“I want wings” – Addio a Kentaro Miura

Credevamo che l’anno dei lutti fosse stato il 2017 (Carrie Fisher, David Bowie, ecc.), ma questo maggio 2021 nel giro di neanche due settimane si è portato via Franco Battiato e, apprendiamo oggi, Kentaro Miura, il mangaka a cui dobbiamo quel caleidoscopico, ribollente pentolone di meraviglie e orrori noto come “Berserk”.

L’inizio della vicenda narrata nel fumetto infatti colpisce per le tinte molto forti, dark e violente, un incubo a occhi aperti il cui unico siparietto ironico, a tratti grottesco, è offerto dall’elfetto Puck, di shakespeareana memoria. Devo ammettere di essere stato più volte sul punto di mollare la lettura, se non fosse stato per chi mi spronava: “tu vai avanti, intorno al volumetto dieci ne riparliamo”.

In effetti dopo il grand guignole dei primi volumetti tutto riparte dalla nascita del protagonista Gatsu, l’infanzia tormentata, la sua innata abilità nel destreggiarsi in battaglia con spade di considerevole peso, per introdurre, con il suo reclutamento nella Squadra dei Falchi, il vero e proprio arco narrativo della cosiddetta Età dell’Oro.

Tale ciclo, un po’ come una nuova materia di Bretagna, vede l’ascesa dei Falchi, capitanati dal carismatico Grifis, il cui genio tattico fa il pari con la sua maestria nella scherma, e arrivando quasi a trovare posto a palazzo e blandire la principessa, finchè gli intrighi di corte non fanno incastrare le belle ambizioni del visionario condottiero con il gioco sporco dei notabili, e i Falchi vengono scacciati e Grifis gettato nelle segrete alle “cure” del torturatore.

Di lì in poi, la vicenda diviene al tempo stesso terrificante, sconvolgente, e magnifica, portando finalmente il lettore a capire per quale motivo il Guerriero Nero nei capitoli iniziali era così tormentato da demoni sia interiori sia esteriori. Infatti ora le due linee narrative convergono, e il lettore segue Gatsu nella sua doppia cerca: ridare il ben dell’intelletto all’amata Caska, e vendicarsi su Grifis, la cui riascesa quasi divina ha comportato il sacrificio di tanti.

“Io ho un sogno” aveva confessato uno spensierato Grifis a uno spavaldo Gatsu, molti anni prima. Gatsu poteva solo opporre che lui aveva dovuto sempre combattere per farsi strada, senza avere una meta. Anche noi oggi, persino chi come me ha sempre parteggiato per Grifis, dobbiamo riconoscere che come lettori ci troviamo più nella condizione di Gatsu: abbiamo sempre avvertito la necessità di leggere ogni nuovo capitolo per andare avanti, abbagliati dal Falco, senza sapere quale fosse la meta. Solo tu, Kentaro, conoscevi il tuo sogno per intero, come Grifis: un sogno di un bambino perdutosi su una strada stretta, che vorrebbe le ali per arrivare al castello.

O forse sei tu ad avere dato le tue stesse ali a tutti noi, perché abbiamo volato sia alla vista di tavole curate nei dettagli come fotografie, sia le storie che hai narrato ci sono cresciute dentro fino a mettere piume.

E quindi, Kentaro Miura, grazie per averci donato tanto di te, anche se non vi è stata una conclusione del narrato, e a te, a noi, a tutti coloro che vogliono ali, buon volo.

“Che siamo angeli caduti per terra dall’eterno” – Addio al Maestro Battiato

I 75 anni di Franco Battiato e la nostra solitudine

La notizia della scomparsa di Franco Battiato mi colpisce come un fulmine a ciel sereno. Si sapeva da anni che il Maestro soffrisse l’età non giovanissima, ma questo è un altro di quei colpi che la vita ti sferra e ti arrivano dritti sul naso senza necessità di spiegazioni. Chi ci proteggerà dalle paure e dalle ipocondrie, ricordandoci di essere speciali e che avrà cura di noi?

Ebbi personalmente l’onore di incontrare il Maestro nella vivace estate del 2010, quando tutti andavano in giro con le trombette cantando Waka waka per i mondiali africani. Dopo già aver posto due domande durante l’apposito spazio dibattito, piombai sull’uscita del chiostro di Santa Chiara a Cosenza e lo arpionai come un falco in picchiata. I suoi accompagnatori proposero a Battiato di entrare subito in auto, e lui rise: “Non è un giornalista. Quelli sono lucidi e geniali”. Non mi lasciai scappare l’assist: “I lama tibetani invece sono un po’ naif”. Ridemmo entrambi, dopodiché mi firmò un autografo con dedica: “Il vecchio ricercatore al giovane ricercatore, Franco Battiato” e tornammo entrambi sulle rispettive strade.

Perché la sua strada non è finita nemmeno oggi. Continua invece a scorrere lontano, dove non arrivano i nostri occhi, magari a vagare per i campi del Tennessee, oppure a visitare l’Egitto prima delle sabbie, sicuramente come un angelo, al di là della terra dove noi ancora siamo prigioneri, mentre un’aria d’infinito lo commuove, e ha trovato infine la completa guarigione.

La leggenda di Tessifiore e Piedincanto

C’era una volta una fanciulla che aveva nome Tessifiore dal diletto che traeva nel tessere ricami floreali e viveva nel paese che aveva nome Rubapiedi, dall’usanza che lì vigeva di rubare i piedi degli stranieri così che non potessero lasciare mai quella contrada. Il mercato di piedi lì era fiorentissimo, e così il padre di Tessifiore, che era proprio un mercante di piedi, si era arricchito commerciandoli e vendendoli ai serpenti del regno di Strisciapiano lì vicino, a cui prudeva il ventre per il troppo strisciare.
Un altro regno al confine di Rubapiedi era Appassitura, dove vivevano gli oscuri Appassitori, degli stregoni paurosissimi dotati del potere di far appassire qualsiasi pianta crescesse sotto il sole con un semplice soffio dalla loro bocca. Si diceva che le ricchezze del regno di Appassitura provenissero tutte dall’aver depredato il regno di Fiordalisia, che un tempo era sorto ove ora si stendeva il deserto delle Sabbie Aride.
Nel regno di Appassitura viveva un giovane che si chiamava Piedincanto perché sul cammino dei suoi passi s’udiva una dolce melodia che ricordava l’arpa di Pizzicorda, il leggendario bardo della città di Armonia.
Avvenne un giorno che i sovrani di Rubapiedi e Appassitura si incontrarono nella città di Rubafiore, e tutte le famiglie del regno accorsero per assistere all’evento, anche le famiglie di Tessifiore e Piedincanto.
Ma i fiori di Tessifiore appassivano nei ricami, e dietro ai passi di Piedincanto non s’udiva alcun suono. Entrambi si trovarono così a vagare sconsolati per le vie della città, attendendo l’ora in cui avrebbero fatto ritorno a casa, dove i fiori crescevano e la musica si udiva.
Ed ecco, i due si incontrarono nel Prato del Sogno, ed ecco, entrambi abbassarono lo sguardo per l’imbarazzo di trovare sé stessi in occhi altrui, ed ecco, entrambi non dissero parola per timore di rivelare la propria natura. Ma, quando ormai entrambi stavano per tornare sui loro passi, un fiore spuntò in mezzo a loro, un fiore più luminoso di quelli che Tessifiore avesse mai ricamato, e da esso promanava una musica più dolce che dietro ai passi di Piedincanto. E Piedincanto e Tessifiore si presero per mano, e si giurarono amore eterno: vissero insieme per lunghi anni, ed ebbero figli e nipoti, e furono felici. E in loro onore il regno di Rubapiedi cambiò nome in Tessincanto, e il nome di Appassitura in Piedifiore. Gli stranieri furono liberi di uscire da Tessincanto, sebbene spesso fossero loro a volervi rimanere, e gli Appassitori di Piedifiore divennero i Fioritori, i più grandi floricoltori di tutti i reami. Atlea lethui thanue man-tha. Thin-i-thar, thin-i-thur.

Mille volte il primo bacio di Biancaneve

Snow White: A Tale from the Brothers Grimm: Amazon.it: Grimm, Jacob, Grimm,  Wilhelm, Santore, Charles: Libri in altre lingue

Tempo fa ricordo che si ebbe molto a discutere sul fatto che nel 1937 Tolkien andò a vedere la pellicola Disney “Biancaneve e i Sette Nani” con l’amico e collega Clive Staples Lewis ed entrambi ne uscirono insoddisfatti, per ragioni in realtà poco chiare, sembra relative alla rappresentazione dei nani. Ulteriori informazioni al link facebook di Tolkien Italia:

https://www.facebook.com/TolkienItalia/posts/il-veto-di-tolkien-e-lavversione-dellautore-inglese-per-walt-disneydurante-la-su/3289691834408301/

Oggi il problema non riguarda i nani, con buona pace degli Inklings, ma Biancaneve e il Principe, accusato da ben altri pulpiti (o palpiti) di aver rubato il bacio a una fanciulla inerme perché assopita e in quanto tale non consenziente. In altri termini, ricordatevi di denunciare la Croce Rossa, il 118 o il bagnino se per salvarvi la vita vi fanno il massaggio cardiaco (che come tutti ben sanno è una ignobile scusa per palpare i turgidi seni) e/o praticano l’insufflazione forzosa (che noi comuni mortali designamo “il bocca a bocca”).

Detto ciò, è chiaro che la fiaba è un prodotto letterario cristallizzato da un autore in una data forma scritta che appunto raffina e condensa un amalgama polimorfo di eventi, narrati, personaggi, rappresentazioni, eventi e luoghi ben più liquidi e fluidi, per non dire interscambiabili (è il “paiolo dei racconti” di cui parla appunto il Tolkien accademico). Chissà quante versioni diverse della fiaba di Biancaneve sono state narrate oralmente, magari anche a diverso titolo, o senza un titolo, oppure chissà quante altre fiabe hanno prelevato un “pezzo” della fiaba di Biancaneve per incastonarlo in tutt’altro contesto!

La nostra concezione della fiaba di Biancaneve dipende appunto da due principali tra le “cristallizzazioni” di cui dicevamo: la più antica è quella riportata nelle fiabe dei fratelli Grimm, ma la più nota al grande pubblico odierno è appunto la Disney del 1937. Dal momento che i Grimm raccoglievano e redavano racconti popolari tedeschi preesistenti, è buon gioco osservare che la versione originaria della storia sia molto più antica del diciannovesimo secolo, tempo della loro redazione, per non parlare dei singoli elementi o “motivi” ricorrenti in molte altre storie (la mela avvelenata, lo specchio magico, ecc.)

In effetti, i Grimm produssero diverse versioni della fiaba di Biancaneve. Nella più recente, datata al 1857, Biancaneve non veniva svegliata da un bacio, ma dal piede malfermo di uno dei servitori del Principe, ai quali era stato ordinato di trasportare la bara di cristallo al castello, e che rovesciò la bara facendo così sputare a Biancaneve la mela avvelenata. Nella prima versione del 1812, ancora peggio: il Principe non poteva andare da nessuna parte senza portare la bara con sè e vedere il viso dell’amata dormiente, tanto che i servitori si ribellarono all’estenuante compito, lasciando cadere la bara con eguali effetti.

A questo punto diviene evidente come la modifica apportata da Disney per allineare la fiaba a “La bella addormentata nel bosco”, cioè il risveglio al bacio del vero amore, sia molto più riuscito dell’incespicamento o rivalsa servile dei Grimm. Ciò vale tanto più se si considera che l’ossessione principesca di aver dietro la bara, o l’originale risveglio post-rapporto sessuale del Principe con la Bella addormentata, risalgono invece a un mondo primitivo marcato da ragioni magico-rituali sciamaniche che è difficile portare in scena al grande pubblico odierno, probabilmente anche più che ai tempi postvittoriani del cartone animato, perché molto più rapidi al vedere una necrofilia che peraltro non è mai intesa da nessun narratore.

In poche parole, il problema è: come si fa a rappresentare l’idea dell’amore che vince la morte? Come si risveglia dal coma la persona amata? Innanzitutto non la si deve mollare a quelli che staccano facilmente la spina, sicuramente. Ma nemmeno lasciarsi trascinare in una vita funerea, consumarsi nel dolore. Poi, per chi vuole vederla, ci ricorda l’Attilio Mordini del magnifico volume “Il segreto cristiano delle fiabe”, c’è la grande consolazione di Gesù, il cui bacio che è vita si stampa sulle labbra della fanciulla che tutti noi abbiamo dentro, l’anima, e la riportano indietro dai morti senza voltarsi indietro, un Orfeo infallibile che, ci ricorda Tolkien, anche nella più grande tragedia non conosce altro che il lieto fine.

La Spartizione della Compagnia, ovvero Tradurre Tindrock

La spartizione della Compagnia,
ovvero Tradurre Tindrock
di Giovanni Carmine Costabile
25/08/2020

George R. R. Martin tempo fa ebbe a dichiarare, in merito alla sua saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco e relativa ispirazione tolkieniana, che:

“Nella costruzione generale, proprio il capolavoro di Tolkien è stato il mio modello. L’autore inglese inizia da un particolare, da una scena quasi familiare, la festa di compleanno di Bilbo nella Contea, un piccolo angolo dimenticato della Terra-di-mezzo. Da lì, i personaggi si aggiungono lentamente e la scena si allarga sempre più. All’inizio ci sono Frodo e Sam, poi vengono Merry e Pipino, poi a Brea si aggiunge Aragorn e a Gran Burrone si unisce il resto della Compagnia. In seguito, avviene il contrario: da un certo punto, si perdono pezzi. Prima Gandalf, poi Boromir muoiono, poi Frodo e Sam attraversano da soli il fiume, mentre Merry e Pipino sono portati via dagli Orchi e quel che rimane della Compagnia li insegue. Si ha la sensazione che mentre il gruppo cerca di riunirsi il mondo diventi sempre più grande. L’ottica si allarga sempre più per seguire tutti i differenti percorsi. Il mio schema è stato molto simile. Si inizia a Winterfell e tutti eccetto Daenerys si trovano lì. Anche personaggi che non vi appartengono come Tyrion. Partono tutti insieme e lentamente iniziano a dividersi. In un certo senso la mia saga è più grande del Signore degli Anelli perché i personaggi da seguire sono moltissimi e ci sono molte separazioni. È sempre stato il mio intento, come avviene nel Signore degli Anelli: i protagonisti si separano tutti per poi tornare a riunirsi di nuovo tutti insieme. Forse, però, mi sono attardato un po’ troppo. Avrei dovuto iniziare questa seconda fase due libri fa!”
(George R.R. Martin parla di J.R.R. Tolkien, Associazione Italiana Studi Tolkieniani, https://www.jrrtolkien.it/2011/11/11/george-r-r-martin-parla-di-j-r-r-tolkien/?fbclid=IwAR2aaKlxFLLKI6sZTDHz2dokeWHWCv3cGoiiCT1Lu442Do29RENbmR_FXHc)

In effetti, La Compagnia dell’Anello, per lo meno fino al Consiglio di Elrond, e pur attraverso tante peripezie, dal punto di vista della aggregazione caratteriale narratologica rappresenta un moto tendenzialmente ascendente, tendenza che si viene a invertire a partire dal fallimento simbolico dell’ascesa del Monte Caradhras, che comporta la caduta di Gandalf a Moria in una sequenza discendente che, altrettanto simbolicamente, vede, appunto, l’esplorazione delle miniere di Moria e il decorso a valle del Grande Fiume Anduin fino, ancora una volta simbolo, le Cascate di Rauros.
E proprio infatti in tal luogo si consuma l’evento che offre titolo al capitolo finale de La Compagnia dell’Anello, quel “The Breaking of the Fellowship” di Tolkien, che Alliata esplicitava “La Compagnia si scioglie”, mentre Fatica preserva implicito in “Lo scioglimento della Compagnia”, a mio modesto parere mancando il bersaglio entrambi.
Sicuramente non è possibile sostenere da parte di alcun dei due traduttori errore in questo caso, eppure mi pare evidente come parlare di scioglimento, resa corretta, pur se non letterale, di “Breaking”, evochi naturalmente, e nonostante la pregnanza fluviale dell’immagine, anche al contempo l’associazione spontanea con lo scioglimento inteso in senso letterario, ovvero, originariamente, la conclusione di un’opera teatrale, nella catastrofe (termine tecnico teatrale già antico) e catarsi (come da Poetica di Aristotele) della tragedia, a finale mesto, oppure nel riconoscimento, o più propriamente agnizione (greco anagnorisis) della commedia, a lieto fine.
Ora, nonostante Tolkien sia chiaramente a conoscenza della terminologia drammatologica, come dimostra coniando il termine “Eucatastrofe”, o buona catastrofe, per il lieto fine delle fiabe, tale riferimento è del tutto assente nell’inglese “Breaking”, giacchè i tre volumi de Il Signore degli Anelli sono concepiti come un tutt’uno, e dunque non si ha tecnicamente un vero e proprio scioglimento che nel terzo volume, al termine dell’intero narrato, e infatti “Breaking”, oltre i concetti di rottura o separazione, evoca piuttosto idee di transitorietà parentetica, di tregua dagli affanni, di siesta ristoratrice, di pausa dalle fatiche, o persino la colazione mattutina, se solo pensiamo a espressioni tanto comuni come: “I’m too stressed, I need a break”; “It’s gotten too messy here, I think I will take a break”; “Give me a break, man!”; e ovviamente “Let’s have breakfast. Shall we?”. Personalmente adotterei perciò preferenzialmente “spartizione”, che ha se non altro il pregio di sottolineare maggiormente la divisione della Compagnia in diverse branche, e al contempo rimanda al motivo della divisione stessa, la spartizione, questa sì impossibile, del tesoro, cioè, chiaramente, l’Anello.
Infatti, come è noto, quanto accade in tal frangente è l’approdo di quanto resta della Compagnia, ridotta a otto membri dietro la guida di Aragorn dopo la tragica caduta di Gandalf a Moria, sulla sponda destra del lago Nen Hithoel formato sul corso del Grande Fiume Anduin dall’accumulo di acqua causato dalle cascate già dette. Su tale riva, non troppo distante dall’approdo della Compagnia, nell’entroterra si staglia Amon Hen, il Colle della Vista, dove poi si spingerà Frodo in fuga, tradito da Boromir. In maniera speculare, sulla riva sinistra sorge invece Amon Lhaw, il Colle dell’Udito, che invece resta inesplorato. Ma ancor più intatta permane l’isola di Tol Brandir, “Isle of the Great Steeples”, scrive Tolkien spiegandone il significato letterale in Parma Eldalamberon 17, pp. 22, 61, che significa “Isola dei Gran Campanili”. Detta isola, uno spuntone di roccia che s’innalza dalle acque al centro di Nen Hithoel, tra i due colli già menzionati, a Gondor viene però chiamata “Tindrock”, che Alliata rende “Roccarebbio”, e Fatica “Roccaguglia”.
Così, ormeggiati sulla riva destra, gli otto Compagni dell’Anello sopravvissuti si accampano a Parth Galen, in lingua Sindarin “Prato verde” (ISdA II, x), in originale “Green Sward”, nella testimonianza di Aragorn “un bel posto nei giorni estivi dei tempi che furono”, ma Frodo si allontana da solo perché gli è affidata da Aragorn e gli altri la decisione in merito alla prossima destinazione della Compagnia orfana della sua guida in Gandalf, se recarsi direttamente a Mordor o far prima tappa a Gondor, ed egli ha domandato un’ora di tempo per riflettere a riguardo. E così, risalendo il colle, egli incappa in Boromir, che tenta di convincerlo a cedergli l’Anello perché Gondor possa impiegarlo nella lotta contro il Nemico. Frodo fugge, essendo diventato invisibile grazie all’Anello, che ha prontamente indossato al dito dietro il crescente incalzare delle bramose richieste di Boromir, e così si spinge, senza che alcuno lo veda, fino alla cima di Amon Hen, il Colle della Vista. Lì siede sul Seggio della Vista e, per via dei poteri congiunti dell’Anello e dell’antica sede di custodia di una delle arcane Pietre Veggenti, i Palantiri, riesce a vedere le truppe di Sauron che si radunano per tutte le terre a oriente delle Montagne Nebbiose, cosa che lo riempie di sconforto, ma poi si rincuora a vedere la bianca Minas Tirith degli Uomini, o almeno così gli pare, prima che il suo sguardo si spinga dentro la Terra Nera di Mordor fino alla fortezza di Barad-dûr, dove intuisce la presenza dell’Occhio di Sauron, il Nemico, una pupilla infuocata, avvolta nelle fiamme, che costituisce il simbolo, o forse l’attuale forma, del Signore degli Anelli (dubbio arbitrariamente risolto in favore della seconda opzione da Peter Jackson nella trilogia cinematografica).
L’esperienza del fallimento del cuore di Boromir e la visione avuta sul Seggio ispirano infine in Frodo l’amara scelta da compiere: scenderà a valle, prenderà di soppiatto possesso di una delle imbarcazioni e, prima che gli altri possano rendersene conto, approderà sulla riva orientale del Fiume, dove prenderà da solo la via degli Emyn Muil, diretto a Mordor. Frodo, che in tale scelta, oltre che preservare l’integrità del suo mandato, aveva anche a cuore la protezione degli altri sette, viene però intercettato in partenza da Sam, che ha saputo dal pentito Boromir cosa era accaduto e ne ha dedotto le scelte del Padrone, e Sam praticamente costringe Frodo a prenderlo con sé come compagno di viaggio fino alla fine. Il lettore apprenderà solo al principio della seconda parte, Le due torri (di nuovo, a differenza dei film, dove il tutto si condensa nel finale della prima parte), che, come si legge nel primo capitolo, “L’addio di Boromir”, il capitano di Gondor ha dato la vita eroicamente nel vano tentativo di impedire agli Orchetti sopravvenuti in frotte di deportare gli altri due Hobbit, Merry e Pipino, verso ignoto domani. A scoprirlo è Aragorn, sopraccorso al richiamo del corno di Gondor come il poeta della Chanson de Roland all’Olifante di Orlando a Roncisvalle, appena in tempo per udirne l’estremo saluto e amministrargli l’“estrema unzione” di una lacrima e un sorriso, un apologo e un perdono, un augurio e una benedizione.
Dunque, dicevo, spartizione: termine che ha il pregio di evocare, se proprio deve suggerire altro, la torta, dei diagrammi o culinaria, un tesoro, come l’Anello, o, piuttosto, il compito di distruggerlo, e la ripartizione dei diversi “share” nell’amministrazione del patrimonio, o compito, tra i vari titolari “azionisti”, che in effetti a missione conclusa incasseranno bottini “paperoneschi”. Inoltre, la spartizione richiama lo spartito musicale, che ripartisce la melodia in base al tono e il tempo, come la Compagnia seguirà i diversi toni e tempi dei tre gruppi che sono ora venuti a spartirla: a mò di comparazione tra un trattamento musicale e uno letterario del comune tema dell’eroismo, assegnerei alla Compagnia la Sinfonia n. 3, op. 55, Eroica, di Ludwig Van Beethoven (ignorando l’originaria dedicazione al Bonaparte, comunque poi ritirata dal compositore, e senza pretendere che la correlazione con la sinfonia, e tantomeno con il condottiero francese, sia mai necessariamente esistita nella mente di Tolkien). Così, i diversi movimenti ne sono associati ai diversi “partiti” della spartizione sulla base della apparente attinenza dei motivi musicali ai tipi caratteriali dei sottogruppi: al duo “comico” Merry-Pipino va l’“Allegro vivace” del Trio di corni dello Scherzo costituente il Terzo movimento, che alterna pianissimo e fortissimo; l’“Allegro con brio”, ovvero il Primo movimento, ben s’attaglia al “trio meraviglia” Aragorn-Gimli-Legolas (anche se, si deve ammettere, l’orecchio va anche ad almeno un altro trio, l’“Andante con moto” del Trio op. 100 di Franz Schubert); e ai “gemelli del destino” Frodo e Sam non può altro corrispondere che l’“Adagio assai” della Marcia funebre, cioè il Secondo movimento; in attesa di riunirsi tutti e tre i gruppi, insieme anche al caduto e rinato Gandalf, e a Boromir redivivo nel fratello Faramir, nel grande “Allegro molto” finale del Quarto movimento, sul Campo di Cormallen, un altro “Prato verde” come Parth Galen, ma di segno opposto, vale a dire ricongiungimento anziché separazione (tanto che Cormallen in Sindarin è “Anello d’oro”).
Cito la parola “separazione” come grossolano equivalente, ma ribadisco preferenza per “spartizione”, anche perché, sebbene non risulti conferma in Tolkien, e anzi Parth del Sindarin può richiamare, piuttosto, proprio l’italiano prato, prateria, inglese prairie, d’altronde in inglese un modo comune di riferirsi al fenomeno è dato dall’espressione to part ways, “prendere strade diverse”, “andare ognuno per la sua strada”. L’italiano “spartire” pone una s- privativa, ma mantiene la stessa radice, inglese to part, italiano partire, e nella lingua di Dante la “partenza” è propriamente la presa distanza di persona da luogo, mentre ad Albione il parting è innanzitutto il tempo che due persone (o più, al limite) trascorrono senza (o prima di) rincontrarsi, e viene detto così tanto più se il tempo lontani è lungo, quando negli Stati Uniti addirittura lo stesso parting diventa invece il momento stesso del distacco tra le parti, tanto che un bacio di saluto viene detto a New York “a parting kiss”.
D’altronde, è anche vero che l’accezione appena riferita dell’inglese parting è presente ancora, sebbene desueta, in italiano, tanto che il poeta di Gorla Emilio Praga nel 1863 scriveva: “Povero amico, addio … quel mazzolino ho ancor, che mi donasti quando da te partìa…” (Memorie del presbitero, dalla raccolta Penombre del 1864), evidenziando l’uso arcaico di “partire da persona” anziché da luogo. E, inversamente, in Medio Inglese si diceva “to part (up, forth, forward) from a place”, come ad esempio nel St: Erkenwald al verso 107: “Þe primate with his prelacie was partyd fro home; In Esex was Ser Erkenwolde, an abbay to visite”.
“Separazione”, per contrasto, è etimologicamente “se-pararsi”, ovvero “parare sé stesso come cosa a sé stante”, “porsi in autonomia”, il che non mi pare una buona descrizione della dinamica collettiva in cui non sono i singoli membri di un corpo a distaccarsi l’un l’altro, laddove i concetti di “sè stesso” e “autonomia” meglio si attagliano, ma appunto si ha la suddivisione di un gruppo più grande in partiti, comunque comunitari e interpersonali piuttosto che individuali, più piccoli. Nè fa meglio al caso parlare di divisione, che suggerirebbe discordie completamente assenti, e comunque è separazione binaria, di-visione, etimologicamente “il vedere due cose come distinte”, per non parlare della resa più letterale, rottura, che farebbe pensare a una presa di distanza inconciliabile, che risulta del tutto assurdo se riferito alla Compagnia, ineluttabilmente volta in qualsiasi caso al proprio scopo originario di sconfiggere Sauron, e persistentemente legata al suo interno dagli stessi indiscutibili vincoli di fedeltà e amicizia reciproca iniziali, come dimostrano Aragorn e Gimli e Legolas che nel seguito andranno a caccia degli Uruk deportatori per liberare Merry e Pipino, nonché perché tutti i membri concorrono alla comune devozione a Frodo, incaricato del fardello più gravoso, motivo per cui infine, una volta salvata Minas Tirith dall’assedio orchesco, Aragorn condurrà i vessilli al Nero Cancello di Mordor per offrire a Frodo una diversione. La spartizione non arriva comunque mai, né nella sua attuazione, né nel rocambolesco seguito, a mettere in discussione, neanche solo teoricamente, tali presupposti.
Ma, se di spartizione si tratta, risultante in tre parti, e non di divisione, in semplici due, pure occorre ricordare che il tutto rechi scenografia fluviale, e per la precisione nel luogo dello spartiacque noto in Sindarin come Tol Brandir, l’Isola dei Gran Campanili, tenuta in Gondor come Tindrock nell’inglese di Tolkien, e resa in Alliata Roccarebbio e in Fatica Roccaguglia. A proposito di tale isola, in Alliata si legge che la Compagnia trascorre la notte in Parth Galen, e al risveglio Frodo la osserva:
Il giorno giunse come fuoco e fumo. All’est, basse pareti di nuvole nere sembravano sprigionarsi da qualche grande incendio. Il sole nascente le illuminava dal basso con fiamme di un rosso tenebroso; presto però, scavalcandole, s’innalzò nel cielo limpido. La sommità di Tol Brandir era incappucciata d’oro. Frodo volse lo sguardo a oriente, fissando l’alta isola. I suoi fianchi scoscesi emergevano perpendicolari alle acque. Sopra le rupi, alcuni alberi si arrampicavano, su dei ripidi pendii, ove le chiome degli uni sfioravano il ceppo degli altri; più in alto, grigie facciate di rupi impervie erano coronate da una grande vetta acuminata. Molti uccelli vi roteavano intorno, ma non vi si scorgeva altra traccia di esseri viventi. (ISdA II, x)
Prima di affrontare la traduzione in italiano di Tindrock, è bene capire il significato dell’isola. Ho già detto che si tratta letteralmente di uno spartiacque, e in effetti alla fine dei conti la risultante è che il duo Frodo-Sam si trova sulla sponda orientale e gli altri due gruppi sulla riva occidentale. Si può anche brevemente notare come nel libro la barca di Frodo e Sam aggiri l’isola a sud per raggiungere la plaga di Amon Lhaw, mentre nel film ciò non sia possibile, dal momento che Tol Brandir in tal sede sorge direttamente sul ciglio delle Cascate di Rauros, il che logicamente comporta il passaggio a nord.
Bisogna inoltre ritornare a considerare il fatto che proprio innanzi a Tol Brandir sulla sponda occidentale si trovi, come già sappiamo, Parth Galen. Il dato non è casuale: basti prendere insieme i due nomi, Tol Brandir e Parth Galen, e se li fondiamo abbiamo Tol Galen, vale a dire l’Isola Verde nel mezzo del Fiume Adurant in Ossiriand, dimora di Beren e Lúthien ritornati indietro dalla morte nei Tempi Remoti della Prima Era. Quanto ciò suggerisce è che, appunto, il Galen, il Verde, ha passato l’acqua, come gli Elfi il Mare, ed è approdato sulla sponda occidentale, su altri lidi, non necessariamente oltremondani, come era anche nel caso della figlia defunta del poeta del Pearl, il poema medievale a cui Tolkien dedicò tanti studi, ma anche semplicemente nel senso che la Speranza di Estel deve recarsi a Rohan dove a molti pare di non fidare “nella speranza” che “ha abbandonato queste terre”.
Eppure, proprio al ritorno della Speranza di Aragorn si ritrova anche il Bianco della Fede di Gandalf, e infine il Re fa il suo ingresso a Gondor per reclamare il suo trono, e tutto quando invece la Carità, il cui Rosso trova oscena parodia della Fiamma Imperitura nella “grande ruota di fuoco” dell’Anello e nei fuochi dell’Orodruin, che proprio da Parth Galen iniziano a scorgersi a oriente, proprio a oriente deve volgersi, diretta alla prova più ardua: come la Speranza deve dimostrare di esistere persino nella disperazione assoluta, e la Fede nella completa sfiducia, così anche la Carità deve provare che il suo amore e la sua pietà arrivano a tendere una mano finanche a chi è sprofondato nell’egoismo e nell’odio, come infatti imponderabilmente accadrà tra Frodo e Gollum. Il moto che accende l’intera vicenda, però, quando il Bianco oramai è svanito, è proprio lo spostamento del Verde oltre la riva, è il movimento della speranza terrena “che riusciamo a mettere le cose a posto” su questa terra, nostra isola, al di là delle Grandi Acque che ci separano dal Cielo provvidente, per mutarsi invece nell’abbandono alla Volontà dell’Autore, che non è più semplice speranza mortale e vanificabile dalle contingenze mondane, ma la vera e propria Speranza invincibile, incrollabile e immortale, che infine ritrasforma il fuoco di Udún stesso in Fiamma di Anor.
Mentre ciò è in corso di svolgimento, però, ovvero, “a metà del fiume”, come accade a Tol Brandir, dove si è persa la vista della sorgente, ma non si è ancora in odor di estuario, è difficile tenere a mente costantemente ciò: vi è troppo da fare per fermarsi a ricordare e a pensare, tantomeno la chiarezza di prospettive necessaria a progettare, tanto che Frodo deve allontanarsi da solo per riflettere, e perfino allora non può farlo indisturbato, perché impicciato da Boromir, tanto che la decisione effettiva richiede poi nientemeno che la scalata di Amon Hen e la seduta sul Seggio della Vista per poter essere conseguita. Ciò accade perché, come dice Aragorn di Parth Galen: “Speriamo che il male non vi sia ancora giunto”, con ciò pensando sicuramente a un altro luogo della vicenda di Beren e Lúthien, un altro luogo che contiene “galen”, e cioè quella Piana Verde di Ard-galen, prossima alla reggia di Morgoth ad Angband, che, intossicata e annerita dalle esalazioni nocive e dai densi fumi opprimenti dell’Oscuro Sire, è stata poi ridenominata Anfauglith, “Polvere soffocante” (IS 400), che Beren e Lúthien appunto solcano, travestiti da lupo e pipistrello, per giungere proprio alla fortezza dell’usurpatore dei Silmarilli e recuperarne uno.
Peraltro, la luce dorata che avvolge la cima di Tol Brandir ne rivela proprio il significato “nuziale” che troverà compimento solo nell’anello d’oro che dà il nome al Campo di Cormallen, come già detto, e ciò accadrà solo alla fine di tutto, quando il Re Ritornato potrà in conclusione essere unito nel matrimonio ad Arwen Stella del Vespro, mentre al momento persino tale propizia prefigurazione, nell’alone rossastro di Monte Fato lontano a est che l’avvampa, appare forse piuttosto un funesto alludere a quell’altro oro che Frodo porta al collo come un carico straziante. Ma non a caso il Fato, di cui il Monte è voce, è in inglese lo stesso Doom che segnava il comune destino dei due amanti nella Canzone di Beren e Lúthien cantata proprio da Aragorn presso un’altra altura decisiva incontrata sul cammino, quel Colle Vento dove un altro incontro, allora con Gandalf, fu mancato. Per inciso, anche al Rath Dinen si separeranno Aragorn, Gimli e Legolas da Théoden e il resto della cavalleria, incluso Merry, e soprattutto Aragorn lì si allontana in ben altro senso da Dama Éowyn, quando Frodo e Sam quasi si separano in cima a Cirith Ungol allorché Sam pensa Frodo sia morto per la puntura di Shelob, e infine il Monte dei Monti suddetto, il Fato, scinde Frodo da Gollum e, volendo, ancora una volta, è la partenza al Sacro Monte Taniquetil nella Verde Aman a consegnare Frodo e Sam alle rispettive sorti (e consorti), ovvero ciascuno alla propria parte (e controparte) o dolce metà (o meta). Anche qui si vede da un lato come siano le punte, gli angoli, le vette, la verticale a dividere, a fare le parti come particolarità distinte, come parti teatrali che si spartiscono perché dipartono l’una dall’altra, mentre il viaggio, la Via, il percorso, il cammino, quindi il movimento orizzontale verso l’alterità accogliente unisca, ovvero faccia le parti nel senso di prendere le parti altrui, rendendosi con ciò parti in causa, partecipi e compartecipi della parte, così che si spartisce insieme il guadagno, si trova buon partito e si partorisce buon parto, partendo insieme come partner verso più armoniche partiture, sapendo che perfino le due parti più grandi in cui si identificano e si oppongono quasi tutti gli uomini, scienza e religione, proprio come parti si ritrovano, l’una fondando tutto su una infinitesima particella, l’altra su una infinita particola.
E, ritornando a Beren e Lúthien, non si tralasci che, anche se innominato, fu ancora prato verde e bianco la radura di cicute in fiore dove Beren “incespicò” nella danza stregacuore di sua futura moglie, l’Elfa di Thingol e Melian del Doriath, “more fair than mortal tongue can tell”, “più bel che lingua d’om dir possa”, canterà poi Beren stesso. Forse non è un caso allora che Parth Galen, oltre che il Noldorin Calembel (e varianti), nome poi attribuito in Sindarin a una città gondoriana e significante ‘Greenham’, ‘Verde Villaggio’ (possibile riferimento a quella Roos inglese che fu teatro della reale danza di Edith per Tolkien convalescente, che ispirò il motivo), e varianti, fosse prima in Noldorin anche Kelufain e Forfain, ‘White Spring’ e ‘White Shore’, ‘Bianca Fonte’ e ‘Bianca Riva’, indicando come appunto Tolkien volutamente scartò il riferimento al colore delle cicute e la nozione che il luogo fosse punto di origine o di arrivo, perché invece non ospita danze ma distacchi, e non è leva d’ormeggi né un approdo, ma transito sostato.
Parlando dei primissimi romanzi di cui si abbia traccia, scritti in greco antico a partire dall’epoca alessandrina, Massimo Fusillo considerava:

“[I]l romanzo greco possiede una serie di temi obbligati e di topoi che ruotano intorno a due assi portanti (interrelati fra loro): 1′ eros e 1′ avventura. È nota la struttura narrativa alla base di queste cinque opere, che ha esercitato un ampio influsso sulla narrativa moderna, soprattutto su quella barocca, riverberandosi fino ai Promessi sposi di Manzoni (che però ne ribalta i caratteri): una coppia di adolescenti nobili e bellissimi si innamora al primo sguardo a inizio della storia, vive un periodo di separazione in cui incontra una serie potenzialmente infinita di ostacoli, per poi riunirsi di nuovo nel trionfale happy end (uno schema sottoposto comunque a parecchie varianti sempre trascurate dai detrattori). È una struttura tendenzialmente chiusa, dominata da una componente centripeta, che subordina tutto al tema primario, alla celebrazione dell’eros reciproco; ma è assai attiva anche una componente centrifuga, che apre il romanzo alla polifonia del mondo esterno, sia accogliendo materiale digressivo, sia dando alla rappresentazione dei rivali che ostacolano la coppia uno spessore significativo. Il romanzo comico e fantastico risolve invece questa dialettica tra chiusura e apertura tutta a vantaggio del secondo termine”. (Massimo Fusillo, ‘Letteratura di consumo e romanzesca’ in G. Cambiano, L. Canfora, e D. Lanza, eds., Lo spazio letterario della Grecia antica. Vol. I: La produzione e la circolazione del testo. Tomo III: I Greci e Roma. Roma: Salerno ed., 1994, pp. 240-41).

Insomma, sintetizza Paola Pontani: “i romanzi greci presentano una tipica struttura circolare che prevede il definitivo ristabilimento della situazione iniziale (ricongiungimento della coppia di innamorati)” (Paola Pontani, ‘Il viaggio immaginario nell’antichità: contributo per un’analisi del genere’ in G. Gobber, C. Milani, eds. Tipologia dei testi e tecniche espressive: atti del convegno Milano, 15-16 novembre 2001. Milano: Vita e pensiero, 2002, p. 31). Fusillo poi osserva:

“In un fondamentale saggio che riscrive Freud secondo modelli matematici, Ignacio Matte Blanco ha individuato nel desiderio di simmetria una delle peculiarità primarie della logica inconscia, logica che ignora il principio aristotelico di non contraddizione. È una teoria che ci aiuta fra 1′ altro a capire alcune costanti universali del linguaggio amoroso: la tendenza alla fusione tra le singole persone, al superamento dello spazio e del tempo, all’idealizzazione dell’ oggetto amato. La struttura portante del romanzo greco di cui abbiamo appena parlato sembra concretizzare nel racconto questo desiderio di simmetria di cui 1′ espressione piú affascinante resta il mito narrato da Aristofane nel Simposio di Platone, dove si immagina che ogni essere umano provenga da un taglio in due e che aneli perciò ad un’unità perduta. I due protagonisti dei romanzi greci appaiono sempre come due facce della stessa medaglia: hanno infatti la stessa età (una grossa novità dal punto di vista sociologico), la stessa bellezza magnetica (forma secolarizzata di contatto con il divino), lo stesso elevatissimo rango sociale (mezzo snobistico per attrarre identificazione), provengono quasi sempre dalla stessa città, e soprattutto vivono avventure assai simili, raccontate con un rigoroso parallelismo”. (Fusillo, op. cit., p. 242)

Sicuramente il tema amoroso non è così esplicitamente pervasivo ne Il Signore degli Anelli, ma la dinamica strutturale, che trova origine nell’anelito produttivo verso un comunque mai perfettamente ottenibile ritorno in Eden, permane immutata. E dunque, se il viaggio della Compagnia è un cerchio “there and back again”, “andata e ritorno”, come recita il sottotitolo de Lo Hobbit, non è affatto scontato che la secante del cerchio lo divida in andata e ritorno del cammino; più efficace, a mio avviso, almeno ne Il Signore degli Anelli, pensare a una retta secante che lo divida a Tol Brandir in una metà in cui la Compagnia si costituisce e viaggia unita e una seconda metà in cui i diversi sottogruppi vivono le diverse traversie in cui si imbattono fino alla riunione finale, che prelude al viaggio di ritorno in cui il cerchio viene ripercorso in verso opposto.

Figura 1: Retta tangente, secante ed esterna a un cerchio
(source: https://www.esercizimatematica.com/geometria-euclidea/circonferenza-cerchio/)

La punta acuminata di Tol Brandir può così essere appunto, come spartiacque, la retta secante che seca, cioè taglia, la vicenda in due parti, La Compagnia dell’Anello da un lato e Le Due Torri e Il Ritorno del Re dall’altro, e la Compagnia stessa nelle tre parti sopra considerate, che poi sono anch’esse due soltanto se si prende in conto soltanto da che lato del Fiume si trovano. Eppure, il segmento di secante che si trova all’interno del cerchio, nel nostro caso definito tra i due punti consistenti in due campi verdi, è detto corda, il che richiama al tempo stesso appunto uno strumento musicale, il cuore (cor, cordis in latino) e la possibilità di risalire, e quindi accordo, concordia e cordialità.

Figura 2: Retta esterna, tangente e secante di un cerchio
(source: https://www.tes.com/lessons/k0lfiNThxAo40w/intersezione-retta-e-circonferenza)

La corda, poi, che passa per il centro, quindi, volendo, il cuore del cerchio, è detta diametro, e significativamente, come riporta l’Enciclopedia dei ragazzi di Walter Maraschini, “La figura simmetrica per eccellenza è il cerchio: esso è infatti simmetrico centralmente e ha infiniti assi di simmetria” (http://www.treccani.it/enciclopedia/simmetria_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/), il che implica che un’unica condivisa misura o metro “trasversale”, cioè diametro, definisce, spiega, esprime, valuta e si applica all’intera vicenda in tutti i suoi sviluppi e a tutti i diversi protagonisti e gruppi, anche al di là della loro stessa consapevolezza di ciò. In termini letterari, tale misura è il genio smisurato di Tolkien. Nella cornice, il metro è la Provvidenza incalcolabile di Eru Ilúvatar, e quindi, nell’analogia che lo stesso Tolkien mette in campo nel suo epistolario, nella nostra vita il canone incommensurabile è la Volontà di Dio.

Figura 3: Proprietà del cerchio
(source: http://carmengeometry.weebly.com/unit-11-circles.html)

Ciò vale anche ad osservare come, tracciando due diametri perpendicolari e dividendo pertanto il cerchio in quattro quadranti, se ne ricavi invece un arco, cioè tratto di circonferenza, dalla Contea a Gran Burrone (formazione della Compagnia); un secondo arco, da Gran Burrone a Nen Hithoel (viaggio della Compagnia unita fino alla spartizione); un terzo arco, da Rauros a Cormallen (viaggi della Compagnia spartita fino al ricongiungimento); per terminare con il quarto arco, da Cormallen alla Contea (ritorno a casa), con le quattro braccia, o raggi, che compongono la croce diametrale, tutti terminanti in un prato verde (Contea, Gran Burrone, Parth Galen, Cormallen).

Figura 4: Quadranti di cerchio
(source: https://x-engineer.org/undergraduate-engineering/mathematics/trigonometry/trigonometric-functions-and-the-unitary-circle/)

E un ultimo appunto, prima di arrivare finalmente a Tindrock: l’isola spartiacque divide sì le acque, come si rompono le acque di una partoriente, e come fa Dio stesso in Genesi 1, 6-8: “Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno”. Eppure, nel caso di Tol Brandir, come si è detto fin dall’inizio, la separazione vede da un lato la vista con Amon Hen, dall’altro l’udito con Amon Lhaw. La vista è naturalmente correlata all’acqua, se non altro perché gli occhi piangono, ma l’udito nondimeno, perché si forma, e percepisce, anche prima, quando, ancora prima di nascere, siamo avvolti nelle “acque” amniotiche.
In Tolkien infatti tale ordine di preminenza è elevato a statura metafisica: prima di tutto, nell’Ainulindalë, viene eseguita la maestosa sinfonia della Musica degli Ainur; poi, in un secondo momento, essi assistono alla Visione di Arda Increata. L’udito precede la vista nella mente stessa di Dio, il che peraltro sembra trovare una sorta di riscontro sia in Platone sia in Aristotele. Il primo infatti è estremamente trasparente nel dire: “Soprattutto il ritmo e la melodia penetrano all’interno dell’anima, la toccano con maggior forza e con la loro nobiltà la rendono nobile” (Respublica 401d), sebbene, quando esprima la dottrina per cui i sensi ingannano, non distingua tra udito e vista: “Forse che la vista e l’udito procurano una qualche verità agli uomini, oppure è come i poeti ci vengono continuamente ripetendo, che cioè noi non vediamo né udiamo nulla di esatto?” (Phaedon 65a-b). Similmente, anche il secondo si esprime tutto sommato in senso attinente, qualificando la differenza in favore dell’udito dovuta ad “accidente” anziché all’essenza di tale percezione, quando scrive:

“Per il necessario la più importante in sé e per sé di queste percezioni è la vista, ma per il pensiero, in modo accidentale, l’udito. La facoltà visiva rivela molte varie distinzioni perché tutti i corpi partecipano del colore, sì che è per mezzo della vista che soprattutto si colgono i percepibili comuni (e per percepibili comuni intendo la dimensione, la figura, il mutamento e il numero); l’udito invece percepisce soltanto le differenze del suono e per pochi anche la differenza della voce. Ma accidentalmente è l’udito a contribuire per la maggior parte alla ragione. Il parlare, essendo udibile, è causa dell’apprendimento non in sé e per sé, ma accidentalmente, perché è costituito di parole, e ogni parola è un simbolo. Perciò tra coloro congenitamente privi di una di queste due facoltà percettive i ciechi sono più intelligenti dei sordomuti”. (Aristotele, De sensu 437a2)

Senza offendere Beethoven, né la sensibilità odierna più attenta alla discriminazione del disabile, e senza con ciò contraddire De Anima 429a2-4, dove il filosofo di Stagira afferma che “la vista è la percezione per eccellenza, e [l’immaginazione (φαντασία)] ha tratto il proprio nome dalla luce (φάος), in quanto senza luce non è possibile vedere”, comunque Aristotele, nel famosissimo passaggio di Metaphysica 980a23-b25, in cui definisce l’uomo un filosofo per natura, rincara molto il servizio, facendo dell’udito il senso dell’apprendimento, che resta negato agli animali che ne sono privi. L’udito assurge così al ruolo di senso filosofico per eccellenza:
Tutti gli uomini per natura sono attratti dal sapere; ne è segno la gioia prodotta dalle percezioni. Essi ne godono anche senza necessità, e più di tutte le altre di quella che si produce con gli occhi. Preferiamo infatti il vedere si può dire a ogni altra cosa, non soltanto per agire ma anche quando non siamo intenti a far nulla. Il motivo è che questa è la percezione che più delle altre ci fa conoscere e ci mostra molte differenze. Per natura dunque gli animali nascono capaci di percezione, ma da essa in alcuni non si produce la memoria, in altri sì, e grazie a ciò questi sono più capaci di intelligenza e di apprendimento di quelli che non sanno ricordare. Intelligenti senza apprendere sono tutti quelli che non possono udire i suoni (come le api e tutti gli altri animali di questo genere), mentre invece apprendono tutti quelli che, oltre alla memoria, sono provvisti anche di questa percezione.
Il riscontro, però, infine risulta problematico, non appena si prenda in esame invece un’altra opera aristotelica, il Protrepticon:

“Ora il vivere si distingue dal non vivere a causa del sentire e si definisce per la presenza e la facoltà di questo, e tolto questo non vale più la pena di vivere, come se per causa del senso fosse stato tolto il vivere stesso. Tra i sensi si distingue la facoltà della vista per il fatto di essere la più chiara, e per questo anche l’amiamo più di ogni altra facoltà. Ma ogni senso è facoltà di conoscere per mezzo del corpo, come l’udito sente i suoni per mezzo delle orecchie. Dunque, se il vivere è desiderabile per causa del senso, e il senso è una forma di conoscenza, e noi lo amiamo per il fatto che per mezzo di esso l’anima ha la facoltà di conoscere, e in precedenza abbiamo detto che fra due cose è sempre più desiderabile quella a cui appartiene in misura maggiore questo stesso attribuito, allora fra i sensi la vista sarà il più desiderabile e pregevole di tutti; ma di questa e di tutte le altre facoltà e del vivere stesso sarà più desiderabile la sapienza, che gode di un maggior potere nei confronti della verità. Di conseguenza tutti gli uomini perseguono soprattutto l’esercizio della sapienza. Infatti, amando il vivere, essi amano l’esercizio della sapienza e il conoscere, poiché per nessun’altra ragione apprezzano il vivere, se non per il senso e soprattutto per la vista. E sembrano amare questa facoltà nel più alto grado, perché essa, rispetto agli altri sensi, è come una pura e semplice scienza”. (Protrepticon fr. 7 Ross)

Ma, se i commenti sopra citati paiono dunque, in fin dei conti, pendere verso la vista, più che l’udito, ciò riguarda anche Platone, perché, come scrive Giovanni Reale, “il Bello è l’unica delle Idee trascendenti accessibile, sì, tramite i sensi, ma solamente tramite quello che per lui è il più elevato, ossia tramite la vista, e non anche tramite l’udito, che pure è rivelatore del bello ad esempio della musica (con tutte le conseguenze che ne derivano)” (Giovanni Reale, Storia della Filosofia Antica, Vol. II. Platone e Aristotele. Milano: Vita e Pensiero, 1988, p. 372). Il vero punto è però il motivo di ciò, come individuato dallo stesso studioso:
È stato più volte rilevato dagli studiosi come la civiltà spirituale greca sia stata una civiltà della «visione» e quindi della «forma» che è oggetto di visione, e come per molti versi essa sia antitetica, ad esempio, alla civiltà ebraica, la cui cifra predominante, invece, è stata l’« ascoltare » e l’« udire » (ascoltare la « voce » e la « parola » di Dio e dei profeti). (ibid., p. 75)
Ovviamente, per quanto riflessioni simili fossero ancora più sviluppate e dibattute ai tempi di Tolkien che in quelli, pur non remoti, di Reale, e ancor meno oggi, e sebbene Tolkien conoscesse lingua e cultura sia greca antica sia ebraica veterotestamentaria, e nello specifico avendo studiato proprio Platone, Aristotele e l’Antico Testamento (per la documentazione si veda McIntosh 2017), non è comunque necessario pensare che Tolkien avesse in mente proprio la distinzione tra mentalità greca ed ebraica ripetuta da Reale quando decise che la separazione fosse simbolicamente espressa da un divorzio tra vista e udito. Basta infatti piuttosto ricordarsi dello scetticismo di San Tommaso Apostolo, che deve mettere mano alla ferita nel costato di Gesù prima di credere all’annunzio lieto della Resurrezione. “Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!»” (Giovanni 20, 29), un passaggio che, come osservò il padre gesuita Ignace de la Potterie, in greco letteralmente dice, al passato: “beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”, sottolineando come ciò significhi che, quanto prima si arrivi a credere, tanto meglio (http://www.gliscritti.it/approf/areopago/potterie2.htm).
Il Grigio è caduto nell’abisso, viene meno con lui lo spazio del dubbio e dell’incertezza, e ognuno dei membri della Compagnia resta consegnato alla realtà del suo cuore: sarà disposto alla pascaliana “scommessa”, che vi sia luce al di là delle tenebre e la dimora di Ilúvatar nel mezzo del Vuoto, ovvero, come canterà Sam a Cirith Ungol: “oltre torre alta e alata, / oltre monte e pendio scosceso, / sulle ombre il Sole si è alzato / e le Stelle brillano in cielo”? (ISdA VI, i). Nessuno di loro riesce a rispondere immediatamente: “si!” Frodo, appunto, deve salire sul Seggio della Vista prima di credere. Sam stava quasi per rimanere indietro, eppure egli, se paragoniamo Frodo a Cristo (come imperfetto raffronto, è chiaro), sarebbe San Giovanni Evangelista, l’unico tra gli Apostoli a non lasciarLo nemmeno nella Crocifissione. Gli altri due “primi chiamati”, Merry e Pipino, che sarebbero andati con i primi due fino in fondo, essendo possibile, magari fino al Nero Cancello, o al Getsemani, o almeno fino al Monte degli Ulivi, possono esser conseguentemente presi da San Giacomo di Zebedeo e Sant’Andrea. Anche Aragorn lo avrebbe seguito fino a Mordor, ma da buon “San Pietro” deve volgere altrove, verso il canto del gallo che segnalerà l’arrivo di Rohan a Minas Tirith condotta da timore alla rinnegazione, per assumersi una buona volta l’incarico di guida di quella “Chiesa Romana” che è Gondor. Legolas e Gimli sono con lui, né potrebbe essere altrimenti: San Barnaba e San Paolo? Gimli, in effetti, ha avuto la sua “conversione” all’amicizia con gli Elfi nella sua personalissima via di Damasco: i sentieri insondabili di Lórien, e Barnaba-Legolas ha garantito per lui davanti alla “Chiesa di Gerusalemme” di Cerin Amroth.
Ancora una volta, condurre tale discorso non necessita in tal sede presunzione di voluta allegoria da parte di Tolkien, ma dirò di più: non richiede necessariamente nemmeno che l’idea della similitudine sia necessariamente sorta nella mente di Tolkien. Basta prendere sul serio il concetto che Tolkien esprime nel saggio Sulle Fiabe, per cui ogni fiaba esprime la Luce del Vangelo nella peculiare rifrazione del suo “vetro”, e tanto basta ad avvalorare la connessione già più del semplice paragone libero o applicabilità del lettore.
Arrivando così a Tindrock, come promesso, ci si può forse interrogare perché le precedenti traduzioni non soddisfino. Spiegarlo richiede lo studio preliminare del termine inglese, composto di due parole, tind e rock. Su rock non è necessario soffermarsi più di tanto, eccetto per sottolineare come la resa italiana più propria sarebbe “roccia” anziché “rocca”, che nell’uso corrente ha finito per perdere l’originaria significazione identica, per assumere piuttosto il senso traslato di fortezza, castello, maniero, che per l’appunto spesso sorgono in posizione rocciosa soprelevata. In Alliata la resa arcaica aveva un sapore di originalità; riprenderla, da parte del Fatica, suona stucchevole, specie in odor di polemiche con la traduttrice. Rupe restava anche un’alternativa da vagliare.
Comunque sia, lo scoglio vero e proprio, senza voler giocare troppo con le formazioni geologiche, resta tind. Il termine è molto antico, risalente al medioinglese normanno e ancor più indietro all’anglosassone, fino a perdersi nelle nebbie ancestrali del protogermanico e protoindoeuropeo. In medioinglese era tind(e), tine, cui si rapportavano ben due verbi tinen, e che risulta imparentato a quello stesso tenden da cui discende il moderno to tend. Il Middle English Dictionary riporta quattro significati di tind(e), tine, con un quinto che è semplicemente l’uso come nome proprio:

  1. a. Una di una serie di punte aguzze in metallo o legno su un rastrello, trappola, aratro o altro arnese; b. Punta d’ago, capocchia di spillo.
  2. a. Corno di animale; b. Ramo di corna di cervo; c. Ramo d’albero; d. (caccia) Forcella impiegata per infilzare bocconi scelti dell’animale ucciso.
  3. a. Stecco usato come uncino a cui appendere il pentolame; b. Paletto che serve da piolo per scala.
  4. ?pettine. ?accetta.
    (https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED45898, t.d.a.)
    Al contempo, uno dei verbi tinen significa ‘istigare, irritare’, mentre tenden reca due significati più i soliti nomi propri:
  5. a. infuocare, accendere, infiammare, dare a fuoco; b. incendiare, distruggere; c. scaldare, arrostire, bollire; d. alimentare (il fuoco), rinfocare, tenere acceso; e. bruciare, prendere fuoco, avvampare.
  6. a. eccitare, incitare, infiammare, destare, ma anche ispirare; b. infiammarsi, bruciare d’ira.
    (https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED44784 , t.d.a.)

    Il secondo tinen, che significa 1. chiudere e 2. recintare, proprio in tale secondo significato arriva persino a indicare la Consustanzialità delle Persone Divine nella Santissima Trinità, e proprio nella agiografia Seinte Marherete (MS Bod. 34, 44/12; 50/18), che appartiene al gruppo di quei testi medioinglesi particolarmente indagati da Tolkien perché scritti in un dialetto da lui individuato e chiamato “AB language” (https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED45911, t.d.a.).
    In inglese moderno, stando al Century Dictionary and Cyclopedia, il sostantivo tind (scritto anche tynd) mantiene tutte le accezioni del medioinglese tind(e), che così riassume: “un rebbio o altra protuberanza sporgente”, il che si conferma anche nel sostantivo correlato tine, come riporta il Webster’s Revised Unabridged Dictionary: “Dente o rebbio, come quello di una forchetta, o ramo, come di corna cervine”. Come verbi, l’inglese moderno mantiene anche il significato di ‘accendere’, sia come dar fuoco che come irritare, nelle due forme equivalenti to tind e to tine, mentre to tynd eredita il significato ‘chiudere, recintare’ del secondo tinen medioinglese (http://www.finedictionary.com/Tind.htmlhttp://www.finedictionary.com/tine.htmlhttp://www.finedictionary.com/Tynd.html). A complicare il quadro, grafie alternative di teen, sia nel senso di afflizione, sia come numerale derivante da ten e poi generante il concetto di teenage, si sovrappongono sia a tine sia a tind. Da tenden, come già riferito, proviene to tend, che oggi significa, riassumendo, gestire, prendersi cura di, tendere a, attendere, intendere, servire (http://www.finedictionary.com/tend.html).
    Risalendo l’albero etimologico, da tenden si arriva all’antico inglese tendan, da cui al protogermanico *tandijaną e in primis al protoindoeuropeo *tengʰ-, mentre da tind(e) si risale ad anglosassone tind, protogermanico *tindaz e protoindoeuropeo *(e)dont-, il che in ultima analisi nient’altro vuol dire eccetto che abbiamo semplicemente a che fare con i discendenti inglesi delle antichissime radici terminologiche che in italiano hanno generato le parole tendere e dente (https://etymologeek.com/eng/tind/38071279https://etymologeek.com/eng/tind/35208364).
    Pertanto, in fin dei conti, la traduzione Alliata trova decisamente più fondamento della Fatica, essendo che, come abbiamo visto, “rebbio” è una delle rese indicate da dizionario, mentre “guglia” dovremmo supporre giustificata dal significato esteso di tind,“altra protuberanza sporgente”, su citato, oppure sulla spiegazione tolkieniana del Sindarin Tol Brandir come “Isle of the Great Steeples”, “Isola dei Gran Campanili”, o magari persino sul fatto che è documentata in precedenza una alternativa denominazione Noldorin dell’isola, ovvero Eregon, “Stone Pinnacle” (TI 345), cioè “Pinnacolo di Pietra”. A quel punto, però, tanto varrebbe anche seguire la prima idea di Tolkien, quando voleva farne Toll-ondren, glossato “Carrock” (TI 268, 271, 285), e tradurre quindi, in onore di Beorn ne Lo Hobbit, “Carroccia”. Ma Tolkien abbandonò non a caso entrambe le versioni. Quanto ai Gran Campanili, sono chiaramente una denominazione elfica, da cui volutamente Tolkien distingue il nome gondoriano proprio nell’introdurre Tindrock, e ugualmente il significato esteso non è mai preferibile in lingua di arrivo se la lingua di partenza ha una specifica, perché ciò in traduzione letteralmente equivale alla perdita di significato.
    Eppure, proprio in virtù dell’intera analisi finora condotta, non mi pare soddisfacente nemmeno la resa in Alliata. Il rebbio è appunto un dente di un forcone, forcella, forchetta o tridente, ma presume proprio perciò la presenza di altri denti di uguale levatura. Tindrock, invece, anche con tutti i suoi “Gran Campanili” di roccia, resta comunque caratterizzata, come da descrizione su riportata, da un sommo svettante spunzone, appunto il tind di cui si parla. Inoltre, mi sembra un peccato evitabile, seppur veniale, smaltire via tutto l’universo semantico poco sopra evocato dal termine a orecchio inglese. Sarebbe preferibile che il tind fosse anche in italiano qualcosa che si possa usare da spiedo per arrostire sul fuoco, che il tind abbia qualcosa del pungolo (non a caso) che appunto eccita, incita, infiamma, desta. Così anche il primo tinen e il tenden medioinglesi con la loro semantica ignea sarebbero rispettati. E magari se al contempo fosse pure possibile includere il senso di limite cintato del secondo tinen, l’afflizione di teen, e la tensione di to tend, allora avremmo una resa invidiabile. Ma deve anche essere una cosa che può assordare perforando i timpani e accecare cavando gli occhi, e inoltre deve poter secare diametralmente il cerchio in due metà semicircolari. Deve potersi usare per spartire una torta ma anche raffigurare uno spartiacque. Cosa potrebbe soddisfare tante condizioni?
    Ho così inizialmente approntato una lista di possibilità traduttive, che a loro volta erano giocabili in diverse varianti tenendo conto dell’ordine delle componenti, del loro essere termine doppio o composto, nonché della variante roccia (rocca) o rupe. La lista comprendeva sedici forme base:
  • 1. Dirocca
  • 2. Roccia Stilo
  • 3. Rupe Trepida
  • 4. Rocca Acuta
  • 5. Punciroccia
  • 6. Acuminaroccia
  • 7. Aguta Rupe
  • 8. Pinnarocca
  • 9. Attizzaroccia
    1. Pinzarupe
    1. Roccapicca
    1. Pizzoroccia
    1. Piccorupe
    1. Appiccaroccia
    1. Lancirupe
    1. Lanzirocca

Nella comparazione delle possibilità di traduzione elencate, mi sono avvalso del prezioso supporto di Oronzo Cilli e dell’incrollabile dedizione della mia fidanzata Camilla Nangeroni, che si è occupata insieme al sottoscritto della scrematura finale, in seguito alla quale è emersa tra tutte la numero 2. Roccia Stilo. A quel punto, urgeva verifica, così condotta:

STILO

a) può essere spartiacque √
b) può spartire torta √
c) può secare cerchio √
d) può cavare occhi √
e) può forare timpani √
f) esprime o causa tensione √
g) è motivo di afflizione √
h) può recintare o chiudere √ (in quanto stilo è anche colonna)
i) pungola, eccita, incita, infiamma, desta √
j) si può usare come spiedo per arrostire √

Tutte le condizioni sono verificate.
A questo punto, manca solo il perfezionamento formale, realizzato in due passaggi. Camilla Nangeroni ha argutamente suggerito di invertire l’ordine dei termini per rispettare l’inglese, e così Roccia Stilo diventa Stilo Roccia. Il secondo e ultimo passaggio lo ho ideato invece personalmente, riflettendo che a quel punto fosse preferibile seguire l’inglese anche nell’evitare di separare i termini, e risultando così in Stiloroccia.
A questo punto, chiaramente, non rimane che dire addio a Boromir, con un rammarico: era stato avvertito, e da persona non da poco, trattandosi di nient’altri che Sire Celeborn di Lórien, che in uno dei suoi rarissimi pronunciamenti aveva scongiurato il capitano di Gondor:

“Boromir, e chiunque lo accompagni alla ricerca di Minas Tirith, farà bene a lasciare il Grande Fiume prima di Rauros, e ad attraversare l’Entalluvio quando ancora non si è inoltrato nelle paludi”. (ISdA II, viii)

Ma, come i Saggi ben sanno, la norma dei loro consigli è venire disattesi, e in particolare nel caso in esame nessuno aveva ancora chiaro se passar da Gondor o meno, e le rive pullulavano di Orchi, mentre Gollum stava loro alle calcagna e i Nazgûl erano tornati a cavallo di Bestie Alate. Eppure, anche in tutto ciò, la medesima Mano non vista che li aveva uniti guidava sempre ogni loro passo verso ben altri approdi, a Hobbiville, a Eldamar, o persino al di là di Ilurambar, a prender parte alla Seconda Musica.

Bibliografia

Testi primari

Tolkien, J.R.R. The Lord of the Rings. London: Harper Collins, 2001.

Tolkien, J.R.R. The Treason of Isengard. London: Harper Collins, 2016.

Traduzioni

Tolkien, J.R.R. Il Signore degli Anelli. Trad. Vittoria Alliata. Milano: Bompiani, 2001.

Tolkien, J.R.R. Il Silmarillion. Trad. Umberto Saba Sardi. Milano: Bompiani, 2001.

Tolkien, J.R.R. La Compagnia dell’ Anello. Trad. Ottavio Fatica. Milano: Bompiani, 2019.

Testi secondari

Fusillo, M. ‘Letteratura di consumo e romanzesca’ in G. Cambiano, L. Canfora, e D. Lanza, eds., Lo spazio letterario della Grecia antica. Vol. I: La produzione e la circolazione del testo. Tomo III: I Greci e Roma. Roma: Salerno ed., 1994, pp. 231-71.

Pontani, P. ‘Il viaggio immaginario nell’antichità: contributo per un’analisi del genere’ in G. Gobber, C. Milani, eds. Tipologia dei testi e tecniche espressive: atti del convegno Milano, 15-16 novembre 2001. Milano: Vita e pensiero, 2002.

Praga, E. Poesie. Tavolozza – Penombre – Fiabe e leggende – Trasparenze. Bari: Laterza, 1969.

Reale, G. Storia della Filosofia Antica, Vol. II. Platone e Aristotele. Milano: Vita e Pensiero, 1988.

Sitografia

https://www.esercizimatematica.com/geometria-euclidea/circonferenza-cerchio/

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http://www.gliscritti.it/approf/areopago/potterie2.htm

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http://www.finedictionary.com/Tind.html

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http://www.finedictionary.com/Tynd.html

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https://etymologeek.com/eng/tind/38071279

https://etymologeek.com/eng/tind/35208364

“Gioia, pungente come il dolore”: Recensione di “Amid Weeping There Is Joy: Orthodox Perspectives on Tolkien’s Fantastic Realm”

Capita raramente a un comune mortale di sfuggire a un qualche terrore per imbattersi in pura bellezza, proprio come accade nel primo incontro tra Beren e Luthien. Eppure, la sensazione è quasi simile nel ricevere una copia del recente studio intitolato “Amid Weeping There Is Joy: Orthodox Perspectives on Tolkien’s Fantastic Realm”, un volume la cui copertina coerentemente si presenta arricchita dall’elegante illustrazione di Gabriel Wilson che ritrae proprio quel primo incontro della coppia.

Man mano che ci si fa strada tra i diversi capitoli qui raccolti di vari autori nell’ambito della Chiesa Ortodossa statunitense, tra interventi di conferenza e scritti per l’occasione, si dipanano diverse visuali d’approccio, tutte percorse magistralmente dai rispettivi studiosi.

Così, il curatore Cyril Gary Jenkins incornicia contestualmente l’intera storia e filosofia della modernità che culmina nella Grande Guerra per introdurre il lettore agli anni della giovinezza e formazione di Tolkien, e così alla sua vita e opera.

Michael Haldas ripercorre il tema della Divina Provvidenza nelle opere di Tolkien come per suggerire che tale fede, presupposta da ogni cristiano, è un potente strumento con cui far fronte alle sfide della contemporaneità.

William J. Tighe offre un più breve resoconto dell’opposizione tolkieniana allo Gnosticismo rispetto a Jonathan McIntosh nel suo volume “The Flame Imperishable: Tolkien, St. Thomas, and the Metaphysics of Faerie”, eppure offre un resoconto dello Gnosticismo sia antico sia moderno che in McIntosh era parziale.

Paul Siewers brillantemente sottolinea come la narrativa tolkieniana sia un antidoto individuale e collettivo all’isolamento sociale servo della tecnologia e della economia e politica, in una parola il totalitarismo contemporaneo, figlio di entrambi i totalitarismi storici, cioè il comunismo e il nazismo.

Richard Seraphim Rohlins regala uno splendido contributo agli Studi Tolkieniani nell’esplicare nel dettaglio un riferimento all’architettura religiosa medievale posto da Tolkien in un commento a uno scambio di battute che ebbe con Clive Staples Lewis, evidenziando le loro diverse confessioni cristiane (Tolkien cattolico, Lewis anglicano) e i loro diversi approcci alla letteratura medievale, nello specifico il poema medioinglese “Perla”.

Nicholas Kotar difende sia Tolkien sia il Cristianesimo dagli attacchi di alcuni misomiti cristiani contemporanei che sembrano dimenticare come Cristo stesso parlò in parabole fantastiche.

Frederic Putnam commenta per esteso la nozione di “Fantasy” in entrambi Tolkien e CS Lewis.

Un altro interessante scritto di Paul Siewers legge Tolkien come autore nuziale, per poi utilizzare un tale tratto come spiegazione per l’ampio seguito che l’autore esercita tra i lettori ortodossi, la cui fede si fonda largamente sull’istituto del matrimonio terreno prefigurazione delle Nozze mistiche dell’Agnello.

Cyril Cary Jenkins fa terminare l’intera collezione di scritti con la sua analisi dei diversi aspetti della Visione Beatifica nel comparare il Niggle tolkieniano con San Gregorio di Nissa, Dante e Platone.

I saggi si lasciano leggere volentieri e, per quanto alcune tra le tesi sostenute sono più vicine di altre al pensiero tolkieniano a noi noto in maniera dimostrata, tutti i contributi stimolano la riflessione e l’approfondimento dello studio e della ricerca su Tolkien e la sua opera in modi che è dato sostenere l’autore avrebbe apprezzato.

Un paio di note critiche: sembra curioso leggere Tighe che domanda al lettore di quale razza siano deformazione i Troll, dal momento che Barbalbero stesso ne “Le Due Torri” chiaramente riporta come i Troll siano contraffazioni degli Ent. In secondo luogo, lascia perplessi anche Siewers quando sembra voler suggerire che Tolkien avrebbe espunto volentieri il “filioque” dal Credo, sebbene forse non sia un’ambiguità intenzionale.

Diversamente, ho apprezzato fortemente ogni sforzo per situare Tolkien nella storia culturale dell’Occidente, sia per chiarificare il suo ruolo nel 20° secolo della nostra era, sia per suggerire che abbiamo tutti tanto, anche ora, da imparare da lui. Nonostante i piccoli difetti già menzionati, infatti, i contributi di Siewers e Tighe presentano al lettore preziose indicazioni proprio in tal senso.

Per concludere, non potrei mai sovrastimare il mio apprezzamento per il capitolo di Rohlin sul poema “Perla”, che è già in sè una perla critica, e non solo per acume, e nemmeno perché nel volume è lo scritto più aderente alla letteratura medievale e alla ricerca delle fonti tolkieniane, ma specialmente perché allude al titolo del libro, tratto dalle prime righe del capitolo de “Il Silmarillion” dedicato a Beren e Luthien.

Così vengono a coincidere la consolazione del poeta di “Perla”, a sapere che la figlia è rimasta per sempre nell’abbraccio di Gesù, e la visione di Beren della danza di Luthien come consolazione alla sua fuga da incubo dai servitori di Morgoth muovendo sempre più a sud dopo la morte del padre, perché “Tinuviel là danzava, al ritmo di un piffero nascosto, e la luce delle stelle era nei suoi capelli, e sulla sua veste scintillante”.

Eden

Racconto scritto sul letto di ospedale dopo l’incidente stradale che quasi mi uccise nel dicembre 2013. Un ragazzo di nome Bernardo che lo aveva letto disse che avrebbe voluto farne un fumetto, ma poi una comune amica creò un pot pourri e niente più Eden.

Nissàn, 2 dell'anno 5778/ I simboli dell'ebraismo: Gan Eden (גן עדן) - Vivi  Israele

«Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice»

EDEN

L’uomo sbadigliò e si alzò.
Sua moglie ancora dormiva.
La baciò sulla guancia e si allontanò.
Andò a sedersi su una roccia.
Bevve il latte dalla coppa delle sue mani e mangiò un grappolo d’uva.
La caverna era illuminata dalla luce del sole, che presto sarebbe arrivata a colpire i giacigli di paglia, svegliando anche la sua consorte.
Perciò andò fuori.
Il calore era piacevole, spargendosi sulle sue membra come un massaggio che tonificasse i suoi muscoli.
La vigna era carica di frutti maturi.
Ne colse un grappolo, e rientrò a lasciarlo sulla roccia per quando la moglie si sarebbe svegliata.
Poi uscì di nuovo e andò al torrente.
Si immerse.
L’acqua era fresca, ma non fredda.
Il suo corpo tremò e si scosse, risvegliandosi ancora di più. Tutto il torpore lasciò le membra.
Uscì fuori e andò a sdraiarsi al sole.
Si sentiva ricaricare dai raggi, e presto fu tonificato e ardente di vita.
Corse nel bosco, mentre gli uccelli cinguettavano.
Si sentiva forte e veloce.
Gli venne voglia di avere un compagno con cui gareggiare.
“Fermo” disse l’altro, comparendogli davanti dietro un albero.
L’uomo si fermò.
“Eccoti” disse.
“Bene” rispose l’altro.
Si posizionarono uno affianco all’altro, e contemporaneamente emisero un lungo fischio che terminò allo stesso istante.
A quel punto partirono con uno scatto poderoso.
“Fin dove arriviamo?” chiese l’uomo.
“Al lago” rispose il compagno.
“Ottimo”.
Arrivarono in breve tempo, a pari merito, e si fermarono sulle rive.
“Come sta tua moglie?”
“Dormiva quando l’ho lasciata”.
“Anche la mia”.
“Hai risposto tu stavolta”.
“C’è sempre uno che risponde”.
“Che succede se tutti sono impegnati?”
“Immagino ne nasca uno nuovo”.
“Che vuol dire?”
“Ho sentito dire che noi tutti nasciamo quando compariamo per la prima volta”.
“Quando compariamo per la prima volta a chi?”
“A uno qualsiasi di noi, immagino”.
“E il primo?”
“Siamo nati tutti contemporaneamente”.
“E allora perché compaiono altri dopo?”
“Perché ne abbiamo bisogno”.
“E c’è una differenza tra quelli che sono nati all’inizio e quelli dopo?”
“Suppongo di no”.
“Quindi quelli che sono nati dopo potrebbero essere semplicemente uomini che non avevi mai avuto occasione di chiamare, o che non avevano mai risposto prima alle tue chiamate”.
“Non ci avevo mai pensato”.
“Questa storia delle nascite mi sembra una bella contraddizione”.
“Sai, adesso che parlo con te anche a me sembra così”.
“Lieto di averti aiutato a chiarire un punto oscuro”.
“Siamo pari con la mia risposta alla tua chiamata”.
“Decisamente”.
“Stavo pensando… ma quindi non possiamo neanche morire”.
“Che vuol dire morire?”
“Non rispondere più alle chiamate”.
“Credo che tu sia in grado di ragionare anche da solo”.
“Si… questo morire sarebbe indistinguibile dal non rispondere perché altrimenti occupati, o dal non essere chiamati affatto”.
“Ineccepibile”.
“Ma quindi continueremo a vivere per sempre?”
“Continui ad utilizzare termini che non capisco”.
“Vivere… rispondere alle chiamate”.
“Perché non dovremmo?”
“Beh… tutto ha un inizio e una fine.”
“Come una chiamata?”
“Si”.
“Ma poi ci sono altre chiamate”.
“E se a un certo punto non ce ne fossero più?”
“Ma perché non dovrebbero essercene?”
“Perché una volta non ce n’erano”.
“E come lo sai?”
“Prima di noi”.
“Prima di noi non c’era niente”.
“Appunto, niente, quindi neanche chiamate”.
“Quindi neanche l’assenza di chiamate”.
“Forse non ha senso discutere sul prima”.
“Proprio come non ha senso discutere sul dopo”.
“Potresti avere ragione”.
“Ho ragione. Tutto è sempre stato uguale, e tutto sempre lo sarà.”
“Giusto”.
“Ma dimmi, chi ti ha dato queste nuove parole?”
“Intendi nascita, morte e vita?”
“Si. Mi sembrano inutili.”
“Hai ragione. Sono le parole dello straniero.”
“Chi è lo straniero?”
“Sembra un uomo, ma è anche diverso. Lui non capiva molte delle mie parole e io molte delle sue, così abbiamo fatto a scambio.”
“Cosa gli hai insegnato?”
“Gardalia, sembiare e sampo”
“Sono parole importanti. Possibile che non le conoscesse?”
“Dice che da dove viene lui non ci sono né gardalie, né sembiari, e confondeva il sampo con una cosa che da lui chiamano mulino e che non è riuscito a spiegarmi cos’è. Ha detto che ha a che fare col grano e col pane, ma non è una chiamata”.
“Incredibile”.
“Già”.
“E lui ti ha insegnato altre parole?”
“Si. Immortalità. Dice che è una cosa immaginaria.”
“Che vuol dire immaginario?”
“Che non esiste”.
“Come fa una cosa a non esistere? Se non esiste non è una cosa. Un’altra parola inutile.”
“Hai ragione”.
“Sai spiegarmi cosa vuol dire immortalità senza essere assurdo?”
“Vuol dire la situazione di chi non muore”.
“Ma non esiste la morte. A che serve una parola che denota l’assenza di una cosa che non esiste?”
“Ho fatto un cattivo scambio”.
“Si, avresti dovuto pensarci meglio. Ma che tipo di chiamata hai fatto?”
“Questa è la cosa strana. Avevo voglia di mangiare un ananas, così lo chiamo. Ma non compare. Penso: <Dovrei chiedere a qualcuno il perché di questo strano fenomeno> ma non appare nessuno. A un certo punto inciampo, mentre camminavo…”
“Inciampi?”
“Si, vuol dire che il mio piede incontra un ostacolo e il mio passo viene intralciato”.
“Ostacolo? Intralciato?”
“Un ostacolo è una cosa che ti si interpone davanti impedendoti di procedere”.
“Come una parete di roccia?”
“Si, ma in questo caso era un sasso”.
“In che modo un sasso è come una parete di roccia?”
“Perché intralcia il passo. Questo vuol dire che si trova sulla linea del movimento del mio piede”.
“Ma questo non succede mai. I movimenti hanno luogo sempre nello spazio libero”.
“No, ti assicuro, può succedere. Non che mi fosse mai capitato prima”.
“Continua…”
“Dicevo, inciampo e cado a terra”.
“Inferisco dal contesto che cadere significa finire involontariamente sdraiato a terra”.
“Esatto”.
“Ma davvero ti è successa una cosa simile?”
“Giuro”.
“Fatico a immaginarlo, ma continua…”
“Dicevo, cado a terra. Quando mi rialzo lui era lì che mi fissava”.
“Lo straniero”.
“Si. Mi guardava e rideva”.
“Che cosa ci trovava di divertente?”
“Non saprei. Gli chiesi se sapeva perché non c’era ananas lì, e mi rispose che il clima non permetteva che crescessero”.
“E allora tu pensasti che doveva fare più caldo”.
“Si, ma non mutò la temperatura”.
“Per il Padre Celeste!”
“La stessa cosa che ho detto io, e lui mi ha risposto di non mestebbiare, se non erro. Sai, con tutte le parole che mi ha insegnato, non sono sicuro di ricordarle correttamente”.
“E come si fa a non ricordare correttamente una cosa?”
“Lo straniero mi ha detto che è possibile. Diceva per esempio di non ricordare cosa aveva mangiato il giorno prima”.
“Per il Padre Celeste! E cosa vuol dire mestebbiare?”
“Pronunciare in vano il nome di Dio, o uno dei suoi appellativi”.
“Quante parole! In vano?”
“Senza motivo”.
“Ma quando si nomina Dio c’è sempre un motivo”.
“Lui diceva che la maggior parte delle volte no”.
“Beh, una cosa che non trova spiegazione deve per forza avere la sua fonte in Dio, per questo viene nominato”.
“Secondo lui delle cose che non hanno una spiegazione non si può sapere la fonte”.
“Un’altra affermazione che non riesco a concepire. Ma vai avanti”.
“Si è presentato come lo straniero, e mi ha detto di venire da molto lontano”.
“Ovviamente in risposta alla tua chiamata”.
“E’ questa la cosa strana. Mi ha detto di essere venuto a piedi, che ha affrontato un lungo viaggio”.
“Viaggio?”
“E’ come una passeggiata, ma non è fatta allo scopo di camminare ma di raggiungere un luogo”.
“Basta chiamare il luogo dove si vuole andare”.
“Certo. Ma lui dice che non è in grado di farlo, che una cosa del genere non esiste”.
L’uomo scoppiò a ridere.
“Ovviamente stava scherzando”.
“No, no, diceva sul serio. Me ne sono appurato. Gli avrei dimostrato il contrario, ma non funzionava più.”
“Ma può chiamare per esempio il caldo e il freddo?”
“No, diceva che caldo e freddo dipendono dall’ambiente”.
“Certo, ma poi puoi modificarli”.
“Secondo lui no”.
“Che altro ha detto?”
“Mi ha raccontato il suo viaggio. Pare che dovesse uccidere degli animali per mangiarne le carni.”
“Uccidere?”
“Far morire”.
“Ma perché? Può chiamare ogni genere di frutto…”
“Lui diceva che non può chiamare niente del tutto. Raccoglie ciò che trova sugli alberi e uccide gli animali che incontra.”
“Che vita strana.”
“Diceva che era normale”.
“Pensa tu!”
“Sembrava soddisfatto della sua vita, come se provasse soddisfazione nel procurarsi le cose con le mani anziché con la mente”.
“Affascinante, devo dire. Aveva una parola per una cosa mai vista prima?”
“Si, una novità, la chiamava”.
“Ecco, questa è proprio una novità. Dovremmo scoprire cosa possiamo imparare su di lui e sul posto da cui viene”.
“Purtroppo a un certo punto, mentre gli stavo spiegando cos’è un’ arla per sdebitarmi, ha detto che non gli interessava sapere altro e se n’è andato”.
“Davvero strano”.
“Si, e pensa che appena se n’è andato sono riuscito di nuovo a chiamare le cose”.
“Ti sarai mangiato un buon ananas”.
“Ovviamente”.
“E poi cos’hai fatto?”
“Ho provato a chiamare altre cose, e tutte comparivano, allora ho provato a chiamare persone, e comparivano, ma quando ho chiamato lo straniero ho sentito solo un grande freddo nelle ossa e non è apparso affatto”.
“Non è possibile chiamarlo? Fai provare me”.
L’uomo pensò allo straniero, e sentì una sensazione gelida penetrargli dentro.
Si guardarono intorno.
Niente.
“Non compare” disse l’uomo.
“Già. Non è solo una cosa mia, come vedi.”
“Parlami ancora di lui”.
“Da dove cominciare? Misurava il tempo.”
“Cos’è il tempo?”

Inchiesta sull’Ottava Fatica Erculea

Tutti hanno sentito parlare delle famose Dodici Fatiche di Ercole, ma non molti ricordano, molto probabilmente, in cosa consistessero. Il motivo di ciò è senza dubbio da ricercarsi nel fatto che il mito viene presto a noia ed esaurisce completamente il suo serbatoio di significati simbolici, non appena emancipatisi dalla età infantile con la sua mentalità immatura, cosa che ineluttabilmente accade sempre allo scoccare della mezzanotte del 365° giorno del 17° anno di età, trascorsa la quale si diventa individui adulti pienamente responsabili e autonomi, del tutto al di sopra di tutti i bisticci bambineschi su chi ha detto cosa in merito a chi. Secondariamente, è altrettanto pacifico e indisputato, la gente oggi non sa più cosa sia la fatica, perché ormai, grazie alla tecnologia, sommo frutto del genio umano, sono esclusivamente le macchine a faticare mentre noi possiamo restare comodamente in panciolle a coltivare l’estetica delle belle arti, con i robot intorno a noi che si prendono cura di ogni altra cosa, e ciò rende estremamente arduo per noi immedesimarci in un eroe così sciocco e arretrato come Ercole, che nella sua vita ha creduto di dover portare a compimento ben dodici fatiche e poi le ha persino completate tutte con successo, povero fiore.

Tuttavia, anche se può essere senz’altro una lettura faticosa, sappiamo che il lettore ha un’abnegazione ostinata e persistente dal carattere eroico, tale da condurlo a leggere persino scritti più ostici, di quelli da fazzoletto in fronte per detergere il sudore, come ad esempio la nuova traduzione de Il Signore degli Anelli a cura di Ottavio Fatica, terminata la quale, come diverse fonti accreditate riferiscono, Zeus impietosito tende una mano al malcapitato temerario lettore e lo eleva con sè al Monte Olimpo, ove ora innanzi banchetterà di nettare e ambrosia.

Ma ora, mettiamo da parte questo inciso esemplificativo protratto troppo a lungo: accantoniamo dunque senza indugio la traduzione di Ottavio Fatica e i suoi meriti per tornare invece piuttosto a Ercole e occuparci della sua Ottava Fatica nel novero delle Dodici.

L’Ottava Fatica vede l’eroe ricevere da Euristeo l’incarico di portargli le cavalle di Diomede, re di Tracia. I destrieri traci erano famosi per essere particolarmente focosi, tanto che erano utilizzati soprattutto come cavalli da guerra, e infatti lo stesso Bucefalo domato da Alessandro Magno era un cavallo tracio, addirittura, dicono alcuni, il discendente delle cavalle di Diomede stesse. Alcuni commentatori hanno mostrato ilarità perché alcune versioni medievali della storia di Alessandro riferivano che Bucefalo fosse alto tre metri, o che prima di essere domato spruzzasse fuoco dal naso e si nutrisse delle greggi, ma basti ricordare che le sue antenate nella storia di Ercole si cibano di uomini e che finiranno per divorare Abdero, l’amico di Ercole, perché il riso appaia sciocco.

Novello Achille, Ercole, venuto a sapere dell’amico, dimentica il suo nome e getta il crudele Diomede in pasto alle sue stesse cavalle, prima di portarle indietro dal committente Euristeo, che a vederle inorridisce e domanda all’eroe di sbarazzarsene: verranno infine liberate sul monte Olimpo, dove le bestie del luogo le divoreranno nelle selve in sulla balza petrosa. In nome del caduto Abdero, invece, Ercole fonda la città di Abdera.

Mi chiedevo se non ci sia qualche parallelo tolkieniano in tal mito, e in effetti proprio l’immagine finale delle bestie divorate da altre belve rammenta la meritata sorte degli Uruk di Isengard dopo il Fosso di Helm, quando vengono sbaragliati e messi in fuga dentro Fangorn, dove i graziosi Ucorni faranno il resto. Ma, se rammentiamo che Ercole fu allevato tra i Centauri, metà umani, metà equini, e che quindi egli stesso partecipa della natura equestre, da cavallo bianco olimpio, però, anziché nero tracio, forse la simbologia del racconto è la medesima, invece, dell’Inondazione del Bruinen, quando i bianchi destrieri delle acque spazzano via i neri castroni dei Nazgul.

Dunque, mi sovviene or ora che forse può esservi una connessione tra Diomede, i cavalli dei Black Riders, gli Uruk e chi traduce in lingua nera nella Casa di Elrond, vale a dire che tutti finiscono per essere letteralmente divorati dal proprio “successo”, il quale immagino anche nell’atto di masticare e pulirsi i denti con lo stecchino, per quanto ciò sia sicuramente allegorico. Comunque l’Ottava Fatica era una fatica con bestie, e perciò doveva necessariamente essere una fatica bestiale, il che, come è noto, ripaga sempre in soldoni. Se le cavalle tracie fanno da capostipiti a Bucefalo, Alessandro stesso discende da Ercole.

“Due Alberi in Paradiso, una coppia di fontane benedette” – Recensione a “Le gemme e lo spirito: Commento teologico al Silmarillion” di don Fabrizio Ricci

Il 2020 è un anno, per quanto difficile sotto gli aspetti che tutti conosciamo, estremamente gioioso per la quantità e qualità di scritti di assoluto rilievo sul tema del Cattolicesimo tolkieniano.

Infatti, nei primi anni ’10, si era purtroppo assistito a una battuta d’arresto proprio in questo centrale filone di ricerca, persino dopo le ottime partenze degli studi dedicati all’aspetto cardine della mitologia tolkieniana, come ad esempio le straordinarie ricerche di Padre Guglielmo Spirito, Preside della Facoltà Teologica di Assisi e autore di “Tra San Francesco e Tolkien” e molti altri contributi attinenti, e l’ottimo volume di Greta Bertani, “Le radici profonde – Tolkien e le Sacre Scritture”, a far seguito alle precedenti trattazioni estere della spiritualità tolkieniana ad opera di Stratford Caldecott, Bradley Birzer, Nils Ivar Agoy, e tanti altri.

La battuta d’arresto era stata segnata dalla pubblicazione di un volumetto ad opera di Claudio Testi, la cui tesi, comunque appena abbozzata, risulta alquanto paradossale: riassumendo, “le opere di Tolkien sono pagane, e perciò sono cattoliche”. Verrebbe da chiedersi se allora anche le opere di Giuliano l’Apostata, in quanto pagane, siano cattoliche, essendo che Giuliano ad esempio afferma che Gesù, ai suoi tempi, fosse solo «nominato da poco più di trecento anni, senza che nella sua vita abbia fatto alcunché di memorabile, a meno che non si considerino grandi imprese aver guarito zoppi e ciechi e aver esorcizzato indemoniati nei paesucoli di Betsaida e di Betania» (Contra Galileos).

Chiaramente il termine “paganesimo” può voler dire tante cose, ma non si dimostra in effetti particolarmente opportuno, solo con ciò, confondere le acque ancor più di quanto già non siano.  E che di confusione si tratti si può constatare dalla pressocché completa assenza di nuove pubblicazioni monografiche italiane significative sul tema del Cattolicesimo tolkieniano tra la prima diffusione del volumetto suddetto, risalente al 2014, e la ristampa di Bertani nel 2018, tralaltro mentre all’estero comparivano gli inestimabili apporti di Lisa Coutras (2016) e Jonathan McIntosh (2017) sui temi della teologia estetica e tomistica di Tolkien.

Unica eccezione è stato il ritorno in sede di conferenza diffusa anche via web dello straordinario Andrea Monda, già autore del magnifico “L’anello e la croce”, che nel 2017 ha tenuto una serie di interventi sulla lettura di Tolkien in chiave teologica di valore indiscusso, e peraltro indiscutibile.

Ma la vera rinascita dello studio rigoroso dello scrittore cattolico Tolkien si porta, dopo i, pur sicuramente ben intenzionati, passi falsi dei volumi “La società della Contea” e “Colui che raccontò la Grazia”, rispettivamente ad opera di Luca Fumagalli e Mauro Toninelli nel 2019, soprattutto con due volumi di valore inestimabile che, così come il sorriso di un caro al rientro a casa ci appaga di una giornata di fatiche, quasi ci consolano per quanto di altro accaduto in questo 2020: “Tolkien e il Vangelo di Gollum” di Ivano Sassanelli, e il qui recensito “Le gemme e lo spirito: Commento teologico al Silmarillion” di don Fabrizio Ricci, parroco cesenate.

L’autore apre il volume con una breve cornice introduttiva a carattere in parte metodologico, laddove giustamente si sottolinea l’ambiguità del presunto “rifiuto” tolkieniano dell’allegoria, che, aggiungeremmo, è da accomunare al suo ugualmente pretestuoso “rifiuto” delle “cose celtiche” (Lettera 131). Come scrive Neil Gaiman, con una certa ironia, di solito se si chiede a uno scrittore quali siano le sue fonti, questi risponde qualcosa del tipo: “In una notte di luna piena, legati al dito mignolo di una delle mani un cordino di nylon imbevuto in acqua di sorgente, stenditi sul fianco sinistro in un prato verde tempestato di camelie azzurre, restando in questa posizione traccia un cerchio in senso antiorario con il piede destro libero, e, dopo averlo fatto, appena il piede destro tornerà a posarsi sul sinistro, l’ispirazione ti folgorerà con il suo barbaglio, apportandoti l’intera stesura di un romanzo realista se avevi legato il nylon alla seconda falangetta del mignolo, e invece un’opera fantastica se lo avevi intrecciato alla prima”.

Mi sembra che l’affermazione di Gaiman costituisca un pò il contesto migliore per valutare alcune dichiarazioni di Tolkien, la cui pretestuosità risulta del tutto evidente quando confrontata con il dato biografico dell’autore, il quale, a sua volta, non sarà mai irrilevante in altro senso che quello atto a liberarlo da certe psicanalisi, ma non allo scopo di restituirci un profilo accurato, come quello che Tolkien traccia, ad esempio, del poeta anonimo del Beowulf, in più occasioni.

Il seguito della magnifica trattazione di don Ricci si dipana agilmente tra le varie sezioni del Silmarillion, dall’Ainulindale fino alla Guerra dell’Anello, nel costante confronto con il testo biblico e la tradizione della Chiesa dalle origini ad oggi. Tale confronto non presume ovviamente un’impossibile esaustività, che risulterebbe del tutto impraticabile, ma piuttosto la delineazione di un percorso, appunto, interiore, che si prospetta al lettore come riesame delle proprie letture dell’opus magna tolkieniana, oppure, in altri casi, come una sua introduzione nell’alveo della fede. Già così si proponeva proprio il già citato “Tra San Francesco e Tolkien” di Padre Spirito.

Tuttavia, di contro a chi vorrebbe sostenere l’estraneità degli scritti relativi alla spiritualità all’ambito della critica testuale propriamente detta, il testo in esame offre, specie tenendo conto della sua agilità, una mole alquanto cospicua di spunti critici e interpretativi, ben superiore a quella di molti altri scritti, anche tra quelli che magari si proponevano invece precisamente la critica delle fonti, come ad esempio i sopravvalutati scritti di Paolo Gulisano.

Per portare un esempio, la lettura della storia di Beren e Luthien alla luce del Salmo 44: “La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d’oro è il suo vestito”, da ricollegare ulteriormente alla “donna vestita di sole” dell’Apocalisse giovannea, prelude alla ferrea necessità in futuro di condurre analisi approfondita della teologia sponsale cristica adombrata nel Lai di Leithian e relativi sviluppi.

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La lettura di Efrem il Siro: “La tua croce, un ponte / sia per tutti noi, / e noi passeremo sull’abisso / pieno di terrore” (Parenetica 64), in relazione a Earendil , alla sua scoperta della rotta per Valinor in virtù del Silmaril ereditato da Elwing, e infine alla Perduta Strada Diritta di Eriol e Aelfwine, è ugualmente pista redditizia per la futura ricerca, seppur da collocare in una simbologia battista anzichè immediatamente cristica, come dimostrai altrove.

Oppure il Destino di Morte degli Uomini in Terra di Mezzo, e la relativa denominazione di “Ospiti” o “Stranieri”, oltre che “Secondogeniti”, da parte degli Elfi, venendo posta in rapporto con la lettera di San Paolo agli Efesini (2, 19): “Così dunque voi non siete più stranieri nè ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio”, si pone a perfetto completamento delle analisi sul tema dell’ospitalità, o piuttosto “gentilezza verso gli ospiti” (“guest-kindliness”), in Tolkien ad opera di Mark Atherton, cui sempre in altra sede diedi a mia volta, sebben modesto, supporto.

L’opera di don Ricci risulta dunque di assoluto pregio e valore, a sua volta gemma da incastonare, forse, in una collana dal fato più roseo della Nauglafring, e così gli è insieme al già citato Sassanelli, la cui lettura del rapporto tra Giustizia e Grazia nel Cattolicesimo e in Tolkien risulta insuperata, nonchè allo straordinario apporto, dall’estero, di “Creation and Beauty in Tolkien’s Catholic Vision” di MJ Halsall, prima monografia dedicata del 2020.

In conclusione, perciò, si ricordi cosa ha da dire lo stesso Efrem Siro riguardo i Due Alberi edenici, della Vita e della Sapienza. Molti sostengono che i Due Alberi di Valinor non possano esservi posti in rapporto, dal momento che entrambi i virgulti tolkieniani detenevano valore, significato, ed effetto interamente positivi, sia a livello narrativo che interpretativo, a differenza del biasimo a tratti rivolto all’Albero del Sapere, talvolta ritenuto esso stesso motivo di Caduta.

Tuttavia, non così, ci ricorda don Ricci, la vedeva il Siro, che scriveva:

“Due Alberi collocò Dio in paradiso,
L’Albero della Vita e quello della Sapienza,
Una coppia di fontane benedette, fonte di ogni bene.
Per mezzo di questa coppia gloriosa
l’uomo può diventare somiglianza di Dio,
dotato di una vita immortale e di una conoscenza che non erra.”

Il passo lascia dunque ritenere che, come Laurelin e Telperion, anche gli Alberi edenici possano essere descritti come “meraviglie d’oro e d’argento” (Racconti ritrovati, 216), e che, dunque, anche le Gemme dette Silmarilli, di tale divina luce imbevuti, sono perciò ricolmi del Santo Spirito.

In difesa di Lúthien (ovvero, perché si dice Elfa e non Elfo femmina)

“Dacci il Mezzuomo, Elfo femmina”, proclama minaccioso in direzione di Arwen uno dei Nazgûl della trilogia filmica di Peter Jackson sull’altra riva del Bruinen, minacciando di attraversare il guado sul suo cavallo nero. Come è noto, la scena è presente in questa forma nella sola versione cinematografica, dal momento che in Tolkien a scortare il povero Frodo a Gran Burrone è invece l’Elfo Glorfindel, sulla natura della presenza del quale peraltro l’autore stesso si interrogò a lungo, essendo questi defunto da molti secoli secondo precedenti racconti, e dunque spingendosi fino a teorizzare la reincarnazione elfica.

Qui però il problema è un altro, del tutto italiano (o quasi). In inglese, in effetti, la frase dello Spettro dell’Anello è: “Give us the Halfling, She-Elf”, dal momento che ‘Elf’ in inglese non ha genere, come d’altronde la stragrande maggioranza dei sostantivi anglici. Tolkien, tuttavia, non usa mai, a quanto mi risulta, l’espressione “She-Elf”, che, sgradevole o meno che sia, sicuramente non si situa su un registro elevato, dal momento che è un calco sulla femminilizzazione dei nomi animali: wolf->she-wolf, falcon->she-falcon, dolphin->she-dolphin.

L’italiano, invece, come risulta evidente dall’uso, visibile specialmente nella letteratura Fantasy e nei giochi di ruolo, accetta senza problemi la generazione del femminile tramite semplice imposizione della terminazione -a, come in questo caso con “Elfa”. Tuttavia, non è ben chiaro perché, questo termine sembra scandalizzare alcuni, dal momento che nell’archivio delle conversazioni reperibile nel web la disputa sul corretto femminile di “Elfo” è assurta al ventennale status di “vexata quaestio”, come dimostrano i seguenti link, provenienti da fonti disparate e di vario spessore, dal lodevole impegno tolkieniano di Eldalië fino al fandom più ignaro che sconfina nel faceto e persino nella volgarità, da cui chiaramente ci dissociamo:

http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=1077

https://isda.forumfree.it/?t=847441

https://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20110310104822AAJ7DmK

https://ask.fm/Vyles/answers/33879040064

https://groups.google.com/forum/#!topic/it.fan.scrittori.tolkien/Vl2OAqOO6VI

Per chi non avesse voglia di perdersi nel mare di discussioni, non tutte dotate di acclarato sentore di garbo, tra i vari interventi si riscontrano, accanto a opinioni corrette, seppure non documentate, una serie di suggerimenti erronei, per quanto sicuramente in buona fede. Tra questi l’idea che la Fata sia la femmina dell’Elfo, quando Fata è originariamente plurale e non femminile, e designa il popolo degli spiriti che distribuiscono le sorti agli uomini (è infatti il plurale del latino ‘fatum’), ovvero svolge la stessa funzione originariamente rivestita dagli Elfi, come testimoniano le antiche leggende. D’altronde, il giovane Tolkien impiegava equivalentemente i due termini, ‘Fairy’ ed ‘Elf’, come esatti sinonimi, e solo più tardi decise di mantenere il solo termine ‘Elf’, per via della più tarda concezione, esposta nel saggio “Sulle Fiabe”, che ‘Fairy’ non designi necessariamente degli esseri, ma piuttosto e primariamente un luogo, oppure uno stato d’animo.

,Altri affermano che una possibilità sarebbe modellare il plurale sui derivati femminili dei nomi d’animali, ovvero quanto fa fare allo Spettro il regista Peter Jackson, però in italiano. Così, come da leone deriva leonessa, e da elefante elefantessa, secondo costoro si dovrebbe avere ‘Elfessa’ da ‘Elfo’. Ciò tuttavia non risulta affatto necessario, anzi risulta ridondante, dal momento che anche nello stesso regno animale, con cui non si capisce comunque perché andrebbero rapportati gli Elfi, si ha comunque ‘gatta’ da ‘gatto’, ‘lupa’ da ‘lupo’, o ‘cerva’ da ‘cervo’ (accanto a una terza specie di indeclinabili, come gnu, lince, pantera, ecc.).

Vi sono poi coloro che sostengono che non si possa adottare una desinenza femminile del tutto, dal momento che, come in effetti è rilevato anche da chi non ne tragga simili conseguenze, ‘Elfa’ non dà riscontro in nessun dizionario. Dal momento che non esiste un femminile, l’alternativa si porrebbe quindi soltanto tra ‘Elfo femmina’, che utilizzerebbero coloro che volessero usare un tono di disprezzo, come appunto i Cavalieri Neri, e ‘Elfo donna’, che recando riferimento alla sfera umana è invece termine maggiormente apprezzativo.

Ebbene, per quanto sostenuta da molti, e contrastata principalmente da coloro che affermano l’esistenza di ‘Elfa’, senza poterla tuttavia documentare, l’argomentazione appena esposta è completamente fallace, eccetto la proposizione finale, laddove si sostiene che ‘Elfo donna’ sia maggiormente apprezzabile, e quindi più tolkieniano in quanto più vicino alla descrizione del personaggio ‘Elfa’, che è personaggio sicuramente positivo.

In effetti, Tolkien stesso utilizza “Elf-woman” nella Compagnia dell’Anello, e per di più riferito a Galadriel (!!!). Il passo, tuttavia, che in originale descrive la Dama, che ha appena resistito alla tentazione, come:

“a slender Elf-woman, clad in simple white, whose gentle voice was soft and sad”
(Tolkien)

in italiano è stato reso da entrambi Alliata e Fatica con “donna elfica”, perdendo il rilievo:

“un’esile donna elfica, vestita di semplice bianco, dalla dolce voce morbida e triste”
(Alliata)

“un’esile donna elfica, vestita di semplice bianco, dalla dolce voce mesta e sommessa”
(Fatica)

Che opportunità sprecata, per due volte, per di più! Si sarebbe potuto ricalcare tutto il sottile distinguo che Tolkien intaglia nelle descrizioni, prima della Dama nella sua gloria all’arrivo della Compagnia a Lòrien, quando è semplicemente “the Lady” o “Lady of the Elves”, (Alliata= Fatica= “la Dama” o “la Dama degli Elfi”), poi al condurre Frodo al luogo della prova per entrambi, quando diventa una meno altolocata “Elf-Lady”, (Alliata= Fatica= “Dama Elfica”), e in seguito appunto, dopo aver subito la tentazione dell’Anello, si innalza un’ultima volta al suo apice massimo di “Elven Lady”, (Alliata= Fatica= “Dama Elfica”) al mostrare l’Anello dell’Acqua, prima di venire ridotta appunto a un’umile e dimessa “Elf-woman” (Alliata= Fatica= “Donna Elfica”). Che occasione sprecata per rendere le quattro fasi, invece, con il distinguo:

1) “la Dama” o “la Dama degli Elfi”;

2) “Dama Elfica”;

3) “Dama Elfa”;

4) “Donna Elfa”.

A questo punto sicuramente qualcuno si chiederà: “Ma chi scrive non ha detto poco sopra che ‘Elfa’ non ha riscontro in nessun dizionario? Allora, di cosa va cianciando?” Ebbene, non capita sempre di poter affermare ciò, eppure, signori e signore, il dizionario è sbagliato. Tutti i numerosi dizionari italiani che ho potuto consultare e che non citano ‘Elfa’, Treccani compreso, sono sbagliati. Qualcuno penserà: “Non puoi pretendere che l’italiano venga aggiornato sulla base del Fantasy. Se anche qualche libro Fantasy parla di Elfe o di un’Elfa, non significa che sia italiano corretto”.

Ma anche ciò è sbagliato, e a quanto ne so sono il primo a evidenziarlo: non occorre far riferimento a recenti romanzi Fantasy per trovare ‘Elfa’, il femminile di ‘Elfo’. Infatti, dal sito della Library of Congress statunitense è interamente scaricabile il libretto di un dramma operistico italiano in tre atti del 1869 intitolato “Elfa”, scritto da Carlo Toscano, musicato da Paolo Soraci, e stampato per le tipografie napoletane. La protagonista, che reca appunto il nome “Elfa”, è un’eroina tragica che vive una storia d’amore contrastata dalla famiglia di origine, un pò come Romeo e Giulietta.

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Due immagini dal libretto di “Elfa” di Carlo Toscano (1869).
Fonte: https://www.loc.gov/item/2010657658/

A questo punto, immancabilmente, si solleverà l’obiezione che in questo caso ‘Elfa’ è nome proprio anzichè comune, e dunque non si potrebbe considerare allo scopo. Al contrario: è diventato nome proprio in virtù della sua precedente adozione a nome comune, da cui deriva, e attestata già anni prima nelle poesie di Bernardino Zendrini, scrittore, poeta, filologo e traduttore del XIX secolo italiano. Zendrini, che ebbe cattedra di filologia a Padova e Palermo, intrattenne polemica con Giosué Carducci, che gli inveì contro nell’epodo “A un heiniano d’Italia” (1872), in seguito alla felice traduzione che il Bernardino aveva fatto del poeta romantico tedesco Heinrich Heine.

E quanto ci interessa risale appunto alla traduzione del “Canzoniere” di Heine, edita il 1863, cui Zendrini appose la “Prefazione in nona rima al Canzoniere di Heine”, ove si leggono i versi:

“Sostammo alfine a un’isola incantata,
Ove un occhio d’amor pare ogni stella:
Ove ogni fiore umanamente guata
E alla vergine dice: Ave, sorella!
Ove l’Elfa cavalca: ove la Fata
Parla e canta d’amore in sua favella:
Ove l’Ondina con le fredde spume
Spruzza l’ardito che s’accosta al fiume;
Ove maghi possenti ergon castella.”
(vv. 28-36)

Si rende perciò evidente come, non solo la polemica e i dubbi risultino del tutto ingiustificati, ma risulta persino sconcertante come ciò possa essere ignorato dai dizionari, che pure, almeno nel caso di Treccani, dovrebbero registrare anche i lemmi che non risultano all’ordine del giorno, per così esprimersi. Pare quasi, insomma, che occorra esporre quanto dovrebbe essere di per sé evidente. E, se la bellezza elfica si ammanta di un fascino elusivo, tale da sfuggire persino alle reti dei dizionari più completi, non per questo Beren rinuncerà all’inseguimento. Tutto ciò che è servito era una visione fugace: dopo che l’occhio ha veduto, nè la lingua nè la spada possono cessare di adoprarsi IN DIFESA DI LÚTHIEN.