Solo, nessuno conosce la natura di tale parentela con precisione.
Indicazioni più precise sono date solo nel Volume 12 della History of Middle-earth, nel saggio “Of Dwarves and Men”, dove nel secondo paragrafo, intitolato “The Atani and their languages”, Tolkien spiega che la razza degli Atani, gli Uomini, si divide in 5 popoli, ovvero i tre già noti, cioè la gente di Beor, la gente di Hador, la gente di Haleth (come già spiegava il Silmarillion), ma poi aggiunge due popoli che compaiono solo ne Il Signore degli Anelli, ovvero i Druedain, il cui nome originario era Drugs (sono il popolo degli Uomini Selvaggi di Ghan-buri-ghan che i Rohirrim incontrano cavalcando verso Minas Tirith), e gli Hobbit, che sono detti essere simili ai Drugs in origine, ovvero un popolo selvaggio che viveva nei boschi, per quanto fossero più piccoli di statura (ma comunque più alti che in Terza Era).
Ma ora viene il bello: i 5 popoli era la divisione degli Uomini in Prima Era, ma in Seconda i Numenoreani, per via della vicinanza con gli Elfi, suddivisero le stirpi degli Uomini sul modello della loro interpretazione della divisione degli Elfi secondo il grado di vicinanza ad Aman, ovvero Alti Elfi (Calaquendi, coloro che erano stati ad Aman), Elfi Medi (la stirpe dei Moriquendi chiamata Sindar, cioè coloro che erano partiti verso Aman ma si erano fermati a metà strada) e Elfi delle Tenebre (gli Avari, ovvero tutti i Moriquendi tranne i Sindar, quindi si tratta di coloro che non partirono mai verso Aman).
Così anche gli Uomini vennero divisi in Alti Uomini (i Numenoreani), Uomini Medi (gli Uomini dell’Eriador, compresi Druedain e Hobbit), e Uomini delle Tenebre (coloro che servivano Sauron).
Tolkien sottolinea come i Numenoreani applicassero la divisione elfica, che era solo una distinzione tra popoli, che non attribuiva prestigi e demeriti (gli Elfi delle Tenebre non erano considerati malvagi, ma solo chiamati così perché mai partiti per Aman), stavolta come un giudizio morale sulle altre stirpi umane (che erano intese valere di meno di loro o essere persino malvagie), il che finì per far passare alcuni “Uomini Medi”, che si sentivano così giudicati, dalla parte di Sauron (si citano i Dunlandiani).
E così sappiamo anche come Tolkien spieghi l’origine del razzismo”. (Facebook, 19 marzo 2020)

In altre parole, Tolkien spiega che il razzismo si origina inizialmente quando si associa tutto ciò che è scuro con il male, e secondariamente quando proprio quella che tra tutte le cose scure è la più appariscente, cioè la pelle, viene presa come l’unico o il principale indicatore di bene e male. A questo proposito, basti ricordare che i capelli di Luthien e di Arwen sono “scuri come sera”, mentre Saruman è lo Stregone Bianco che porta il simbolo della Mano Bianca (che sembra quasi il Ku Klux Klan!).

Ulteriori elementi della visione di Tolkien a riguardo emergono dal suo articolo “Sigelwara Land” del 1932-1934, dove spiega l’origine di una sconosciuta parola anticoinglese come il nome attribuito dagli antichi Germani agli Etiopi identificandoli con i malvagi giganti di fuoco del Muspelheimr nella loro mitologia. Anche qui, come vediamo, dal colore nero gli antichi Norreni avevano dedotto un che di malvagio, incarnandolo nei loro giganti, e vedendo la pelle nera degli Africani ve li aveva associati.

Ma forse Tolkien era stato influenzato dall’immaginario vittoriano in cui era cresciuto, dove gli elfi erano tutti chiari? Innanzitutto, Tolkien almeno da adulto si dissocierà sempre da tale immaginario, dove a suo dire gli elfi erano troppo minuti, e poi siamo sicuri che i Vittoriani non concepissero elfi e nani dalla pelle olivastra o bruna? Eccovi una breve rassegna dei due massimi illustratori vittoriani di fiabe, con le prime due tavole di Arthur Rackham, il resto di John Bauer:

Beren Bacchico e Margherita: Riflessioni cristiane orfiche su Tolkien e Bulgakov

Una volta tanto, per chi è abituato a navigare nel mare delle ipotesi, è salutare incontrare la boa di una indubitabile certezza. Magari non sarà la terra ferma dove approdare, ma resta comunque un buon segno: la costa non può essere troppo lontana. Nel mio caso, sono felicissimo che non ci sia ombra di dubbio che Tolkien non può essere stato influenzato in alcun modo nella ideazione della vicenda di Beren e Luthien dal romanzo “Il Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, essendo quest’ultimo pubblicato per la prima volta nel 1967, nè viceversa è possibile, dato che la prima versione pubblicata ne “Il Silmarillion” è persino più tarda, e datata 1977. Perché questo fatto sarebbe importante? Ci arriviamo in un attimo.

Entrambe le storie sono incentrate su una coppia di amanti tormentati che inaspettatamente vanno incontro a un lieto fine, ma non prima di aver completato un’opera eccezionale, visitato gli inferi e avuto a che fare col diavolo. Va bene, direte voi, ma qual è il punto di notare questi tratti in comune, se sappiamo che le due storie sono state concepite in maniera del tutto indipendente l’una dall’altra? La risposta è molto semplice: il fatto che i due autori abbiano concepito indipendentemente un analogo schema di fondo per le vicende delle rispettive coppie suscita spontaneamente un’ipotesi, e cioè: non è che per caso qui abbiamo a che fare con archetipi?

A questo proposito, viene in mente l’adagio di un professore un po’ burlone, che una volta ebbe a dire: “In linea di massima, studiare Jung non serve a niente. Tanto, ad ogni scopo pratico, dalle chiacchiere da bar alla tesi di dottorato, la regola d’oro è: se lo trovi sia nella Bibbia sia in Omero è automaticamente un archetipo”. Forti di questo metodo a prova di bomba, quindi, vediamo se c’è una coppia ostacolata dalla realizzazione di un compito, dalla morte e dal diavolo ma che poi trova il lieto fine nella Bibbia e in Omero.

A costo di essere accusati di sbrigare la faccenda in maniera facile, non è che occorra andare a cercare se ci sono passi dell’Iliade in cui venga citato il centauro Chirone o in quali dei libri profetici si nomini la città di Tiro: basteranno l’Eden in Genesi e l’Odissea nel suo complesso, perché Adamo ed Eva vengono puniti di aver obbedito al serpente (diavolo) con l’obbligo di lavorare la terra con sudore (opera), nonchè con l’esistenza mortale (morte), eppure restano pur sempre il padre e la madre del genere umano (lieto fine), mentre Ulisse ha compiuto impresa impossibile agli eserciti conquistando Troia con il cavallo (opera), ma prima di riunirsi a Penelope (lieto fine) dovrà visitare l’oltretomba (morte) e sopravvivere ai tiri mancini di una potenza soprannaturale ostile, Poseidone (diavolo).

Va bene, va bene, mi direte, ma da qui cosa ne dovremmo trarre? Personalmente, vi posso dire, ne ho tratto una riflessione che mi ha colpito: in precedenza, di sicuro per colpa di una mia superficialità, mi sono sempre trovato a personificare la separazione di una coppia, che fosse temporanea o definitiva, in uno o più responsabili, umani o sovrumani, che comunque fossero delle persone, come Dairon, Thingol, i pirati di Dafni e Cloe, il gigante Ysbaddaden di Cwlwych e Olwen, i Proci, Nausicaa, e così via. Ragionare in termini di archetipi invece ti fa vedere come dietro a queste figure si celano appunto i tre grandi ostacoli che la coppia deve affrontare, non una volta per tutte in qualche mitico confronto d’astuzia o abilità, ma giorno per giorno all’interno di una relazione, l’uno verso l’altra ed entrambi verso il mondo.

L’opera, il compito, il lavoro è proprio il simbolo del rapporto che la coppia intrattiene con il mondo al di fuori della coppia, e dunque quando la realizzazione di tale opera rasenta l’impossibile questo è semplicemente l’indicatore della difficoltà per la coppia di essere legittimata nella società, per un motivo o per l’altro.

La morte rappresenta invece il rapporto della coppia al suo interno, il legame che li unisce e il suo mantenimento. Il Cantico dei Cantici dice che l’amore è forte come la morte, ovvero un legame forte può sopportare tutto senza essere intaccato nella sua natura. “Finchè morte non vi separi” non è la formula matrimoniale per semplice caso.

Infine, il diavolo è ciò che separa la coppia, a partire dal semplice essere due persone distinte, che chiaramente è ovvio. Affrontare il diavolo, sfuggire ai suoi tiri, raggirarlo o sconfiggerlo sono quindi altrettanti indicatori del non lasciare che le differenze all’interno della coppia prendano il sopravvento su ciò che unisce, il che avviene essenzialmente mantenendo un buon dialogo.

Vediamo quindi come fanno le diverse coppie a superare questi ostacoli, e in quali forme si presentano. Per Beren e Luthien il riconoscimento dipende dalla conquista del gioiello più prezioso, da strappare al diavolo, quindi la coppia deve superare le sue differenze, il diverso destino umano ed elfico, prima di essere riconosciuta. Al Maestro e Margherita la pace, ovvero appunto l’approvazione implicita del mondo, viene accordata dal diavolo grazie a un angelo dopo che lei visita gli inferi e lui finisce il suo libro, quindi quando il dialogo tra loro riprende dopo che ella ha capito perché lui se n’era andato e lui ha realizzato il suo lavoro di una vita. Tra Ulisse e Penelope c’è Poseidone, il mare, di mezzo, ovvero sono una di quelle coppie che non si parlano più, ma restano fedeli e, quando lui ha infiltrato il suo cavallo nella città nemica, cioè quando è riuscito a riottenere il riconoscimento pubblico della loro relazione, e avendo visitato i morti, cioè essendosi assicurato che il loro amore resiste a ogni prova, infine ritrovano la gioia coniugale.

La stessa struttura trova la sua espressione più naturale nella storia di Orfeo ed Euridice, che Tolkien ha preso a modello nella versione bretone medievale a lieto fine, Sir Orfeo. Per essere precisi, quella a lieto fine non è una variante del racconto, ma la sua forma originale, come attestano le fonti più antiche, e solo con Platone prenderà il sopravvento la versione tragica poi resa famosa da Virgilio e Ovidio. Con l’avvento del Cristianesimo, poi, Orfeo sarà paragonato e addirittura identificato con Cristo, come attestano non solo numerosi testi ma anche ritrovamenti archeologici, come il famoso Cristo-Orfeo bacchico. Così il Cristianesimo ripristinerà il lieto fine originario in quella che Tolkien chiamerebbe Eucatastrofe e che forse coincide molto da vicino con le intuizioni del Pilato di Bulgakov.

(Questa tavoletta tardoantica raffigura il Crocifisso cristiano e riporta l’iscrizione in greco “Orpheos Bakkikos”, cioè Orfeo bacchico o di Bacco)

Recensione: La Compagnia dell’Oste (Aa.Vv.: Marcovalerio, 2021)

Come ogni estimatore del fantastico sa benissimo, mai fare i conti senza l’Oste: una Compagnia di avventurieri non è tale finché non abbia la taverna o locanda di riferimento, dove sbollire l’eccitazione dell’ennesima avventura o caccia al tesoro, ovvero farsi reclutare per la prossima missione da qualche generoso committente, o magari incontrare il pericoloso sicario da cui ricevere soffiate al riparo da orecchi indiscreti, o ancora, semplicemente, annegare la stanchezza di un lungo viaggio in un bel boccale di birra scura e schiumosa…

Gli esempi, comprensibilmente, si sprecano. Harry Potter ha Il Calderone Traboccante e I Tre Manici di Scopa, Geralt di Ryvia sosta volentieri al Drago Pensieroso, il locandiere di Candlekeep nel videogioco Baldur’s Gate è famoso per il suo boccaccesco vanto di tenere il locale “pulito come il didietro d’un Elfo”, mentre viaggiatori da ogni dove trovano asilo alla Taverna ai Confini del Mondo nel fumetto Sandman di Neil Gaiman, e persino nella fantascienza abbiamo, per dire, l’iconica Cantina di Mos Eisley che raccoglie “tutta la peggiore feccia della galassia” secondo Obi-Wan Kenobi, per non dire del Ristorante Ai Confini dell’Universo di Douglas Adams (attenti ad andare ai confini dal lato giusto!). Tutto comunque ha origine nelle taverne medievali di chaucereana memoria e, quintessenzialmente, quell’Eagle & Child dove si riuniva il circolo letterario degli Inklings di Oxford, che sicuramente fece la sua parte nell’ispirare a Tolkien Il Drago Verde di Lungacque e Il Puledro Impennato di Brea.

E proprio agli Inklings intende rifarsi il neonato circolo degli Inkiostri, riunito in una locanda che resta innominata presso un Oste noto semplicemente come tale allo scopo di narrare ciascuno un proprio racconto. La cornice dunque si distingue per la semplicità ma anche per un certo calore rustico, sembra quasi di avvertire il crepitare del camino, l’odore di rovere e di leccornie, l’atmosfera luminosa velata da qualche fumata di pipa…

Prende così il via la sequela dei racconti, molto diversi tra loro ma animati dallo spirito condiviso dell’amore per la bellezza e per la parola, l’arte dell’incanto e la fermezza della fede, nel solco della tradizione e delle radici. Non si tratta mai, dunque, di vuota artificiosità, di gioco pedante di citazioni, nè di mero estetismo: l’Oste sotto la cui insegna si racconta e si scrive, infatti, disdegna interamente prefazioni, introduzioni, e note a piè di pagina, anche se ciò ci viene detto nel “Prologo” di Giovanni Soppelsa, ripetendo così in modo simpatico l’ironia di quanto Tolkien scriveva nell’inedita introduzione a La chiave d’oro di George MacDonald.

Il primo racconto, Le torri del silenzio di Giovanni Bertoglio, scorre piacevolmente tra ispirate metafore, inebrianti similitudini ed evocative parafrasi come il miglior Dunsany in una storia che rammenta qualcosa della classica canzone Samarcanda e qualcosa ancor più dell’Azrael di Longfellow, con espliciti richiami zoroastriani. Una partenza meglio riuscita non si potrebbe immaginare!

Eppure non è da meno Luisa Paglieri nel prosieguo, una sorta di storia dell’Eden all’incontrario che vede perciò il lieto fine e forse, se non erro, vuol essere metafora della storia della Salvezza. Ma, se questa può essere solo una mia lettura, non vi è dubbio che, anche presa semplicemente come fiaba, senza particolari intenti allegorici, Il lago sapiente sia una splendida storia e una delle punte di diamante del volume.

Segue La Principessa e il Mutaforma di Paolo Gulisano, una breve pennellata che abbozza l’inizio di una storia di rivalsa al femminile senza poi che la vicenda vera e propria venga effettivamente narrata, ma soltanto lasciandola alla fantasia del lettore. L’espediente è spiazzante ma non spiacevole, e invita alla riflessione sul tema della parzialità delle narrazioni, in sè inevitabile.

Con Salita alla Sacra, Chiara Bertoglio mi ha assolutamente conquistato per l’afflato quasi mistico che trapela dalla sua accorata narrazione, che mi ha riportato la mente al viaggio che feci in Terrasanta e altre esperienze religiose molto intense che ho avuto il privilegio di vivere, come l’ascesa al Monte Sacro di Varese. Commuovente ed esaltante, da applausi.

Giovanni Soppelsa torna con il suo Conobbi Bartholomeus Clough e, beh, cosa dire? Un gioiellino in bilico tra Conan Doyle, Rider Haggard e Meyrink, non so se sia più felice la prosa nella sua naturale inappuntabilità o il contenuto nella sua originale, sorprendente prevedibilità. Un racconto da leggere e rileggere, meritevole di fare scuola.

L’ultima avventura di Orion di Ives Coassolo è un racconto di sbrigliata fantastoria e fantarcheologia che diverte e fa sorridere, raccontato con la freschezza del non prendersi troppo sul serio e abbandonarsi al libero sogno di fantastiche ere remote, se non nella chiusa morale che si rifà alla Numenor tolkieniana.

Il Settimo Cerchio di Andrea Donna è per esplicita ammissione un omaggio a Jorge Luis Borges e come tale sicuramente non può reggere il confronto con il Maestro, ma rimane un raccontino congegnato con intelligenza che riesce nello scopo di riportare al lettore il ricordo delle fantasmagoriche architetture borgesiane.

Cronache missionarie di Patrizio Righero sembra il risultato di una collaborazione tra Ray Bradbury e Clive Staples Lewis, il che mi pare avvicinarsi ad essere uno dei più bei complimenti, nonchè dei più originali, che si possano fare. La selezione dei passi scritturali citati, inoltre, racchiude diverse perle.

L’ultimo racconto, Danza macabra di Maria Finiello, sembra compendiare in sè un pò tutto il volume: vi è la Morte come nel racconto iniziale di Giovanni Bertoglio, ma non manca nemmeno il romanticismo di Paglieri, Gulisano e Coassolo; gioca di citazioni come Soppelsa, Donna e Righero, ma condivide con Chiara Bertoglio le altezze del volo mistico. Difficile trovare una miglior chiusura.

Segue comunque un breve riallacciamento narrativo, sempre di Soppelsa, e il vero e proprio commento critico di Chiara Nejrotti. L’unico rimpianto, a chiudere il volume, è che non compendi due, tre, anche quattro volte questo numero di racconti, fino ad arrivare a un nuovo Le Mille e Una Notte, Lo Cunto de li Cunti, o I Confratelli di San Serapione. L’augurio è che questo sia solo l’inizio, e opere ancora più varie e più ricche facciano seguito a questa già entusiasmante e coinvolgente raccolta!

Recensione: “Un estinguersi di parole eruttanti” di Vincenzo Costabile

Visionario. Poliedrico. Esuberante. 

Sono solo le prime tre parole che vengono in mente per descrivere la poesia di Vincenzo Costabile, il giovane autore che prende la penna come unico sistema per estinguere le "parole eruttanti" dal titolo della raccolta, un subbuglio interiore che non trova spazio di espressione adeguato e così si apre una strada alla ricerca di luoghi da calpestare a piedi scalzi, si imbarca sulla nave dei folli, ricerca la ghirlanda dei colori tra le nuvole, l’alchimia del verbo e dei sentimenti, le voci delle sirene, il sublime slancio che fa rivoltare la terra. 

In questo caleidoscopio di immagini, sensazioni, sentimenti ci si sente travolti, abbagliati, abbacinati, ma ecco che presto il passo recede per lasciare il posto alla malinconia dei ricordi di infanzia e il dolceamaro rievocarli, con riflessioni di maggiore distacco, tra ironia e senso di colpa: "È un'opera buffa – se ci pensi – la vita. / L’ultimo dei nostri problemi signor giudice / perché non si occupa anche lei / di sofismi infantili / di stelle / e di sogni?"

Nel mentre si dipanano, quasi inconsce, citazioni poetiche, musicali, cinematografiche. L'autore strizza l'occhio a Rimbaud e Baudelaire, Battiato e gli Stones, Herzog e Lynch, ma con leggerezza, senza pedanterie, senza l'artificio da ricercati richiami.

A chiudere la silloge interviene una chiusa avanguardista dal sapore cyberpunk, come se infine la domanda su cosa è umano ritrovasse nel XXI secolo la cornice più adatta in questa sorta di Blade Runner in cui tutto ciò che abbiamo sono brandelli di informazioni che si dissolveranno come lacrime nella pioggia. Qui lo scandire del verso cede il passo alla finzione di una trasmissione frammentaria in prosa poetica, senza che l'ispirazione vada persa, anzi. 

"Siamo le password dimenticate di profili inaccessibili, arlecchini bakuniani, goffi voli a pallida imitazione degli angeli, siamo Pierrot innamorati della Luna, lei che riflette la luce nella notte, siamo le lucciole che vibrano nel tempo, tra le dimensioni, alla ricerca del volto nascosto di Dio".

Fino all’ingresso della Scuola Bianca

E fu così che alla fine Nomedens il Pastore dei Pastori, Chaundra la Saggia, la loro bambina Gywennen la Ridente, il Principe Infante Arianhel il Gioioso, e il pastore Char-medeq il Testimone giunsero sulle rive del Deserto Fluente, un mare dorato di sabbia liquida che si estendeva a perdita d’occhio.
Era notte.
Nomedens li guidò fino a un candido porticciolo, sul cui unico molo era ormeggiata una splendida barchetta d’argento.
“Solo una nave costruita interamente in argento può attraversare il deserto d’oro” dichiarò il pastore. “Questa che ci attendeva è stata inviata dall’ Isola Senza Fine, dove normalmente è ospitata nel Porto Introvabile”.
Per coloro che lo seguivano, dichiarazioni di tal genere erano ormai all’ ordine del giorno, così come i fatti che inevitabilmente le confermavano, per cui nessuno aprì bocca e si spicciarono a montare lesti sulla barchetta.
Il nocchiero si chiamava Nardwis, e diede loro un rude benvenuto.
Era uno dei Saggi della Scuola Bianca, li informò Nomedens, sebbene non fosse uno dei Grandi Saggi.
“Tu sei un Grande Saggio?” chiese Arianhel.
Il pastore scosse la testa. “Non ho mai ambito far parte dell’ Arcano Consiglio”.
“Per quale motivo?”
“Non sopporto le discussioni” tagliò corto Nomedens, serafico e terribile.
La traversata fu placida e serena, finchè non si imbatterono nei gorghi di sabbia.
Enormi vortici di liquido dorato facevano turbinare le correnti tutt’intorno, e Nardwis sbuffò.
“Speravo di non averne bisogno” bofonchiò, e soffiò della polvere sulla vela.
In men che non si dica, il vento fece decollare la barchetta, che planò soavemente oltre i gorghi, in placide acq… ehm, sabbie.
“Che cos’era quella polvere? Che cos’era quella polvere?” domandò ansioso Arianhel.
“Meglio non chiedere” gli fece Gywennen.
Nardwis guardò sbalordito la bambina, quindi rivolse una simile occhiata a Nomedens.
“Ma io voglio saperlo!” si lamentò Arianhel.
“E infatti ti è stato detto. Quella è polvere di Meglio non chiedere, una rarissima pianta che cresce nella Foresta Impossibile” lo erudì Nomedens.
“Tu lo sapevi?” domandò Arianhel a Gywennen.
“Chi può dirlo…” gli rispose lei, enigmatica.
“Può far volare le navi e molte altre cose” precisò Nomedens.
“Woaaaaaaaah!” esclamò il principino sbalordito.
“Non temere, figliolo” gli disse Nardwis. “Dove stai andando vedrai di questo e molto di più”.
“Wooaaaaaaaah!” continuò Arianhel, estasiato.
Gywennen rise.
Erano ormai in vista dell’ Isola Senza Fine, e presto attraccarono nel Porto Introvabile.
Il luogo era completamente vuoto e la brezza che li aveva condotti sin lì calò istantaneamente, al punto che non si levava più un soffio di vento.
Salutarono Nardwis e si fecero strada attraverso la linea costiera dell’ Isola Senza Fine, fino ad arrivare ad una strana foresta.
“Questa è la Foresta Senza Fine” dichiarò Nomedens, nel suo solito tono declamatorio. “Al centro di essa troveremo la Foresta Impossibile”.
“E come si fa ad attraversare un luogo infinito?” domandò Arianhel. “Dovrebbe volerci un tempo infinito.”
“E fortuna vuole che sia esattamente quello che abbiamo” lo sorprese il saggio, estraendo dalla bisaccia una clessidra completamente piena di sabbia.
“Ma certo!” commentò il principe. “Ad una clessidra piena ci vorrebbe l’eternità per svuotarsi!”
Mossero pochi passi e si trovarono in una radura dalla quale un intrico di radici si diramava verso il cielo.
Char-medeq si fece avanti.
“Ora voglio proprio vedere se è vero quanto dicevi” disse a Nomedens.
Quegli guardò Chaundra, apprensiva, quindi si spostò verso i principini.
Accovacciatosi, pose una mano sulla spalla di ciascuno, e disse loro: “Gywennen e Arianhel, adesso tocca a voi trovare la strada che conduce alla Scuola Bianca”.
“Ma come?” protestò Arianhel. “Non siamo mai stati qui prima d’ora!”
“Bisogna che trovi il modo per arrampicarti sugli alberi di cui vedi le radici” gli suggerì Nomedens.
Allora Gywennen lo prese per mano, e insieme esplorarono la radura, che era immensa, seguiti poco dietro dal resto del gruppo.
Presto videro una radice che gocciolava, ed Arianhel sbottò: “Ho avuto un’idea!”
“Anche tu?” chiese Gywennen, smorfiosa.
Nomedens guardò Chaundra, colmo di fierezza, ma non incontrò ancora il riconoscimento negli occhi di Char-medeq.
Ben presto la coppia assurta al ruolo di impensata guida giunse presso una piccola polla d’acqua.
“Questo è il modo!” gridarono, all’unisono, e si tuffarono.
Char-medeq fu sorpreso: “Infine quello che dicevi era vero” ammise a Nomedens, malvolentieri. “Tuttavia dubito ancora che qualcosa di buono possa venirne”.
“Invece di dubitare, come tutti noi, dovresti piuttosto sperare. Chè grande è il bene che può venirne” rispose il pastore, prima di tuffarsi anch’egli, seguito dalla moglie.
Char-medeq rimase lì, indeciso se mutare in speranze i suoi dubbi.

* * *

Nomedens mormorò delle parole che echeggiarono ribollendo nelle acque che li circondavano, ed ecco che ciascun membro del gruppo fu avvolto in una bolla d’aria che gli permetteva di respirare.
Come presto scoprirono, le bolle erano in comunicazione tra loro, di modo che ciascuno sentiva ciò che dicevano gli altri come se si trovassero all’aria aperta a pochi passi di distanza.
Era chiaro a tutti che la direzione fosse verso il basso, nella direzione in cui si stendevano i rami degli alberi, ma quale distanza dovessero percorrere era noto solo a Nomedens, motivo per cui Arianhel gliela domandò, per sentirsi rispondere: “Tutto il mondo ancora ci separa dalla Scuola Bianca, eppure essa è qui.”
“Come è possibile?”
“La scuola si trova al centro del mondo, ma il centro del mondo non è un luogo come gli altri. Ognuno lo trova in qualcosa di diverso. Tu e Gywennen dovete capire dove si trova il vostro.”
“Non è difficile” disse la bambina.
“E’ qui con me” chiosò Arianhel.
“Eccolo” fece Gywennen.
Dicendo queste parole, si avvicinarono l’uno all’altra di modo che le loro bolle si unirono a formarne un’unica, e si presero per mano.
Non appena l’ebbero fatto, videro tutti che si riusciva a scorgere il fondale, dove i rami capovolti mettevano i loro frutti alla rovescia.
Arianhel e Gywennen risero, e si spinsero a staccare qualcuno di quei frutti rossi e luminosi che risaltavano sul fondale scuro.
Diedero un morso ciascuno, e mentre assaporavano il dolce sapore udirono una voce più in là tra i rami, sebbene le parole che pronunciava fossero indistinte.
Si avviarono immediatamente in quella direzione, scostando i rami al loro passaggio, e videro che sul fondale si ergeva un imponente portale di marmo, sorretto da due alte colonne e fronteggiato da due grosse statue in forma di leoni dal volto umano.
Un luminescente bagliore promanava da tutta la costruzione.
Quando furono arrivati all’entrata, seguiti da Nomedens e Chaundra,
riuscirono finalmente ad udire le parole pronunciate dalle statue.
“Chi desidera entrare dica la parola magica”.
Nomedens guardò i due giovani con aria sorridente, e disse: “Bene. Questa è l’ultima prova, almeno per il momento. Dovete arrivarci da soli per dimostrare di essere degni di entrare nella scuola”.
“Magia” disse Arianhel.
Il portale non fece cenno di muoversi.
“Amore” dichiarò Gywennen.
Ancora i pesanti cardini restarono immobili.
Ne provarono molte e molte altre ancora, con la sensazione che ci fosse qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa di ovvio, eppure di essenziale che non riuscivano a cogliere nonostante tutti gli sforzi del loro intuito…
Guardarono Nomedens, che continuava a sorridere e a guardarli con aria paterna.
“No, no” ribattè all’ implicito suggerimento dei loro sguardi imploranti. “Dovete arrivarci da soli.”
“Chi desidera entrare dica la parola magica”.
“Qual è questa parola?” chiesero entrambi, esasperati, stringendo tra le mani le folte criniere delle teste leonine, come nel tentativo di smuoverle.
“Chi desidera entrare dica la parola magica” ripeterono le statue, impassibili.
“Ho capito!” dissero entrambi, all’ unisono.
“La parola magica!” disse Arianhel.
“La parola magica!” disse Gywennen.
Nomedens rise a voce alta, compiaciuto.
“Bravi!” gli fece eco Chaundra, mentre i cardini del pesante portale si schiudevano, rivelando un ampio atrio isolato dall’ acqua.
Il portone si aprì completamente, e la luminescenza che da esso emanava si spense, facendo posto alla luce che proveniva dall’ apertura.
Nomedens si fece avanti, venendo incontro ai due bambini.
Lo seguiva appresso Chaundra.
“Qui” disse “dobbiamo separarci. Il mio compito era di condurvi fino alla scuola, e l’ho assolto. Di qui in poi saranno i maestri a prendersi cura di voi. Siano aperte la vostra mente e il vostro cuore agli insegnamenti che vi verranno impartiti, ma non mettete da parte ciò che il vostro spirito spontaneamente vi suggerisce. Esso può essere il migliore dei maestri e, nel mio caso, è la guida che mi ha condotto fino a voi.”
“No, papà!” fece Gywennen. “Come farò senza di te?”
Durante le ultime fasi del viaggio aveva dovuto tirar fuori quanto di più maturo vi fosse in lei, e ora di fronte alla prospettiva di separarsi dai genitori l’ indifesa natura di bambina riaffiorava.
“Te la caverai benissimo. Confida nelle tue forze” fu la risposta di Nomedens, che aveva sempre saputo che quel momento sarebbe arrivato infine.
“Vi ringrazio della vostra guida e del vostro aiuto” disse invece Arianhel, atteggiandosi ancora una volta a quel principe che aveva dovuto mettere da parte fin da quando avevano lasciato il reame.
“Senza di voi non ce l’avremmo mai fatta a giungere fin qui”.
Chaundra accolse anche lui nell’ abbraccio in cui aveva stretto la figlia, caloroso e materno. “Qualsiasi cosa per voi” disse, con le lacrime agli occhi.
Nomedens invece sospirò. “Era mio preciso dovere condurvi fin qui, da servitore di un fato ancora in corso di definizione di fronte al nostro sguardo cieco ma che confido rechi frutti di rinnovamento per tutte le terre che abitiamo e amiamo”.
Abbandonò poi quel tono così ufficiale per assumerne uno più confidenziale, e sorridendo aggiunse: “Inoltre vi ho condotto nell’ unica vera scuola di magia. Non è il sogno di ogni ragazzino?”
Gywennen e Arianhel passarono dalle braccia di Chaundra alle sue, con le lacrime agli occhi anche loro, ma ridendo, confusi.
“Se mi avessero detto che avrei pianto sott’acqua,” aggiunse Nomedens “avrei invitato l’ esponitore di tanto assurdi vaneggiamenti a farsi un tuffo per primo. Eppure…”
I due bambini risero ancora.
Nomedens gli fece cenno di andare, e si fermò ai piedi degli scalini, con Chaundra accanto da consolare, guardandoli e facendo cenni di saluto, fiero di quelle giovani promesse tanto benauguranti.
Così Arianhel e Gywennen salirono gli scalini che passavano in mezzo alle statue e, oltrepassata la barriera magica di stagnazione che proteggeva l’ ingresso, che fece scoppiare la loro bolla d’ aria, fecero ingresso nella Scuola Bianca.

(Estratto da Giovanni Carmine Costabile, “La Separazione Ardente della Scuola Bianca”, 2014, inedito)

David Lowery e il Cavaliere Verde

Bello lo screenshot, vero? Vuol dire che finalmente abbiamo una trasposizione cinematografica decente di quel capolavoro della letteratura medioinglese noto come “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”?

La parte del film che copre il primo Fitt del poema fa pensare quasi di sì. Certo, nell’originale la corte di Camelot era paragonata dal Cavaliere Verde a bambini imberbi, mentre qui Artù a malapena si regge in piedi e gli altri cavalieri sembrano barbari di terza età, ma fa niente, sappiamo che ogni volta che un’opera letteraria diventa film si estraggono a sorte i particolari da modificare senza alcun senso e scopo.

Il problema inizia con il Secondo Fitt. Gawain viene turlupinato da un trio di marmocchi e lasciato inerme legato sotto un albero. E io che ero rimasto che lungo la via avesse avuto la meglio su lupi, orchi e uomini selvatici! In compenso, apparentemente perché tutte le decapitazioni includono il taglio della testa, gli viene richiesto dalla martire decollata Santa Winifred di recuperare la reliquia della propria testa. Sei stato/a decapitato/a? Chiama Gawain! Siamo aperti di notte e anche il sabato e la domenica!

Di male in peggio: Gawain cede alle avances della Dama Bertilak (nota per le sue conferenze cromatiche) e COMMETTE ADULTERIO con lei! Ma… ma… io… vabbè… A questo punto, giustamente, Gawain è anche un codardo e non si sottopone all’ascia del Cavaliere Verde.

Mi sarebbe piaciuto molto poter parlare bene di questo film. La recitazione non è cattiva, e la fotografia è splendida, come si può osservare. Il problema è che questo non è “Sir Gawain and the Green Knight”, Gawain non è Gawain, e nemmeno come film a sè stante ha molto senso. Peccato.

“I want wings” – Addio a Kentaro Miura

Credevamo che l’anno dei lutti fosse stato il 2017 (Carrie Fisher, David Bowie, ecc.), ma questo maggio 2021 nel giro di neanche due settimane si è portato via Franco Battiato e, apprendiamo oggi, Kentaro Miura, il mangaka a cui dobbiamo quel caleidoscopico, ribollente pentolone di meraviglie e orrori noto come “Berserk”.

L’inizio della vicenda narrata nel fumetto infatti colpisce per le tinte molto forti, dark e violente, un incubo a occhi aperti il cui unico siparietto ironico, a tratti grottesco, è offerto dall’elfetto Puck, di shakespeareana memoria. Devo ammettere di essere stato più volte sul punto di mollare la lettura, se non fosse stato per chi mi spronava: “tu vai avanti, intorno al volumetto dieci ne riparliamo”.

In effetti dopo il grand guignole dei primi volumetti tutto riparte dalla nascita del protagonista Gatsu, l’infanzia tormentata, la sua innata abilità nel destreggiarsi in battaglia con spade di considerevole peso, per introdurre, con il suo reclutamento nella Squadra dei Falchi, il vero e proprio arco narrativo della cosiddetta Età dell’Oro.

Tale ciclo, un po’ come una nuova materia di Bretagna, vede l’ascesa dei Falchi, capitanati dal carismatico Grifis, il cui genio tattico fa il pari con la sua maestria nella scherma, e arrivando quasi a trovare posto a palazzo e blandire la principessa, finchè gli intrighi di corte non fanno incastrare le belle ambizioni del visionario condottiero con il gioco sporco dei notabili, e i Falchi vengono scacciati e Grifis gettato nelle segrete alle “cure” del torturatore.

Di lì in poi, la vicenda diviene al tempo stesso terrificante, sconvolgente, e magnifica, portando finalmente il lettore a capire per quale motivo il Guerriero Nero nei capitoli iniziali era così tormentato da demoni sia interiori sia esteriori. Infatti ora le due linee narrative convergono, e il lettore segue Gatsu nella sua doppia cerca: ridare il ben dell’intelletto all’amata Caska, e vendicarsi su Grifis, la cui riascesa quasi divina ha comportato il sacrificio di tanti.

“Io ho un sogno” aveva confessato uno spensierato Grifis a uno spavaldo Gatsu, molti anni prima. Gatsu poteva solo opporre che lui aveva dovuto sempre combattere per farsi strada, senza avere una meta. Anche noi oggi, persino chi come me ha sempre parteggiato per Grifis, dobbiamo riconoscere che come lettori ci troviamo più nella condizione di Gatsu: abbiamo sempre avvertito la necessità di leggere ogni nuovo capitolo per andare avanti, abbagliati dal Falco, senza sapere quale fosse la meta. Solo tu, Kentaro, conoscevi il tuo sogno per intero, come Grifis: un sogno di un bambino perdutosi su una strada stretta, che vorrebbe le ali per arrivare al castello.

O forse sei tu ad avere dato le tue stesse ali a tutti noi, perché abbiamo volato sia alla vista di tavole curate nei dettagli come fotografie, sia le storie che hai narrato ci sono cresciute dentro fino a mettere piume.

E quindi, Kentaro Miura, grazie per averci donato tanto di te, anche se non vi è stata una conclusione del narrato, e a te, a noi, a tutti coloro che vogliono ali, buon volo.

“Che siamo angeli caduti per terra dall’eterno” – Addio al Maestro Battiato

I 75 anni di Franco Battiato e la nostra solitudine

La notizia della scomparsa di Franco Battiato mi colpisce come un fulmine a ciel sereno. Si sapeva da anni che il Maestro soffrisse l’età non giovanissima, ma questo è un altro di quei colpi che la vita ti sferra e ti arrivano dritti sul naso senza necessità di spiegazioni. Chi ci proteggerà dalle paure e dalle ipocondrie, ricordandoci di essere speciali e che avrà cura di noi?

Ebbi personalmente l’onore di incontrare il Maestro nella vivace estate del 2010, quando tutti andavano in giro con le trombette cantando Waka waka per i mondiali africani. Dopo già aver posto due domande durante l’apposito spazio dibattito, piombai sull’uscita del chiostro di Santa Chiara a Cosenza e lo arpionai come un falco in picchiata. I suoi accompagnatori proposero a Battiato di entrare subito in auto, e lui rise: “Non è un giornalista. Quelli sono lucidi e geniali”. Non mi lasciai scappare l’assist: “I lama tibetani invece sono un po’ naif”. Ridemmo entrambi, dopodiché mi firmò un autografo con dedica: “Il vecchio ricercatore al giovane ricercatore, Franco Battiato” e tornammo entrambi sulle rispettive strade.

Perché la sua strada non è finita nemmeno oggi. Continua invece a scorrere lontano, dove non arrivano i nostri occhi, magari a vagare per i campi del Tennessee, oppure a visitare l’Egitto prima delle sabbie, sicuramente come un angelo, al di là della terra dove noi ancora siamo prigioneri, mentre un’aria d’infinito lo commuove, e ha trovato infine la completa guarigione.

La leggenda di Tessifiore e Piedincanto

C’era una volta una fanciulla che aveva nome Tessifiore dal diletto che traeva nel tessere ricami floreali e viveva nel paese che aveva nome Rubapiedi, dall’usanza che lì vigeva di rubare i piedi degli stranieri così che non potessero lasciare mai quella contrada. Il mercato di piedi lì era fiorentissimo, e così il padre di Tessifiore, che era proprio un mercante di piedi, si era arricchito commerciandoli e vendendoli ai serpenti del regno di Strisciapiano lì vicino, a cui prudeva il ventre per il troppo strisciare.
Un altro regno al confine di Rubapiedi era Appassitura, dove vivevano gli oscuri Appassitori, degli stregoni paurosissimi dotati del potere di far appassire qualsiasi pianta crescesse sotto il sole con un semplice soffio dalla loro bocca. Si diceva che le ricchezze del regno di Appassitura provenissero tutte dall’aver depredato il regno di Fiordalisia, che un tempo era sorto ove ora si stendeva il deserto delle Sabbie Aride.
Nel regno di Appassitura viveva un giovane che si chiamava Piedincanto perché sul cammino dei suoi passi s’udiva una dolce melodia che ricordava l’arpa di Pizzicorda, il leggendario bardo della città di Armonia.
Avvenne un giorno che i sovrani di Rubapiedi e Appassitura si incontrarono nella città di Rubafiore, e tutte le famiglie del regno accorsero per assistere all’evento, anche le famiglie di Tessifiore e Piedincanto.
Ma i fiori di Tessifiore appassivano nei ricami, e dietro ai passi di Piedincanto non s’udiva alcun suono. Entrambi si trovarono così a vagare sconsolati per le vie della città, attendendo l’ora in cui avrebbero fatto ritorno a casa, dove i fiori crescevano e la musica si udiva.
Ed ecco, i due si incontrarono nel Prato del Sogno, ed ecco, entrambi abbassarono lo sguardo per l’imbarazzo di trovare sé stessi in occhi altrui, ed ecco, entrambi non dissero parola per timore di rivelare la propria natura. Ma, quando ormai entrambi stavano per tornare sui loro passi, un fiore spuntò in mezzo a loro, un fiore più luminoso di quelli che Tessifiore avesse mai ricamato, e da esso promanava una musica più dolce che dietro ai passi di Piedincanto. E Piedincanto e Tessifiore si presero per mano, e si giurarono amore eterno: vissero insieme per lunghi anni, ed ebbero figli e nipoti, e furono felici. E in loro onore il regno di Rubapiedi cambiò nome in Tessincanto, e il nome di Appassitura in Piedifiore. Gli stranieri furono liberi di uscire da Tessincanto, sebbene spesso fossero loro a volervi rimanere, e gli Appassitori di Piedifiore divennero i Fioritori, i più grandi floricoltori di tutti i reami. Atlea lethui thanue man-tha. Thin-i-thar, thin-i-thur.