Recensione: La Compagnia dell’Oste (Aa.Vv.: Marcovalerio, 2021)

Come ogni estimatore del fantastico sa benissimo, mai fare i conti senza l’Oste: una Compagnia di avventurieri non è tale finché non abbia la taverna o locanda di riferimento, dove sbollire l’eccitazione dell’ennesima avventura o caccia al tesoro, ovvero farsi reclutare per la prossima missione da qualche generoso committente, o magari incontrare il pericoloso sicario da cui ricevere soffiate al riparo da orecchi indiscreti, o ancora, semplicemente, annegare la stanchezza di un lungo viaggio in un bel boccale di birra scura e schiumosa…

Gli esempi, comprensibilmente, si sprecano. Harry Potter ha Il Calderone Traboccante e I Tre Manici di Scopa, Geralt di Ryvia sosta volentieri al Drago Pensieroso, il locandiere di Candlekeep nel videogioco Baldur’s Gate è famoso per il suo boccaccesco vanto di tenere il locale “pulito come il didietro d’un Elfo”, mentre viaggiatori da ogni dove trovano asilo alla Taverna ai Confini del Mondo nel fumetto Sandman di Neil Gaiman, e persino nella fantascienza abbiamo, per dire, l’iconica Cantina di Mos Eisley che raccoglie “tutta la peggiore feccia della galassia” secondo Obi-Wan Kenobi, per non dire del Ristorante Ai Confini dell’Universo di Douglas Adams (attenti ad andare ai confini dal lato giusto!). Tutto comunque ha origine nelle taverne medievali di chaucereana memoria e, quintessenzialmente, quell’Eagle & Child dove si riuniva il circolo letterario degli Inklings di Oxford, che sicuramente fece la sua parte nell’ispirare a Tolkien Il Drago Verde di Lungacque e Il Puledro Impennato di Brea.

E proprio agli Inklings intende rifarsi il neonato circolo degli Inkiostri, riunito in una locanda che resta innominata presso un Oste noto semplicemente come tale allo scopo di narrare ciascuno un proprio racconto. La cornice dunque si distingue per la semplicità ma anche per un certo calore rustico, sembra quasi di avvertire il crepitare del camino, l’odore di rovere e di leccornie, l’atmosfera luminosa velata da qualche fumata di pipa…

Prende così il via la sequela dei racconti, molto diversi tra loro ma animati dallo spirito condiviso dell’amore per la bellezza e per la parola, l’arte dell’incanto e la fermezza della fede, nel solco della tradizione e delle radici. Non si tratta mai, dunque, di vuota artificiosità, di gioco pedante di citazioni, nè di mero estetismo: l’Oste sotto la cui insegna si racconta e si scrive, infatti, disdegna interamente prefazioni, introduzioni, e note a piè di pagina, anche se ciò ci viene detto nel “Prologo” di Giovanni Soppelsa, ripetendo così in modo simpatico l’ironia di quanto Tolkien scriveva nell’inedita introduzione a La chiave d’oro di George MacDonald.

Il primo racconto, Le torri del silenzio di Giovanni Bertoglio, scorre piacevolmente tra ispirate metafore, inebrianti similitudini ed evocative parafrasi come il miglior Dunsany in una storia che rammenta qualcosa della classica canzone Samarcanda e qualcosa ancor più dell’Azrael di Longfellow, con espliciti richiami zoroastriani. Una partenza meglio riuscita non si potrebbe immaginare!

Eppure non è da meno Luisa Paglieri nel prosieguo, una sorta di storia dell’Eden all’incontrario che vede perciò il lieto fine e forse, se non erro, vuol essere metafora della storia della Salvezza. Ma, se questa può essere solo una mia lettura, non vi è dubbio che, anche presa semplicemente come fiaba, senza particolari intenti allegorici, Il lago sapiente sia una splendida storia e una delle punte di diamante del volume.

Segue La Principessa e il Mutaforma di Paolo Gulisano, una breve pennellata che abbozza l’inizio di una storia di rivalsa al femminile senza poi che la vicenda vera e propria venga effettivamente narrata, ma soltanto lasciandola alla fantasia del lettore. L’espediente è spiazzante ma non spiacevole, e invita alla riflessione sul tema della parzialità delle narrazioni, in sè inevitabile.

Con Salita alla Sacra, Chiara Bertoglio mi ha assolutamente conquistato per l’afflato quasi mistico che trapela dalla sua accorata narrazione, che mi ha riportato la mente al viaggio che feci in Terrasanta e altre esperienze religiose molto intense che ho avuto il privilegio di vivere, come l’ascesa al Monte Sacro di Varese. Commuovente ed esaltante, da applausi.

Giovanni Soppelsa torna con il suo Conobbi Bartholomeus Clough e, beh, cosa dire? Un gioiellino in bilico tra Conan Doyle, Rider Haggard e Meyrink, non so se sia più felice la prosa nella sua naturale inappuntabilità o il contenuto nella sua originale, sorprendente prevedibilità. Un racconto da leggere e rileggere, meritevole di fare scuola.

L’ultima avventura di Orion di Ives Coassolo è un racconto di sbrigliata fantastoria e fantarcheologia che diverte e fa sorridere, raccontato con la freschezza del non prendersi troppo sul serio e abbandonarsi al libero sogno di fantastiche ere remote, se non nella chiusa morale che si rifà alla Numenor tolkieniana.

Il Settimo Cerchio di Andrea Donna è per esplicita ammissione un omaggio a Jorge Luis Borges e come tale sicuramente non può reggere il confronto con il Maestro, ma rimane un raccontino congegnato con intelligenza che riesce nello scopo di riportare al lettore il ricordo delle fantasmagoriche architetture borgesiane.

Cronache missionarie di Patrizio Righero sembra il risultato di una collaborazione tra Ray Bradbury e Clive Staples Lewis, il che mi pare avvicinarsi ad essere uno dei più bei complimenti, nonchè dei più originali, che si possano fare. La selezione dei passi scritturali citati, inoltre, racchiude diverse perle.

L’ultimo racconto, Danza macabra di Maria Finiello, sembra compendiare in sè un pò tutto il volume: vi è la Morte come nel racconto iniziale di Giovanni Bertoglio, ma non manca nemmeno il romanticismo di Paglieri, Gulisano e Coassolo; gioca di citazioni come Soppelsa, Donna e Righero, ma condivide con Chiara Bertoglio le altezze del volo mistico. Difficile trovare una miglior chiusura.

Segue comunque un breve riallacciamento narrativo, sempre di Soppelsa, e il vero e proprio commento critico di Chiara Nejrotti. L’unico rimpianto, a chiudere il volume, è che non compendi due, tre, anche quattro volte questo numero di racconti, fino ad arrivare a un nuovo Le Mille e Una Notte, Lo Cunto de li Cunti, o I Confratelli di San Serapione. L’augurio è che questo sia solo l’inizio, e opere ancora più varie e più ricche facciano seguito a questa già entusiasmante e coinvolgente raccolta!

Recensione: “Un estinguersi di parole eruttanti” di Vincenzo Costabile

Visionario. Poliedrico. Esuberante. 

Sono solo le prime tre parole che vengono in mente per descrivere la poesia di Vincenzo Costabile, il giovane autore che prende la penna come unico sistema per estinguere le "parole eruttanti" dal titolo della raccolta, un subbuglio interiore che non trova spazio di espressione adeguato e così si apre una strada alla ricerca di luoghi da calpestare a piedi scalzi, si imbarca sulla nave dei folli, ricerca la ghirlanda dei colori tra le nuvole, l’alchimia del verbo e dei sentimenti, le voci delle sirene, il sublime slancio che fa rivoltare la terra. 

In questo caleidoscopio di immagini, sensazioni, sentimenti ci si sente travolti, abbagliati, abbacinati, ma ecco che presto il passo recede per lasciare il posto alla malinconia dei ricordi di infanzia e il dolceamaro rievocarli, con riflessioni di maggiore distacco, tra ironia e senso di colpa: "È un'opera buffa – se ci pensi – la vita. / L’ultimo dei nostri problemi signor giudice / perché non si occupa anche lei / di sofismi infantili / di stelle / e di sogni?"

Nel mentre si dipanano, quasi inconsce, citazioni poetiche, musicali, cinematografiche. L'autore strizza l'occhio a Rimbaud e Baudelaire, Battiato e gli Stones, Herzog e Lynch, ma con leggerezza, senza pedanterie, senza l'artificio da ricercati richiami.

A chiudere la silloge interviene una chiusa avanguardista dal sapore cyberpunk, come se infine la domanda su cosa è umano ritrovasse nel XXI secolo la cornice più adatta in questa sorta di Blade Runner in cui tutto ciò che abbiamo sono brandelli di informazioni che si dissolveranno come lacrime nella pioggia. Qui lo scandire del verso cede il passo alla finzione di una trasmissione frammentaria in prosa poetica, senza che l'ispirazione vada persa, anzi. 

"Siamo le password dimenticate di profili inaccessibili, arlecchini bakuniani, goffi voli a pallida imitazione degli angeli, siamo Pierrot innamorati della Luna, lei che riflette la luce nella notte, siamo le lucciole che vibrano nel tempo, tra le dimensioni, alla ricerca del volto nascosto di Dio".

Fino all’ingresso della Scuola Bianca

E fu così che alla fine Nomedens il Pastore dei Pastori, Chaundra la Saggia, la loro bambina Gywennen la Ridente, il Principe Infante Arianhel il Gioioso, e il pastore Char-medeq il Testimone giunsero sulle rive del Deserto Fluente, un mare dorato di sabbia liquida che si estendeva a perdita d’occhio.
Era notte.
Nomedens li guidò fino a un candido porticciolo, sul cui unico molo era ormeggiata una splendida barchetta d’argento.
“Solo una nave costruita interamente in argento può attraversare il deserto d’oro” dichiarò il pastore. “Questa che ci attendeva è stata inviata dall’ Isola Senza Fine, dove normalmente è ospitata nel Porto Introvabile”.
Per coloro che lo seguivano, dichiarazioni di tal genere erano ormai all’ ordine del giorno, così come i fatti che inevitabilmente le confermavano, per cui nessuno aprì bocca e si spicciarono a montare lesti sulla barchetta.
Il nocchiero si chiamava Nardwis, e diede loro un rude benvenuto.
Era uno dei Saggi della Scuola Bianca, li informò Nomedens, sebbene non fosse uno dei Grandi Saggi.
“Tu sei un Grande Saggio?” chiese Arianhel.
Il pastore scosse la testa. “Non ho mai ambito far parte dell’ Arcano Consiglio”.
“Per quale motivo?”
“Non sopporto le discussioni” tagliò corto Nomedens, serafico e terribile.
La traversata fu placida e serena, finchè non si imbatterono nei gorghi di sabbia.
Enormi vortici di liquido dorato facevano turbinare le correnti tutt’intorno, e Nardwis sbuffò.
“Speravo di non averne bisogno” bofonchiò, e soffiò della polvere sulla vela.
In men che non si dica, il vento fece decollare la barchetta, che planò soavemente oltre i gorghi, in placide acq… ehm, sabbie.
“Che cos’era quella polvere? Che cos’era quella polvere?” domandò ansioso Arianhel.
“Meglio non chiedere” gli fece Gywennen.
Nardwis guardò sbalordito la bambina, quindi rivolse una simile occhiata a Nomedens.
“Ma io voglio saperlo!” si lamentò Arianhel.
“E infatti ti è stato detto. Quella è polvere di Meglio non chiedere, una rarissima pianta che cresce nella Foresta Impossibile” lo erudì Nomedens.
“Tu lo sapevi?” domandò Arianhel a Gywennen.
“Chi può dirlo…” gli rispose lei, enigmatica.
“Può far volare le navi e molte altre cose” precisò Nomedens.
“Woaaaaaaaah!” esclamò il principino sbalordito.
“Non temere, figliolo” gli disse Nardwis. “Dove stai andando vedrai di questo e molto di più”.
“Wooaaaaaaaah!” continuò Arianhel, estasiato.
Gywennen rise.
Erano ormai in vista dell’ Isola Senza Fine, e presto attraccarono nel Porto Introvabile.
Il luogo era completamente vuoto e la brezza che li aveva condotti sin lì calò istantaneamente, al punto che non si levava più un soffio di vento.
Salutarono Nardwis e si fecero strada attraverso la linea costiera dell’ Isola Senza Fine, fino ad arrivare ad una strana foresta.
“Questa è la Foresta Senza Fine” dichiarò Nomedens, nel suo solito tono declamatorio. “Al centro di essa troveremo la Foresta Impossibile”.
“E come si fa ad attraversare un luogo infinito?” domandò Arianhel. “Dovrebbe volerci un tempo infinito.”
“E fortuna vuole che sia esattamente quello che abbiamo” lo sorprese il saggio, estraendo dalla bisaccia una clessidra completamente piena di sabbia.
“Ma certo!” commentò il principe. “Ad una clessidra piena ci vorrebbe l’eternità per svuotarsi!”
Mossero pochi passi e si trovarono in una radura dalla quale un intrico di radici si diramava verso il cielo.
Char-medeq si fece avanti.
“Ora voglio proprio vedere se è vero quanto dicevi” disse a Nomedens.
Quegli guardò Chaundra, apprensiva, quindi si spostò verso i principini.
Accovacciatosi, pose una mano sulla spalla di ciascuno, e disse loro: “Gywennen e Arianhel, adesso tocca a voi trovare la strada che conduce alla Scuola Bianca”.
“Ma come?” protestò Arianhel. “Non siamo mai stati qui prima d’ora!”
“Bisogna che trovi il modo per arrampicarti sugli alberi di cui vedi le radici” gli suggerì Nomedens.
Allora Gywennen lo prese per mano, e insieme esplorarono la radura, che era immensa, seguiti poco dietro dal resto del gruppo.
Presto videro una radice che gocciolava, ed Arianhel sbottò: “Ho avuto un’idea!”
“Anche tu?” chiese Gywennen, smorfiosa.
Nomedens guardò Chaundra, colmo di fierezza, ma non incontrò ancora il riconoscimento negli occhi di Char-medeq.
Ben presto la coppia assurta al ruolo di impensata guida giunse presso una piccola polla d’acqua.
“Questo è il modo!” gridarono, all’unisono, e si tuffarono.
Char-medeq fu sorpreso: “Infine quello che dicevi era vero” ammise a Nomedens, malvolentieri. “Tuttavia dubito ancora che qualcosa di buono possa venirne”.
“Invece di dubitare, come tutti noi, dovresti piuttosto sperare. Chè grande è il bene che può venirne” rispose il pastore, prima di tuffarsi anch’egli, seguito dalla moglie.
Char-medeq rimase lì, indeciso se mutare in speranze i suoi dubbi.

* * *

Nomedens mormorò delle parole che echeggiarono ribollendo nelle acque che li circondavano, ed ecco che ciascun membro del gruppo fu avvolto in una bolla d’aria che gli permetteva di respirare.
Come presto scoprirono, le bolle erano in comunicazione tra loro, di modo che ciascuno sentiva ciò che dicevano gli altri come se si trovassero all’aria aperta a pochi passi di distanza.
Era chiaro a tutti che la direzione fosse verso il basso, nella direzione in cui si stendevano i rami degli alberi, ma quale distanza dovessero percorrere era noto solo a Nomedens, motivo per cui Arianhel gliela domandò, per sentirsi rispondere: “Tutto il mondo ancora ci separa dalla Scuola Bianca, eppure essa è qui.”
“Come è possibile?”
“La scuola si trova al centro del mondo, ma il centro del mondo non è un luogo come gli altri. Ognuno lo trova in qualcosa di diverso. Tu e Gywennen dovete capire dove si trova il vostro.”
“Non è difficile” disse la bambina.
“E’ qui con me” chiosò Arianhel.
“Eccolo” fece Gywennen.
Dicendo queste parole, si avvicinarono l’uno all’altra di modo che le loro bolle si unirono a formarne un’unica, e si presero per mano.
Non appena l’ebbero fatto, videro tutti che si riusciva a scorgere il fondale, dove i rami capovolti mettevano i loro frutti alla rovescia.
Arianhel e Gywennen risero, e si spinsero a staccare qualcuno di quei frutti rossi e luminosi che risaltavano sul fondale scuro.
Diedero un morso ciascuno, e mentre assaporavano il dolce sapore udirono una voce più in là tra i rami, sebbene le parole che pronunciava fossero indistinte.
Si avviarono immediatamente in quella direzione, scostando i rami al loro passaggio, e videro che sul fondale si ergeva un imponente portale di marmo, sorretto da due alte colonne e fronteggiato da due grosse statue in forma di leoni dal volto umano.
Un luminescente bagliore promanava da tutta la costruzione.
Quando furono arrivati all’entrata, seguiti da Nomedens e Chaundra,
riuscirono finalmente ad udire le parole pronunciate dalle statue.
“Chi desidera entrare dica la parola magica”.
Nomedens guardò i due giovani con aria sorridente, e disse: “Bene. Questa è l’ultima prova, almeno per il momento. Dovete arrivarci da soli per dimostrare di essere degni di entrare nella scuola”.
“Magia” disse Arianhel.
Il portale non fece cenno di muoversi.
“Amore” dichiarò Gywennen.
Ancora i pesanti cardini restarono immobili.
Ne provarono molte e molte altre ancora, con la sensazione che ci fosse qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa di ovvio, eppure di essenziale che non riuscivano a cogliere nonostante tutti gli sforzi del loro intuito…
Guardarono Nomedens, che continuava a sorridere e a guardarli con aria paterna.
“No, no” ribattè all’ implicito suggerimento dei loro sguardi imploranti. “Dovete arrivarci da soli.”
“Chi desidera entrare dica la parola magica”.
“Qual è questa parola?” chiesero entrambi, esasperati, stringendo tra le mani le folte criniere delle teste leonine, come nel tentativo di smuoverle.
“Chi desidera entrare dica la parola magica” ripeterono le statue, impassibili.
“Ho capito!” dissero entrambi, all’ unisono.
“La parola magica!” disse Arianhel.
“La parola magica!” disse Gywennen.
Nomedens rise a voce alta, compiaciuto.
“Bravi!” gli fece eco Chaundra, mentre i cardini del pesante portale si schiudevano, rivelando un ampio atrio isolato dall’ acqua.
Il portone si aprì completamente, e la luminescenza che da esso emanava si spense, facendo posto alla luce che proveniva dall’ apertura.
Nomedens si fece avanti, venendo incontro ai due bambini.
Lo seguiva appresso Chaundra.
“Qui” disse “dobbiamo separarci. Il mio compito era di condurvi fino alla scuola, e l’ho assolto. Di qui in poi saranno i maestri a prendersi cura di voi. Siano aperte la vostra mente e il vostro cuore agli insegnamenti che vi verranno impartiti, ma non mettete da parte ciò che il vostro spirito spontaneamente vi suggerisce. Esso può essere il migliore dei maestri e, nel mio caso, è la guida che mi ha condotto fino a voi.”
“No, papà!” fece Gywennen. “Come farò senza di te?”
Durante le ultime fasi del viaggio aveva dovuto tirar fuori quanto di più maturo vi fosse in lei, e ora di fronte alla prospettiva di separarsi dai genitori l’ indifesa natura di bambina riaffiorava.
“Te la caverai benissimo. Confida nelle tue forze” fu la risposta di Nomedens, che aveva sempre saputo che quel momento sarebbe arrivato infine.
“Vi ringrazio della vostra guida e del vostro aiuto” disse invece Arianhel, atteggiandosi ancora una volta a quel principe che aveva dovuto mettere da parte fin da quando avevano lasciato il reame.
“Senza di voi non ce l’avremmo mai fatta a giungere fin qui”.
Chaundra accolse anche lui nell’ abbraccio in cui aveva stretto la figlia, caloroso e materno. “Qualsiasi cosa per voi” disse, con le lacrime agli occhi.
Nomedens invece sospirò. “Era mio preciso dovere condurvi fin qui, da servitore di un fato ancora in corso di definizione di fronte al nostro sguardo cieco ma che confido rechi frutti di rinnovamento per tutte le terre che abitiamo e amiamo”.
Abbandonò poi quel tono così ufficiale per assumerne uno più confidenziale, e sorridendo aggiunse: “Inoltre vi ho condotto nell’ unica vera scuola di magia. Non è il sogno di ogni ragazzino?”
Gywennen e Arianhel passarono dalle braccia di Chaundra alle sue, con le lacrime agli occhi anche loro, ma ridendo, confusi.
“Se mi avessero detto che avrei pianto sott’acqua,” aggiunse Nomedens “avrei invitato l’ esponitore di tanto assurdi vaneggiamenti a farsi un tuffo per primo. Eppure…”
I due bambini risero ancora.
Nomedens gli fece cenno di andare, e si fermò ai piedi degli scalini, con Chaundra accanto da consolare, guardandoli e facendo cenni di saluto, fiero di quelle giovani promesse tanto benauguranti.
Così Arianhel e Gywennen salirono gli scalini che passavano in mezzo alle statue e, oltrepassata la barriera magica di stagnazione che proteggeva l’ ingresso, che fece scoppiare la loro bolla d’ aria, fecero ingresso nella Scuola Bianca.

(Estratto da Giovanni Carmine Costabile, “La Separazione Ardente della Scuola Bianca”, 2014, inedito)

David Lowery e il Cavaliere Verde

Bello lo screenshot, vero? Vuol dire che finalmente abbiamo una trasposizione cinematografica decente di quel capolavoro della letteratura medioinglese noto come “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”?

La parte del film che copre il primo Fitt del poema fa pensare quasi di sì. Certo, nell’originale la corte di Camelot era paragonata dal Cavaliere Verde a bambini imberbi, mentre qui Artù a malapena si regge in piedi e gli altri cavalieri sembrano barbari di terza età, ma fa niente, sappiamo che ogni volta che un’opera letteraria diventa film si estraggono a sorte i particolari da modificare senza alcun senso e scopo.

Il problema inizia con il Secondo Fitt. Gawain viene turlupinato da un trio di marmocchi e lasciato inerme legato sotto un albero. E io che ero rimasto che lungo la via avesse avuto la meglio su lupi, orchi e uomini selvatici! In compenso, apparentemente perché tutte le decapitazioni includono il taglio della testa, gli viene richiesto dalla martire decollata Santa Winifred di recuperare la reliquia della propria testa. Sei stato/a decapitato/a? Chiama Gawain! Siamo aperti di notte e anche il sabato e la domenica!

Di male in peggio: Gawain cede alle avances della Dama Bertilak (nota per le sue conferenze cromatiche) e COMMETTE ADULTERIO con lei! Ma… ma… io… vabbè… A questo punto, giustamente, Gawain è anche un codardo e non si sottopone all’ascia del Cavaliere Verde.

Mi sarebbe piaciuto molto poter parlare bene di questo film. La recitazione non è cattiva, e la fotografia è splendida, come si può osservare. Il problema è che questo non è “Sir Gawain and the Green Knight”, Gawain non è Gawain, e nemmeno come film a sè stante ha molto senso. Peccato.

“I want wings” – Addio a Kentaro Miura

Credevamo che l’anno dei lutti fosse stato il 2017 (Carrie Fisher, David Bowie, ecc.), ma questo maggio 2021 nel giro di neanche due settimane si è portato via Franco Battiato e, apprendiamo oggi, Kentaro Miura, il mangaka a cui dobbiamo quel caleidoscopico, ribollente pentolone di meraviglie e orrori noto come “Berserk”.

L’inizio della vicenda narrata nel fumetto infatti colpisce per le tinte molto forti, dark e violente, un incubo a occhi aperti il cui unico siparietto ironico, a tratti grottesco, è offerto dall’elfetto Puck, di shakespeareana memoria. Devo ammettere di essere stato più volte sul punto di mollare la lettura, se non fosse stato per chi mi spronava: “tu vai avanti, intorno al volumetto dieci ne riparliamo”.

In effetti dopo il grand guignole dei primi volumetti tutto riparte dalla nascita del protagonista Gatsu, l’infanzia tormentata, la sua innata abilità nel destreggiarsi in battaglia con spade di considerevole peso, per introdurre, con il suo reclutamento nella Squadra dei Falchi, il vero e proprio arco narrativo della cosiddetta Età dell’Oro.

Tale ciclo, un po’ come una nuova materia di Bretagna, vede l’ascesa dei Falchi, capitanati dal carismatico Grifis, il cui genio tattico fa il pari con la sua maestria nella scherma, e arrivando quasi a trovare posto a palazzo e blandire la principessa, finchè gli intrighi di corte non fanno incastrare le belle ambizioni del visionario condottiero con il gioco sporco dei notabili, e i Falchi vengono scacciati e Grifis gettato nelle segrete alle “cure” del torturatore.

Di lì in poi, la vicenda diviene al tempo stesso terrificante, sconvolgente, e magnifica, portando finalmente il lettore a capire per quale motivo il Guerriero Nero nei capitoli iniziali era così tormentato da demoni sia interiori sia esteriori. Infatti ora le due linee narrative convergono, e il lettore segue Gatsu nella sua doppia cerca: ridare il ben dell’intelletto all’amata Caska, e vendicarsi su Grifis, la cui riascesa quasi divina ha comportato il sacrificio di tanti.

“Io ho un sogno” aveva confessato uno spensierato Grifis a uno spavaldo Gatsu, molti anni prima. Gatsu poteva solo opporre che lui aveva dovuto sempre combattere per farsi strada, senza avere una meta. Anche noi oggi, persino chi come me ha sempre parteggiato per Grifis, dobbiamo riconoscere che come lettori ci troviamo più nella condizione di Gatsu: abbiamo sempre avvertito la necessità di leggere ogni nuovo capitolo per andare avanti, abbagliati dal Falco, senza sapere quale fosse la meta. Solo tu, Kentaro, conoscevi il tuo sogno per intero, come Grifis: un sogno di un bambino perdutosi su una strada stretta, che vorrebbe le ali per arrivare al castello.

O forse sei tu ad avere dato le tue stesse ali a tutti noi, perché abbiamo volato sia alla vista di tavole curate nei dettagli come fotografie, sia le storie che hai narrato ci sono cresciute dentro fino a mettere piume.

E quindi, Kentaro Miura, grazie per averci donato tanto di te, anche se non vi è stata una conclusione del narrato, e a te, a noi, a tutti coloro che vogliono ali, buon volo.

“Che siamo angeli caduti per terra dall’eterno” – Addio al Maestro Battiato

I 75 anni di Franco Battiato e la nostra solitudine

La notizia della scomparsa di Franco Battiato mi colpisce come un fulmine a ciel sereno. Si sapeva da anni che il Maestro soffrisse l’età non giovanissima, ma questo è un altro di quei colpi che la vita ti sferra e ti arrivano dritti sul naso senza necessità di spiegazioni. Chi ci proteggerà dalle paure e dalle ipocondrie, ricordandoci di essere speciali e che avrà cura di noi?

Ebbi personalmente l’onore di incontrare il Maestro nella vivace estate del 2010, quando tutti andavano in giro con le trombette cantando Waka waka per i mondiali africani. Dopo già aver posto due domande durante l’apposito spazio dibattito, piombai sull’uscita del chiostro di Santa Chiara a Cosenza e lo arpionai come un falco in picchiata. I suoi accompagnatori proposero a Battiato di entrare subito in auto, e lui rise: “Non è un giornalista. Quelli sono lucidi e geniali”. Non mi lasciai scappare l’assist: “I lama tibetani invece sono un po’ naif”. Ridemmo entrambi, dopodiché mi firmò un autografo con dedica: “Il vecchio ricercatore al giovane ricercatore, Franco Battiato” e tornammo entrambi sulle rispettive strade.

Perché la sua strada non è finita nemmeno oggi. Continua invece a scorrere lontano, dove non arrivano i nostri occhi, magari a vagare per i campi del Tennessee, oppure a visitare l’Egitto prima delle sabbie, sicuramente come un angelo, al di là della terra dove noi ancora siamo prigioneri, mentre un’aria d’infinito lo commuove, e ha trovato infine la completa guarigione.

La leggenda di Tessifiore e Piedincanto

C’era una volta una fanciulla che aveva nome Tessifiore dal diletto che traeva nel tessere ricami floreali e viveva nel paese che aveva nome Rubapiedi, dall’usanza che lì vigeva di rubare i piedi degli stranieri così che non potessero lasciare mai quella contrada. Il mercato di piedi lì era fiorentissimo, e così il padre di Tessifiore, che era proprio un mercante di piedi, si era arricchito commerciandoli e vendendoli ai serpenti del regno di Strisciapiano lì vicino, a cui prudeva il ventre per il troppo strisciare.
Un altro regno al confine di Rubapiedi era Appassitura, dove vivevano gli oscuri Appassitori, degli stregoni paurosissimi dotati del potere di far appassire qualsiasi pianta crescesse sotto il sole con un semplice soffio dalla loro bocca. Si diceva che le ricchezze del regno di Appassitura provenissero tutte dall’aver depredato il regno di Fiordalisia, che un tempo era sorto ove ora si stendeva il deserto delle Sabbie Aride.
Nel regno di Appassitura viveva un giovane che si chiamava Piedincanto perché sul cammino dei suoi passi s’udiva una dolce melodia che ricordava l’arpa di Pizzicorda, il leggendario bardo della città di Armonia.
Avvenne un giorno che i sovrani di Rubapiedi e Appassitura si incontrarono nella città di Rubafiore, e tutte le famiglie del regno accorsero per assistere all’evento, anche le famiglie di Tessifiore e Piedincanto.
Ma i fiori di Tessifiore appassivano nei ricami, e dietro ai passi di Piedincanto non s’udiva alcun suono. Entrambi si trovarono così a vagare sconsolati per le vie della città, attendendo l’ora in cui avrebbero fatto ritorno a casa, dove i fiori crescevano e la musica si udiva.
Ed ecco, i due si incontrarono nel Prato del Sogno, ed ecco, entrambi abbassarono lo sguardo per l’imbarazzo di trovare sé stessi in occhi altrui, ed ecco, entrambi non dissero parola per timore di rivelare la propria natura. Ma, quando ormai entrambi stavano per tornare sui loro passi, un fiore spuntò in mezzo a loro, un fiore più luminoso di quelli che Tessifiore avesse mai ricamato, e da esso promanava una musica più dolce che dietro ai passi di Piedincanto. E Piedincanto e Tessifiore si presero per mano, e si giurarono amore eterno: vissero insieme per lunghi anni, ed ebbero figli e nipoti, e furono felici. E in loro onore il regno di Rubapiedi cambiò nome in Tessincanto, e il nome di Appassitura in Piedifiore. Gli stranieri furono liberi di uscire da Tessincanto, sebbene spesso fossero loro a volervi rimanere, e gli Appassitori di Piedifiore divennero i Fioritori, i più grandi floricoltori di tutti i reami. Atlea lethui thanue man-tha. Thin-i-thar, thin-i-thur.

Mille volte il primo bacio di Biancaneve

Snow White: A Tale from the Brothers Grimm: Amazon.it: Grimm, Jacob, Grimm,  Wilhelm, Santore, Charles: Libri in altre lingue

Tempo fa ricordo che si ebbe molto a discutere sul fatto che nel 1937 Tolkien andò a vedere la pellicola Disney “Biancaneve e i Sette Nani” con l’amico e collega Clive Staples Lewis ed entrambi ne uscirono insoddisfatti, per ragioni in realtà poco chiare, sembra relative alla rappresentazione dei nani. Ulteriori informazioni al link facebook di Tolkien Italia:

https://www.facebook.com/TolkienItalia/posts/il-veto-di-tolkien-e-lavversione-dellautore-inglese-per-walt-disneydurante-la-su/3289691834408301/

Oggi il problema non riguarda i nani, con buona pace degli Inklings, ma Biancaneve e il Principe, accusato da ben altri pulpiti (o palpiti) di aver rubato il bacio a una fanciulla inerme perché assopita e in quanto tale non consenziente. In altri termini, ricordatevi di denunciare la Croce Rossa, il 118 o il bagnino se per salvarvi la vita vi fanno il massaggio cardiaco (che come tutti ben sanno è una ignobile scusa per palpare i turgidi seni) e/o praticano l’insufflazione forzosa (che noi comuni mortali designamo “il bocca a bocca”).

Detto ciò, è chiaro che la fiaba è un prodotto letterario cristallizzato da un autore in una data forma scritta che appunto raffina e condensa un amalgama polimorfo di eventi, narrati, personaggi, rappresentazioni, eventi e luoghi ben più liquidi e fluidi, per non dire interscambiabili (è il “paiolo dei racconti” di cui parla appunto il Tolkien accademico). Chissà quante versioni diverse della fiaba di Biancaneve sono state narrate oralmente, magari anche a diverso titolo, o senza un titolo, oppure chissà quante altre fiabe hanno prelevato un “pezzo” della fiaba di Biancaneve per incastonarlo in tutt’altro contesto!

La nostra concezione della fiaba di Biancaneve dipende appunto da due principali tra le “cristallizzazioni” di cui dicevamo: la più antica è quella riportata nelle fiabe dei fratelli Grimm, ma la più nota al grande pubblico odierno è appunto la Disney del 1937. Dal momento che i Grimm raccoglievano e redavano racconti popolari tedeschi preesistenti, è buon gioco osservare che la versione originaria della storia sia molto più antica del diciannovesimo secolo, tempo della loro redazione, per non parlare dei singoli elementi o “motivi” ricorrenti in molte altre storie (la mela avvelenata, lo specchio magico, ecc.)

In effetti, i Grimm produssero diverse versioni della fiaba di Biancaneve. Nella più recente, datata al 1857, Biancaneve non veniva svegliata da un bacio, ma dal piede malfermo di uno dei servitori del Principe, ai quali era stato ordinato di trasportare la bara di cristallo al castello, e che rovesciò la bara facendo così sputare a Biancaneve la mela avvelenata. Nella prima versione del 1812, ancora peggio: il Principe non poteva andare da nessuna parte senza portare la bara con sè e vedere il viso dell’amata dormiente, tanto che i servitori si ribellarono all’estenuante compito, lasciando cadere la bara con eguali effetti.

A questo punto diviene evidente come la modifica apportata da Disney per allineare la fiaba a “La bella addormentata nel bosco”, cioè il risveglio al bacio del vero amore, sia molto più riuscito dell’incespicamento o rivalsa servile dei Grimm. Ciò vale tanto più se si considera che l’ossessione principesca di aver dietro la bara, o l’originale risveglio post-rapporto sessuale del Principe con la Bella addormentata, risalgono invece a un mondo primitivo marcato da ragioni magico-rituali sciamaniche che è difficile portare in scena al grande pubblico odierno, probabilmente anche più che ai tempi postvittoriani del cartone animato, perché molto più rapidi al vedere una necrofilia che peraltro non è mai intesa da nessun narratore.

In poche parole, il problema è: come si fa a rappresentare l’idea dell’amore che vince la morte? Come si risveglia dal coma la persona amata? Innanzitutto non la si deve mollare a quelli che staccano facilmente la spina, sicuramente. Ma nemmeno lasciarsi trascinare in una vita funerea, consumarsi nel dolore. Poi, per chi vuole vederla, ci ricorda l’Attilio Mordini del magnifico volume “Il segreto cristiano delle fiabe”, c’è la grande consolazione di Gesù, il cui bacio che è vita si stampa sulle labbra della fanciulla che tutti noi abbiamo dentro, l’anima, e la riportano indietro dai morti senza voltarsi indietro, un Orfeo infallibile che, ci ricorda Tolkien, anche nella più grande tragedia non conosce altro che il lieto fine.

La Spartizione della Compagnia, ovvero Tradurre Tindrock

La spartizione della Compagnia,
ovvero Tradurre Tindrock
di Giovanni Carmine Costabile
25/08/2020

George R. R. Martin tempo fa ebbe a dichiarare, in merito alla sua saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco e relativa ispirazione tolkieniana, che:

“Nella costruzione generale, proprio il capolavoro di Tolkien è stato il mio modello. L’autore inglese inizia da un particolare, da una scena quasi familiare, la festa di compleanno di Bilbo nella Contea, un piccolo angolo dimenticato della Terra-di-mezzo. Da lì, i personaggi si aggiungono lentamente e la scena si allarga sempre più. All’inizio ci sono Frodo e Sam, poi vengono Merry e Pipino, poi a Brea si aggiunge Aragorn e a Gran Burrone si unisce il resto della Compagnia. In seguito, avviene il contrario: da un certo punto, si perdono pezzi. Prima Gandalf, poi Boromir muoiono, poi Frodo e Sam attraversano da soli il fiume, mentre Merry e Pipino sono portati via dagli Orchi e quel che rimane della Compagnia li insegue. Si ha la sensazione che mentre il gruppo cerca di riunirsi il mondo diventi sempre più grande. L’ottica si allarga sempre più per seguire tutti i differenti percorsi. Il mio schema è stato molto simile. Si inizia a Winterfell e tutti eccetto Daenerys si trovano lì. Anche personaggi che non vi appartengono come Tyrion. Partono tutti insieme e lentamente iniziano a dividersi. In un certo senso la mia saga è più grande del Signore degli Anelli perché i personaggi da seguire sono moltissimi e ci sono molte separazioni. È sempre stato il mio intento, come avviene nel Signore degli Anelli: i protagonisti si separano tutti per poi tornare a riunirsi di nuovo tutti insieme. Forse, però, mi sono attardato un po’ troppo. Avrei dovuto iniziare questa seconda fase due libri fa!”
(George R.R. Martin parla di J.R.R. Tolkien, Associazione Italiana Studi Tolkieniani, https://www.jrrtolkien.it/2011/11/11/george-r-r-martin-parla-di-j-r-r-tolkien/?fbclid=IwAR2aaKlxFLLKI6sZTDHz2dokeWHWCv3cGoiiCT1Lu442Do29RENbmR_FXHc)

In effetti, La Compagnia dell’Anello, per lo meno fino al Consiglio di Elrond, e pur attraverso tante peripezie, dal punto di vista della aggregazione caratteriale narratologica rappresenta un moto tendenzialmente ascendente, tendenza che si viene a invertire a partire dal fallimento simbolico dell’ascesa del Monte Caradhras, che comporta la caduta di Gandalf a Moria in una sequenza discendente che, altrettanto simbolicamente, vede, appunto, l’esplorazione delle miniere di Moria e il decorso a valle del Grande Fiume Anduin fino, ancora una volta simbolo, le Cascate di Rauros.
E proprio infatti in tal luogo si consuma l’evento che offre titolo al capitolo finale de La Compagnia dell’Anello, quel “The Breaking of the Fellowship” di Tolkien, che Alliata esplicitava “La Compagnia si scioglie”, mentre Fatica preserva implicito in “Lo scioglimento della Compagnia”, a mio modesto parere mancando il bersaglio entrambi.
Sicuramente non è possibile sostenere da parte di alcun dei due traduttori errore in questo caso, eppure mi pare evidente come parlare di scioglimento, resa corretta, pur se non letterale, di “Breaking”, evochi naturalmente, e nonostante la pregnanza fluviale dell’immagine, anche al contempo l’associazione spontanea con lo scioglimento inteso in senso letterario, ovvero, originariamente, la conclusione di un’opera teatrale, nella catastrofe (termine tecnico teatrale già antico) e catarsi (come da Poetica di Aristotele) della tragedia, a finale mesto, oppure nel riconoscimento, o più propriamente agnizione (greco anagnorisis) della commedia, a lieto fine.
Ora, nonostante Tolkien sia chiaramente a conoscenza della terminologia drammatologica, come dimostra coniando il termine “Eucatastrofe”, o buona catastrofe, per il lieto fine delle fiabe, tale riferimento è del tutto assente nell’inglese “Breaking”, giacchè i tre volumi de Il Signore degli Anelli sono concepiti come un tutt’uno, e dunque non si ha tecnicamente un vero e proprio scioglimento che nel terzo volume, al termine dell’intero narrato, e infatti “Breaking”, oltre i concetti di rottura o separazione, evoca piuttosto idee di transitorietà parentetica, di tregua dagli affanni, di siesta ristoratrice, di pausa dalle fatiche, o persino la colazione mattutina, se solo pensiamo a espressioni tanto comuni come: “I’m too stressed, I need a break”; “It’s gotten too messy here, I think I will take a break”; “Give me a break, man!”; e ovviamente “Let’s have breakfast. Shall we?”. Personalmente adotterei perciò preferenzialmente “spartizione”, che ha se non altro il pregio di sottolineare maggiormente la divisione della Compagnia in diverse branche, e al contempo rimanda al motivo della divisione stessa, la spartizione, questa sì impossibile, del tesoro, cioè, chiaramente, l’Anello.
Infatti, come è noto, quanto accade in tal frangente è l’approdo di quanto resta della Compagnia, ridotta a otto membri dietro la guida di Aragorn dopo la tragica caduta di Gandalf a Moria, sulla sponda destra del lago Nen Hithoel formato sul corso del Grande Fiume Anduin dall’accumulo di acqua causato dalle cascate già dette. Su tale riva, non troppo distante dall’approdo della Compagnia, nell’entroterra si staglia Amon Hen, il Colle della Vista, dove poi si spingerà Frodo in fuga, tradito da Boromir. In maniera speculare, sulla riva sinistra sorge invece Amon Lhaw, il Colle dell’Udito, che invece resta inesplorato. Ma ancor più intatta permane l’isola di Tol Brandir, “Isle of the Great Steeples”, scrive Tolkien spiegandone il significato letterale in Parma Eldalamberon 17, pp. 22, 61, che significa “Isola dei Gran Campanili”. Detta isola, uno spuntone di roccia che s’innalza dalle acque al centro di Nen Hithoel, tra i due colli già menzionati, a Gondor viene però chiamata “Tindrock”, che Alliata rende “Roccarebbio”, e Fatica “Roccaguglia”.
Così, ormeggiati sulla riva destra, gli otto Compagni dell’Anello sopravvissuti si accampano a Parth Galen, in lingua Sindarin “Prato verde” (ISdA II, x), in originale “Green Sward”, nella testimonianza di Aragorn “un bel posto nei giorni estivi dei tempi che furono”, ma Frodo si allontana da solo perché gli è affidata da Aragorn e gli altri la decisione in merito alla prossima destinazione della Compagnia orfana della sua guida in Gandalf, se recarsi direttamente a Mordor o far prima tappa a Gondor, ed egli ha domandato un’ora di tempo per riflettere a riguardo. E così, risalendo il colle, egli incappa in Boromir, che tenta di convincerlo a cedergli l’Anello perché Gondor possa impiegarlo nella lotta contro il Nemico. Frodo fugge, essendo diventato invisibile grazie all’Anello, che ha prontamente indossato al dito dietro il crescente incalzare delle bramose richieste di Boromir, e così si spinge, senza che alcuno lo veda, fino alla cima di Amon Hen, il Colle della Vista. Lì siede sul Seggio della Vista e, per via dei poteri congiunti dell’Anello e dell’antica sede di custodia di una delle arcane Pietre Veggenti, i Palantiri, riesce a vedere le truppe di Sauron che si radunano per tutte le terre a oriente delle Montagne Nebbiose, cosa che lo riempie di sconforto, ma poi si rincuora a vedere la bianca Minas Tirith degli Uomini, o almeno così gli pare, prima che il suo sguardo si spinga dentro la Terra Nera di Mordor fino alla fortezza di Barad-dûr, dove intuisce la presenza dell’Occhio di Sauron, il Nemico, una pupilla infuocata, avvolta nelle fiamme, che costituisce il simbolo, o forse l’attuale forma, del Signore degli Anelli (dubbio arbitrariamente risolto in favore della seconda opzione da Peter Jackson nella trilogia cinematografica).
L’esperienza del fallimento del cuore di Boromir e la visione avuta sul Seggio ispirano infine in Frodo l’amara scelta da compiere: scenderà a valle, prenderà di soppiatto possesso di una delle imbarcazioni e, prima che gli altri possano rendersene conto, approderà sulla riva orientale del Fiume, dove prenderà da solo la via degli Emyn Muil, diretto a Mordor. Frodo, che in tale scelta, oltre che preservare l’integrità del suo mandato, aveva anche a cuore la protezione degli altri sette, viene però intercettato in partenza da Sam, che ha saputo dal pentito Boromir cosa era accaduto e ne ha dedotto le scelte del Padrone, e Sam praticamente costringe Frodo a prenderlo con sé come compagno di viaggio fino alla fine. Il lettore apprenderà solo al principio della seconda parte, Le due torri (di nuovo, a differenza dei film, dove il tutto si condensa nel finale della prima parte), che, come si legge nel primo capitolo, “L’addio di Boromir”, il capitano di Gondor ha dato la vita eroicamente nel vano tentativo di impedire agli Orchetti sopravvenuti in frotte di deportare gli altri due Hobbit, Merry e Pipino, verso ignoto domani. A scoprirlo è Aragorn, sopraccorso al richiamo del corno di Gondor come il poeta della Chanson de Roland all’Olifante di Orlando a Roncisvalle, appena in tempo per udirne l’estremo saluto e amministrargli l’“estrema unzione” di una lacrima e un sorriso, un apologo e un perdono, un augurio e una benedizione.
Dunque, dicevo, spartizione: termine che ha il pregio di evocare, se proprio deve suggerire altro, la torta, dei diagrammi o culinaria, un tesoro, come l’Anello, o, piuttosto, il compito di distruggerlo, e la ripartizione dei diversi “share” nell’amministrazione del patrimonio, o compito, tra i vari titolari “azionisti”, che in effetti a missione conclusa incasseranno bottini “paperoneschi”. Inoltre, la spartizione richiama lo spartito musicale, che ripartisce la melodia in base al tono e il tempo, come la Compagnia seguirà i diversi toni e tempi dei tre gruppi che sono ora venuti a spartirla: a mò di comparazione tra un trattamento musicale e uno letterario del comune tema dell’eroismo, assegnerei alla Compagnia la Sinfonia n. 3, op. 55, Eroica, di Ludwig Van Beethoven (ignorando l’originaria dedicazione al Bonaparte, comunque poi ritirata dal compositore, e senza pretendere che la correlazione con la sinfonia, e tantomeno con il condottiero francese, sia mai necessariamente esistita nella mente di Tolkien). Così, i diversi movimenti ne sono associati ai diversi “partiti” della spartizione sulla base della apparente attinenza dei motivi musicali ai tipi caratteriali dei sottogruppi: al duo “comico” Merry-Pipino va l’“Allegro vivace” del Trio di corni dello Scherzo costituente il Terzo movimento, che alterna pianissimo e fortissimo; l’“Allegro con brio”, ovvero il Primo movimento, ben s’attaglia al “trio meraviglia” Aragorn-Gimli-Legolas (anche se, si deve ammettere, l’orecchio va anche ad almeno un altro trio, l’“Andante con moto” del Trio op. 100 di Franz Schubert); e ai “gemelli del destino” Frodo e Sam non può altro corrispondere che l’“Adagio assai” della Marcia funebre, cioè il Secondo movimento; in attesa di riunirsi tutti e tre i gruppi, insieme anche al caduto e rinato Gandalf, e a Boromir redivivo nel fratello Faramir, nel grande “Allegro molto” finale del Quarto movimento, sul Campo di Cormallen, un altro “Prato verde” come Parth Galen, ma di segno opposto, vale a dire ricongiungimento anziché separazione (tanto che Cormallen in Sindarin è “Anello d’oro”).
Cito la parola “separazione” come grossolano equivalente, ma ribadisco preferenza per “spartizione”, anche perché, sebbene non risulti conferma in Tolkien, e anzi Parth del Sindarin può richiamare, piuttosto, proprio l’italiano prato, prateria, inglese prairie, d’altronde in inglese un modo comune di riferirsi al fenomeno è dato dall’espressione to part ways, “prendere strade diverse”, “andare ognuno per la sua strada”. L’italiano “spartire” pone una s- privativa, ma mantiene la stessa radice, inglese to part, italiano partire, e nella lingua di Dante la “partenza” è propriamente la presa distanza di persona da luogo, mentre ad Albione il parting è innanzitutto il tempo che due persone (o più, al limite) trascorrono senza (o prima di) rincontrarsi, e viene detto così tanto più se il tempo lontani è lungo, quando negli Stati Uniti addirittura lo stesso parting diventa invece il momento stesso del distacco tra le parti, tanto che un bacio di saluto viene detto a New York “a parting kiss”.
D’altronde, è anche vero che l’accezione appena riferita dell’inglese parting è presente ancora, sebbene desueta, in italiano, tanto che il poeta di Gorla Emilio Praga nel 1863 scriveva: “Povero amico, addio … quel mazzolino ho ancor, che mi donasti quando da te partìa…” (Memorie del presbitero, dalla raccolta Penombre del 1864), evidenziando l’uso arcaico di “partire da persona” anziché da luogo. E, inversamente, in Medio Inglese si diceva “to part (up, forth, forward) from a place”, come ad esempio nel St: Erkenwald al verso 107: “Þe primate with his prelacie was partyd fro home; In Esex was Ser Erkenwolde, an abbay to visite”.
“Separazione”, per contrasto, è etimologicamente “se-pararsi”, ovvero “parare sé stesso come cosa a sé stante”, “porsi in autonomia”, il che non mi pare una buona descrizione della dinamica collettiva in cui non sono i singoli membri di un corpo a distaccarsi l’un l’altro, laddove i concetti di “sè stesso” e “autonomia” meglio si attagliano, ma appunto si ha la suddivisione di un gruppo più grande in partiti, comunque comunitari e interpersonali piuttosto che individuali, più piccoli. Nè fa meglio al caso parlare di divisione, che suggerirebbe discordie completamente assenti, e comunque è separazione binaria, di-visione, etimologicamente “il vedere due cose come distinte”, per non parlare della resa più letterale, rottura, che farebbe pensare a una presa di distanza inconciliabile, che risulta del tutto assurdo se riferito alla Compagnia, ineluttabilmente volta in qualsiasi caso al proprio scopo originario di sconfiggere Sauron, e persistentemente legata al suo interno dagli stessi indiscutibili vincoli di fedeltà e amicizia reciproca iniziali, come dimostrano Aragorn e Gimli e Legolas che nel seguito andranno a caccia degli Uruk deportatori per liberare Merry e Pipino, nonché perché tutti i membri concorrono alla comune devozione a Frodo, incaricato del fardello più gravoso, motivo per cui infine, una volta salvata Minas Tirith dall’assedio orchesco, Aragorn condurrà i vessilli al Nero Cancello di Mordor per offrire a Frodo una diversione. La spartizione non arriva comunque mai, né nella sua attuazione, né nel rocambolesco seguito, a mettere in discussione, neanche solo teoricamente, tali presupposti.
Ma, se di spartizione si tratta, risultante in tre parti, e non di divisione, in semplici due, pure occorre ricordare che il tutto rechi scenografia fluviale, e per la precisione nel luogo dello spartiacque noto in Sindarin come Tol Brandir, l’Isola dei Gran Campanili, tenuta in Gondor come Tindrock nell’inglese di Tolkien, e resa in Alliata Roccarebbio e in Fatica Roccaguglia. A proposito di tale isola, in Alliata si legge che la Compagnia trascorre la notte in Parth Galen, e al risveglio Frodo la osserva:
Il giorno giunse come fuoco e fumo. All’est, basse pareti di nuvole nere sembravano sprigionarsi da qualche grande incendio. Il sole nascente le illuminava dal basso con fiamme di un rosso tenebroso; presto però, scavalcandole, s’innalzò nel cielo limpido. La sommità di Tol Brandir era incappucciata d’oro. Frodo volse lo sguardo a oriente, fissando l’alta isola. I suoi fianchi scoscesi emergevano perpendicolari alle acque. Sopra le rupi, alcuni alberi si arrampicavano, su dei ripidi pendii, ove le chiome degli uni sfioravano il ceppo degli altri; più in alto, grigie facciate di rupi impervie erano coronate da una grande vetta acuminata. Molti uccelli vi roteavano intorno, ma non vi si scorgeva altra traccia di esseri viventi. (ISdA II, x)
Prima di affrontare la traduzione in italiano di Tindrock, è bene capire il significato dell’isola. Ho già detto che si tratta letteralmente di uno spartiacque, e in effetti alla fine dei conti la risultante è che il duo Frodo-Sam si trova sulla sponda orientale e gli altri due gruppi sulla riva occidentale. Si può anche brevemente notare come nel libro la barca di Frodo e Sam aggiri l’isola a sud per raggiungere la plaga di Amon Lhaw, mentre nel film ciò non sia possibile, dal momento che Tol Brandir in tal sede sorge direttamente sul ciglio delle Cascate di Rauros, il che logicamente comporta il passaggio a nord.
Bisogna inoltre ritornare a considerare il fatto che proprio innanzi a Tol Brandir sulla sponda occidentale si trovi, come già sappiamo, Parth Galen. Il dato non è casuale: basti prendere insieme i due nomi, Tol Brandir e Parth Galen, e se li fondiamo abbiamo Tol Galen, vale a dire l’Isola Verde nel mezzo del Fiume Adurant in Ossiriand, dimora di Beren e Lúthien ritornati indietro dalla morte nei Tempi Remoti della Prima Era. Quanto ciò suggerisce è che, appunto, il Galen, il Verde, ha passato l’acqua, come gli Elfi il Mare, ed è approdato sulla sponda occidentale, su altri lidi, non necessariamente oltremondani, come era anche nel caso della figlia defunta del poeta del Pearl, il poema medievale a cui Tolkien dedicò tanti studi, ma anche semplicemente nel senso che la Speranza di Estel deve recarsi a Rohan dove a molti pare di non fidare “nella speranza” che “ha abbandonato queste terre”.
Eppure, proprio al ritorno della Speranza di Aragorn si ritrova anche il Bianco della Fede di Gandalf, e infine il Re fa il suo ingresso a Gondor per reclamare il suo trono, e tutto quando invece la Carità, il cui Rosso trova oscena parodia della Fiamma Imperitura nella “grande ruota di fuoco” dell’Anello e nei fuochi dell’Orodruin, che proprio da Parth Galen iniziano a scorgersi a oriente, proprio a oriente deve volgersi, diretta alla prova più ardua: come la Speranza deve dimostrare di esistere persino nella disperazione assoluta, e la Fede nella completa sfiducia, così anche la Carità deve provare che il suo amore e la sua pietà arrivano a tendere una mano finanche a chi è sprofondato nell’egoismo e nell’odio, come infatti imponderabilmente accadrà tra Frodo e Gollum. Il moto che accende l’intera vicenda, però, quando il Bianco oramai è svanito, è proprio lo spostamento del Verde oltre la riva, è il movimento della speranza terrena “che riusciamo a mettere le cose a posto” su questa terra, nostra isola, al di là delle Grandi Acque che ci separano dal Cielo provvidente, per mutarsi invece nell’abbandono alla Volontà dell’Autore, che non è più semplice speranza mortale e vanificabile dalle contingenze mondane, ma la vera e propria Speranza invincibile, incrollabile e immortale, che infine ritrasforma il fuoco di Udún stesso in Fiamma di Anor.
Mentre ciò è in corso di svolgimento, però, ovvero, “a metà del fiume”, come accade a Tol Brandir, dove si è persa la vista della sorgente, ma non si è ancora in odor di estuario, è difficile tenere a mente costantemente ciò: vi è troppo da fare per fermarsi a ricordare e a pensare, tantomeno la chiarezza di prospettive necessaria a progettare, tanto che Frodo deve allontanarsi da solo per riflettere, e perfino allora non può farlo indisturbato, perché impicciato da Boromir, tanto che la decisione effettiva richiede poi nientemeno che la scalata di Amon Hen e la seduta sul Seggio della Vista per poter essere conseguita. Ciò accade perché, come dice Aragorn di Parth Galen: “Speriamo che il male non vi sia ancora giunto”, con ciò pensando sicuramente a un altro luogo della vicenda di Beren e Lúthien, un altro luogo che contiene “galen”, e cioè quella Piana Verde di Ard-galen, prossima alla reggia di Morgoth ad Angband, che, intossicata e annerita dalle esalazioni nocive e dai densi fumi opprimenti dell’Oscuro Sire, è stata poi ridenominata Anfauglith, “Polvere soffocante” (IS 400), che Beren e Lúthien appunto solcano, travestiti da lupo e pipistrello, per giungere proprio alla fortezza dell’usurpatore dei Silmarilli e recuperarne uno.
Peraltro, la luce dorata che avvolge la cima di Tol Brandir ne rivela proprio il significato “nuziale” che troverà compimento solo nell’anello d’oro che dà il nome al Campo di Cormallen, come già detto, e ciò accadrà solo alla fine di tutto, quando il Re Ritornato potrà in conclusione essere unito nel matrimonio ad Arwen Stella del Vespro, mentre al momento persino tale propizia prefigurazione, nell’alone rossastro di Monte Fato lontano a est che l’avvampa, appare forse piuttosto un funesto alludere a quell’altro oro che Frodo porta al collo come un carico straziante. Ma non a caso il Fato, di cui il Monte è voce, è in inglese lo stesso Doom che segnava il comune destino dei due amanti nella Canzone di Beren e Lúthien cantata proprio da Aragorn presso un’altra altura decisiva incontrata sul cammino, quel Colle Vento dove un altro incontro, allora con Gandalf, fu mancato. Per inciso, anche al Rath Dinen si separeranno Aragorn, Gimli e Legolas da Théoden e il resto della cavalleria, incluso Merry, e soprattutto Aragorn lì si allontana in ben altro senso da Dama Éowyn, quando Frodo e Sam quasi si separano in cima a Cirith Ungol allorché Sam pensa Frodo sia morto per la puntura di Shelob, e infine il Monte dei Monti suddetto, il Fato, scinde Frodo da Gollum e, volendo, ancora una volta, è la partenza al Sacro Monte Taniquetil nella Verde Aman a consegnare Frodo e Sam alle rispettive sorti (e consorti), ovvero ciascuno alla propria parte (e controparte) o dolce metà (o meta). Anche qui si vede da un lato come siano le punte, gli angoli, le vette, la verticale a dividere, a fare le parti come particolarità distinte, come parti teatrali che si spartiscono perché dipartono l’una dall’altra, mentre il viaggio, la Via, il percorso, il cammino, quindi il movimento orizzontale verso l’alterità accogliente unisca, ovvero faccia le parti nel senso di prendere le parti altrui, rendendosi con ciò parti in causa, partecipi e compartecipi della parte, così che si spartisce insieme il guadagno, si trova buon partito e si partorisce buon parto, partendo insieme come partner verso più armoniche partiture, sapendo che perfino le due parti più grandi in cui si identificano e si oppongono quasi tutti gli uomini, scienza e religione, proprio come parti si ritrovano, l’una fondando tutto su una infinitesima particella, l’altra su una infinita particola.
E, ritornando a Beren e Lúthien, non si tralasci che, anche se innominato, fu ancora prato verde e bianco la radura di cicute in fiore dove Beren “incespicò” nella danza stregacuore di sua futura moglie, l’Elfa di Thingol e Melian del Doriath, “more fair than mortal tongue can tell”, “più bel che lingua d’om dir possa”, canterà poi Beren stesso. Forse non è un caso allora che Parth Galen, oltre che il Noldorin Calembel (e varianti), nome poi attribuito in Sindarin a una città gondoriana e significante ‘Greenham’, ‘Verde Villaggio’ (possibile riferimento a quella Roos inglese che fu teatro della reale danza di Edith per Tolkien convalescente, che ispirò il motivo), e varianti, fosse prima in Noldorin anche Kelufain e Forfain, ‘White Spring’ e ‘White Shore’, ‘Bianca Fonte’ e ‘Bianca Riva’, indicando come appunto Tolkien volutamente scartò il riferimento al colore delle cicute e la nozione che il luogo fosse punto di origine o di arrivo, perché invece non ospita danze ma distacchi, e non è leva d’ormeggi né un approdo, ma transito sostato.
Parlando dei primissimi romanzi di cui si abbia traccia, scritti in greco antico a partire dall’epoca alessandrina, Massimo Fusillo considerava:

“[I]l romanzo greco possiede una serie di temi obbligati e di topoi che ruotano intorno a due assi portanti (interrelati fra loro): 1′ eros e 1′ avventura. È nota la struttura narrativa alla base di queste cinque opere, che ha esercitato un ampio influsso sulla narrativa moderna, soprattutto su quella barocca, riverberandosi fino ai Promessi sposi di Manzoni (che però ne ribalta i caratteri): una coppia di adolescenti nobili e bellissimi si innamora al primo sguardo a inizio della storia, vive un periodo di separazione in cui incontra una serie potenzialmente infinita di ostacoli, per poi riunirsi di nuovo nel trionfale happy end (uno schema sottoposto comunque a parecchie varianti sempre trascurate dai detrattori). È una struttura tendenzialmente chiusa, dominata da una componente centripeta, che subordina tutto al tema primario, alla celebrazione dell’eros reciproco; ma è assai attiva anche una componente centrifuga, che apre il romanzo alla polifonia del mondo esterno, sia accogliendo materiale digressivo, sia dando alla rappresentazione dei rivali che ostacolano la coppia uno spessore significativo. Il romanzo comico e fantastico risolve invece questa dialettica tra chiusura e apertura tutta a vantaggio del secondo termine”. (Massimo Fusillo, ‘Letteratura di consumo e romanzesca’ in G. Cambiano, L. Canfora, e D. Lanza, eds., Lo spazio letterario della Grecia antica. Vol. I: La produzione e la circolazione del testo. Tomo III: I Greci e Roma. Roma: Salerno ed., 1994, pp. 240-41).

Insomma, sintetizza Paola Pontani: “i romanzi greci presentano una tipica struttura circolare che prevede il definitivo ristabilimento della situazione iniziale (ricongiungimento della coppia di innamorati)” (Paola Pontani, ‘Il viaggio immaginario nell’antichità: contributo per un’analisi del genere’ in G. Gobber, C. Milani, eds. Tipologia dei testi e tecniche espressive: atti del convegno Milano, 15-16 novembre 2001. Milano: Vita e pensiero, 2002, p. 31). Fusillo poi osserva:

“In un fondamentale saggio che riscrive Freud secondo modelli matematici, Ignacio Matte Blanco ha individuato nel desiderio di simmetria una delle peculiarità primarie della logica inconscia, logica che ignora il principio aristotelico di non contraddizione. È una teoria che ci aiuta fra 1′ altro a capire alcune costanti universali del linguaggio amoroso: la tendenza alla fusione tra le singole persone, al superamento dello spazio e del tempo, all’idealizzazione dell’ oggetto amato. La struttura portante del romanzo greco di cui abbiamo appena parlato sembra concretizzare nel racconto questo desiderio di simmetria di cui 1′ espressione piú affascinante resta il mito narrato da Aristofane nel Simposio di Platone, dove si immagina che ogni essere umano provenga da un taglio in due e che aneli perciò ad un’unità perduta. I due protagonisti dei romanzi greci appaiono sempre come due facce della stessa medaglia: hanno infatti la stessa età (una grossa novità dal punto di vista sociologico), la stessa bellezza magnetica (forma secolarizzata di contatto con il divino), lo stesso elevatissimo rango sociale (mezzo snobistico per attrarre identificazione), provengono quasi sempre dalla stessa città, e soprattutto vivono avventure assai simili, raccontate con un rigoroso parallelismo”. (Fusillo, op. cit., p. 242)

Sicuramente il tema amoroso non è così esplicitamente pervasivo ne Il Signore degli Anelli, ma la dinamica strutturale, che trova origine nell’anelito produttivo verso un comunque mai perfettamente ottenibile ritorno in Eden, permane immutata. E dunque, se il viaggio della Compagnia è un cerchio “there and back again”, “andata e ritorno”, come recita il sottotitolo de Lo Hobbit, non è affatto scontato che la secante del cerchio lo divida in andata e ritorno del cammino; più efficace, a mio avviso, almeno ne Il Signore degli Anelli, pensare a una retta secante che lo divida a Tol Brandir in una metà in cui la Compagnia si costituisce e viaggia unita e una seconda metà in cui i diversi sottogruppi vivono le diverse traversie in cui si imbattono fino alla riunione finale, che prelude al viaggio di ritorno in cui il cerchio viene ripercorso in verso opposto.

Figura 1: Retta tangente, secante ed esterna a un cerchio
(source: https://www.esercizimatematica.com/geometria-euclidea/circonferenza-cerchio/)

La punta acuminata di Tol Brandir può così essere appunto, come spartiacque, la retta secante che seca, cioè taglia, la vicenda in due parti, La Compagnia dell’Anello da un lato e Le Due Torri e Il Ritorno del Re dall’altro, e la Compagnia stessa nelle tre parti sopra considerate, che poi sono anch’esse due soltanto se si prende in conto soltanto da che lato del Fiume si trovano. Eppure, il segmento di secante che si trova all’interno del cerchio, nel nostro caso definito tra i due punti consistenti in due campi verdi, è detto corda, il che richiama al tempo stesso appunto uno strumento musicale, il cuore (cor, cordis in latino) e la possibilità di risalire, e quindi accordo, concordia e cordialità.

Figura 2: Retta esterna, tangente e secante di un cerchio
(source: https://www.tes.com/lessons/k0lfiNThxAo40w/intersezione-retta-e-circonferenza)

La corda, poi, che passa per il centro, quindi, volendo, il cuore del cerchio, è detta diametro, e significativamente, come riporta l’Enciclopedia dei ragazzi di Walter Maraschini, “La figura simmetrica per eccellenza è il cerchio: esso è infatti simmetrico centralmente e ha infiniti assi di simmetria” (http://www.treccani.it/enciclopedia/simmetria_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/), il che implica che un’unica condivisa misura o metro “trasversale”, cioè diametro, definisce, spiega, esprime, valuta e si applica all’intera vicenda in tutti i suoi sviluppi e a tutti i diversi protagonisti e gruppi, anche al di là della loro stessa consapevolezza di ciò. In termini letterari, tale misura è il genio smisurato di Tolkien. Nella cornice, il metro è la Provvidenza incalcolabile di Eru Ilúvatar, e quindi, nell’analogia che lo stesso Tolkien mette in campo nel suo epistolario, nella nostra vita il canone incommensurabile è la Volontà di Dio.

Figura 3: Proprietà del cerchio
(source: http://carmengeometry.weebly.com/unit-11-circles.html)

Ciò vale anche ad osservare come, tracciando due diametri perpendicolari e dividendo pertanto il cerchio in quattro quadranti, se ne ricavi invece un arco, cioè tratto di circonferenza, dalla Contea a Gran Burrone (formazione della Compagnia); un secondo arco, da Gran Burrone a Nen Hithoel (viaggio della Compagnia unita fino alla spartizione); un terzo arco, da Rauros a Cormallen (viaggi della Compagnia spartita fino al ricongiungimento); per terminare con il quarto arco, da Cormallen alla Contea (ritorno a casa), con le quattro braccia, o raggi, che compongono la croce diametrale, tutti terminanti in un prato verde (Contea, Gran Burrone, Parth Galen, Cormallen).

Figura 4: Quadranti di cerchio
(source: https://x-engineer.org/undergraduate-engineering/mathematics/trigonometry/trigonometric-functions-and-the-unitary-circle/)

E un ultimo appunto, prima di arrivare finalmente a Tindrock: l’isola spartiacque divide sì le acque, come si rompono le acque di una partoriente, e come fa Dio stesso in Genesi 1, 6-8: “Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno”. Eppure, nel caso di Tol Brandir, come si è detto fin dall’inizio, la separazione vede da un lato la vista con Amon Hen, dall’altro l’udito con Amon Lhaw. La vista è naturalmente correlata all’acqua, se non altro perché gli occhi piangono, ma l’udito nondimeno, perché si forma, e percepisce, anche prima, quando, ancora prima di nascere, siamo avvolti nelle “acque” amniotiche.
In Tolkien infatti tale ordine di preminenza è elevato a statura metafisica: prima di tutto, nell’Ainulindalë, viene eseguita la maestosa sinfonia della Musica degli Ainur; poi, in un secondo momento, essi assistono alla Visione di Arda Increata. L’udito precede la vista nella mente stessa di Dio, il che peraltro sembra trovare una sorta di riscontro sia in Platone sia in Aristotele. Il primo infatti è estremamente trasparente nel dire: “Soprattutto il ritmo e la melodia penetrano all’interno dell’anima, la toccano con maggior forza e con la loro nobiltà la rendono nobile” (Respublica 401d), sebbene, quando esprima la dottrina per cui i sensi ingannano, non distingua tra udito e vista: “Forse che la vista e l’udito procurano una qualche verità agli uomini, oppure è come i poeti ci vengono continuamente ripetendo, che cioè noi non vediamo né udiamo nulla di esatto?” (Phaedon 65a-b). Similmente, anche il secondo si esprime tutto sommato in senso attinente, qualificando la differenza in favore dell’udito dovuta ad “accidente” anziché all’essenza di tale percezione, quando scrive:

“Per il necessario la più importante in sé e per sé di queste percezioni è la vista, ma per il pensiero, in modo accidentale, l’udito. La facoltà visiva rivela molte varie distinzioni perché tutti i corpi partecipano del colore, sì che è per mezzo della vista che soprattutto si colgono i percepibili comuni (e per percepibili comuni intendo la dimensione, la figura, il mutamento e il numero); l’udito invece percepisce soltanto le differenze del suono e per pochi anche la differenza della voce. Ma accidentalmente è l’udito a contribuire per la maggior parte alla ragione. Il parlare, essendo udibile, è causa dell’apprendimento non in sé e per sé, ma accidentalmente, perché è costituito di parole, e ogni parola è un simbolo. Perciò tra coloro congenitamente privi di una di queste due facoltà percettive i ciechi sono più intelligenti dei sordomuti”. (Aristotele, De sensu 437a2)

Senza offendere Beethoven, né la sensibilità odierna più attenta alla discriminazione del disabile, e senza con ciò contraddire De Anima 429a2-4, dove il filosofo di Stagira afferma che “la vista è la percezione per eccellenza, e [l’immaginazione (φαντασία)] ha tratto il proprio nome dalla luce (φάος), in quanto senza luce non è possibile vedere”, comunque Aristotele, nel famosissimo passaggio di Metaphysica 980a23-b25, in cui definisce l’uomo un filosofo per natura, rincara molto il servizio, facendo dell’udito il senso dell’apprendimento, che resta negato agli animali che ne sono privi. L’udito assurge così al ruolo di senso filosofico per eccellenza:
Tutti gli uomini per natura sono attratti dal sapere; ne è segno la gioia prodotta dalle percezioni. Essi ne godono anche senza necessità, e più di tutte le altre di quella che si produce con gli occhi. Preferiamo infatti il vedere si può dire a ogni altra cosa, non soltanto per agire ma anche quando non siamo intenti a far nulla. Il motivo è che questa è la percezione che più delle altre ci fa conoscere e ci mostra molte differenze. Per natura dunque gli animali nascono capaci di percezione, ma da essa in alcuni non si produce la memoria, in altri sì, e grazie a ciò questi sono più capaci di intelligenza e di apprendimento di quelli che non sanno ricordare. Intelligenti senza apprendere sono tutti quelli che non possono udire i suoni (come le api e tutti gli altri animali di questo genere), mentre invece apprendono tutti quelli che, oltre alla memoria, sono provvisti anche di questa percezione.
Il riscontro, però, infine risulta problematico, non appena si prenda in esame invece un’altra opera aristotelica, il Protrepticon:

“Ora il vivere si distingue dal non vivere a causa del sentire e si definisce per la presenza e la facoltà di questo, e tolto questo non vale più la pena di vivere, come se per causa del senso fosse stato tolto il vivere stesso. Tra i sensi si distingue la facoltà della vista per il fatto di essere la più chiara, e per questo anche l’amiamo più di ogni altra facoltà. Ma ogni senso è facoltà di conoscere per mezzo del corpo, come l’udito sente i suoni per mezzo delle orecchie. Dunque, se il vivere è desiderabile per causa del senso, e il senso è una forma di conoscenza, e noi lo amiamo per il fatto che per mezzo di esso l’anima ha la facoltà di conoscere, e in precedenza abbiamo detto che fra due cose è sempre più desiderabile quella a cui appartiene in misura maggiore questo stesso attribuito, allora fra i sensi la vista sarà il più desiderabile e pregevole di tutti; ma di questa e di tutte le altre facoltà e del vivere stesso sarà più desiderabile la sapienza, che gode di un maggior potere nei confronti della verità. Di conseguenza tutti gli uomini perseguono soprattutto l’esercizio della sapienza. Infatti, amando il vivere, essi amano l’esercizio della sapienza e il conoscere, poiché per nessun’altra ragione apprezzano il vivere, se non per il senso e soprattutto per la vista. E sembrano amare questa facoltà nel più alto grado, perché essa, rispetto agli altri sensi, è come una pura e semplice scienza”. (Protrepticon fr. 7 Ross)

Ma, se i commenti sopra citati paiono dunque, in fin dei conti, pendere verso la vista, più che l’udito, ciò riguarda anche Platone, perché, come scrive Giovanni Reale, “il Bello è l’unica delle Idee trascendenti accessibile, sì, tramite i sensi, ma solamente tramite quello che per lui è il più elevato, ossia tramite la vista, e non anche tramite l’udito, che pure è rivelatore del bello ad esempio della musica (con tutte le conseguenze che ne derivano)” (Giovanni Reale, Storia della Filosofia Antica, Vol. II. Platone e Aristotele. Milano: Vita e Pensiero, 1988, p. 372). Il vero punto è però il motivo di ciò, come individuato dallo stesso studioso:
È stato più volte rilevato dagli studiosi come la civiltà spirituale greca sia stata una civiltà della «visione» e quindi della «forma» che è oggetto di visione, e come per molti versi essa sia antitetica, ad esempio, alla civiltà ebraica, la cui cifra predominante, invece, è stata l’« ascoltare » e l’« udire » (ascoltare la « voce » e la « parola » di Dio e dei profeti). (ibid., p. 75)
Ovviamente, per quanto riflessioni simili fossero ancora più sviluppate e dibattute ai tempi di Tolkien che in quelli, pur non remoti, di Reale, e ancor meno oggi, e sebbene Tolkien conoscesse lingua e cultura sia greca antica sia ebraica veterotestamentaria, e nello specifico avendo studiato proprio Platone, Aristotele e l’Antico Testamento (per la documentazione si veda McIntosh 2017), non è comunque necessario pensare che Tolkien avesse in mente proprio la distinzione tra mentalità greca ed ebraica ripetuta da Reale quando decise che la separazione fosse simbolicamente espressa da un divorzio tra vista e udito. Basta infatti piuttosto ricordarsi dello scetticismo di San Tommaso Apostolo, che deve mettere mano alla ferita nel costato di Gesù prima di credere all’annunzio lieto della Resurrezione. “Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!»” (Giovanni 20, 29), un passaggio che, come osservò il padre gesuita Ignace de la Potterie, in greco letteralmente dice, al passato: “beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”, sottolineando come ciò significhi che, quanto prima si arrivi a credere, tanto meglio (http://www.gliscritti.it/approf/areopago/potterie2.htm).
Il Grigio è caduto nell’abisso, viene meno con lui lo spazio del dubbio e dell’incertezza, e ognuno dei membri della Compagnia resta consegnato alla realtà del suo cuore: sarà disposto alla pascaliana “scommessa”, che vi sia luce al di là delle tenebre e la dimora di Ilúvatar nel mezzo del Vuoto, ovvero, come canterà Sam a Cirith Ungol: “oltre torre alta e alata, / oltre monte e pendio scosceso, / sulle ombre il Sole si è alzato / e le Stelle brillano in cielo”? (ISdA VI, i). Nessuno di loro riesce a rispondere immediatamente: “si!” Frodo, appunto, deve salire sul Seggio della Vista prima di credere. Sam stava quasi per rimanere indietro, eppure egli, se paragoniamo Frodo a Cristo (come imperfetto raffronto, è chiaro), sarebbe San Giovanni Evangelista, l’unico tra gli Apostoli a non lasciarLo nemmeno nella Crocifissione. Gli altri due “primi chiamati”, Merry e Pipino, che sarebbero andati con i primi due fino in fondo, essendo possibile, magari fino al Nero Cancello, o al Getsemani, o almeno fino al Monte degli Ulivi, possono esser conseguentemente presi da San Giacomo di Zebedeo e Sant’Andrea. Anche Aragorn lo avrebbe seguito fino a Mordor, ma da buon “San Pietro” deve volgere altrove, verso il canto del gallo che segnalerà l’arrivo di Rohan a Minas Tirith condotta da timore alla rinnegazione, per assumersi una buona volta l’incarico di guida di quella “Chiesa Romana” che è Gondor. Legolas e Gimli sono con lui, né potrebbe essere altrimenti: San Barnaba e San Paolo? Gimli, in effetti, ha avuto la sua “conversione” all’amicizia con gli Elfi nella sua personalissima via di Damasco: i sentieri insondabili di Lórien, e Barnaba-Legolas ha garantito per lui davanti alla “Chiesa di Gerusalemme” di Cerin Amroth.
Ancora una volta, condurre tale discorso non necessita in tal sede presunzione di voluta allegoria da parte di Tolkien, ma dirò di più: non richiede necessariamente nemmeno che l’idea della similitudine sia necessariamente sorta nella mente di Tolkien. Basta prendere sul serio il concetto che Tolkien esprime nel saggio Sulle Fiabe, per cui ogni fiaba esprime la Luce del Vangelo nella peculiare rifrazione del suo “vetro”, e tanto basta ad avvalorare la connessione già più del semplice paragone libero o applicabilità del lettore.
Arrivando così a Tindrock, come promesso, ci si può forse interrogare perché le precedenti traduzioni non soddisfino. Spiegarlo richiede lo studio preliminare del termine inglese, composto di due parole, tind e rock. Su rock non è necessario soffermarsi più di tanto, eccetto per sottolineare come la resa italiana più propria sarebbe “roccia” anziché “rocca”, che nell’uso corrente ha finito per perdere l’originaria significazione identica, per assumere piuttosto il senso traslato di fortezza, castello, maniero, che per l’appunto spesso sorgono in posizione rocciosa soprelevata. In Alliata la resa arcaica aveva un sapore di originalità; riprenderla, da parte del Fatica, suona stucchevole, specie in odor di polemiche con la traduttrice. Rupe restava anche un’alternativa da vagliare.
Comunque sia, lo scoglio vero e proprio, senza voler giocare troppo con le formazioni geologiche, resta tind. Il termine è molto antico, risalente al medioinglese normanno e ancor più indietro all’anglosassone, fino a perdersi nelle nebbie ancestrali del protogermanico e protoindoeuropeo. In medioinglese era tind(e), tine, cui si rapportavano ben due verbi tinen, e che risulta imparentato a quello stesso tenden da cui discende il moderno to tend. Il Middle English Dictionary riporta quattro significati di tind(e), tine, con un quinto che è semplicemente l’uso come nome proprio:

  1. a. Una di una serie di punte aguzze in metallo o legno su un rastrello, trappola, aratro o altro arnese; b. Punta d’ago, capocchia di spillo.
  2. a. Corno di animale; b. Ramo di corna di cervo; c. Ramo d’albero; d. (caccia) Forcella impiegata per infilzare bocconi scelti dell’animale ucciso.
  3. a. Stecco usato come uncino a cui appendere il pentolame; b. Paletto che serve da piolo per scala.
  4. ?pettine. ?accetta.
    (https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED45898, t.d.a.)
    Al contempo, uno dei verbi tinen significa ‘istigare, irritare’, mentre tenden reca due significati più i soliti nomi propri:
  5. a. infuocare, accendere, infiammare, dare a fuoco; b. incendiare, distruggere; c. scaldare, arrostire, bollire; d. alimentare (il fuoco), rinfocare, tenere acceso; e. bruciare, prendere fuoco, avvampare.
  6. a. eccitare, incitare, infiammare, destare, ma anche ispirare; b. infiammarsi, bruciare d’ira.
    (https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED44784 , t.d.a.)

    Il secondo tinen, che significa 1. chiudere e 2. recintare, proprio in tale secondo significato arriva persino a indicare la Consustanzialità delle Persone Divine nella Santissima Trinità, e proprio nella agiografia Seinte Marherete (MS Bod. 34, 44/12; 50/18), che appartiene al gruppo di quei testi medioinglesi particolarmente indagati da Tolkien perché scritti in un dialetto da lui individuato e chiamato “AB language” (https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED45911, t.d.a.).
    In inglese moderno, stando al Century Dictionary and Cyclopedia, il sostantivo tind (scritto anche tynd) mantiene tutte le accezioni del medioinglese tind(e), che così riassume: “un rebbio o altra protuberanza sporgente”, il che si conferma anche nel sostantivo correlato tine, come riporta il Webster’s Revised Unabridged Dictionary: “Dente o rebbio, come quello di una forchetta, o ramo, come di corna cervine”. Come verbi, l’inglese moderno mantiene anche il significato di ‘accendere’, sia come dar fuoco che come irritare, nelle due forme equivalenti to tind e to tine, mentre to tynd eredita il significato ‘chiudere, recintare’ del secondo tinen medioinglese (http://www.finedictionary.com/Tind.htmlhttp://www.finedictionary.com/tine.htmlhttp://www.finedictionary.com/Tynd.html). A complicare il quadro, grafie alternative di teen, sia nel senso di afflizione, sia come numerale derivante da ten e poi generante il concetto di teenage, si sovrappongono sia a tine sia a tind. Da tenden, come già riferito, proviene to tend, che oggi significa, riassumendo, gestire, prendersi cura di, tendere a, attendere, intendere, servire (http://www.finedictionary.com/tend.html).
    Risalendo l’albero etimologico, da tenden si arriva all’antico inglese tendan, da cui al protogermanico *tandijaną e in primis al protoindoeuropeo *tengʰ-, mentre da tind(e) si risale ad anglosassone tind, protogermanico *tindaz e protoindoeuropeo *(e)dont-, il che in ultima analisi nient’altro vuol dire eccetto che abbiamo semplicemente a che fare con i discendenti inglesi delle antichissime radici terminologiche che in italiano hanno generato le parole tendere e dente (https://etymologeek.com/eng/tind/38071279https://etymologeek.com/eng/tind/35208364).
    Pertanto, in fin dei conti, la traduzione Alliata trova decisamente più fondamento della Fatica, essendo che, come abbiamo visto, “rebbio” è una delle rese indicate da dizionario, mentre “guglia” dovremmo supporre giustificata dal significato esteso di tind,“altra protuberanza sporgente”, su citato, oppure sulla spiegazione tolkieniana del Sindarin Tol Brandir come “Isle of the Great Steeples”, “Isola dei Gran Campanili”, o magari persino sul fatto che è documentata in precedenza una alternativa denominazione Noldorin dell’isola, ovvero Eregon, “Stone Pinnacle” (TI 345), cioè “Pinnacolo di Pietra”. A quel punto, però, tanto varrebbe anche seguire la prima idea di Tolkien, quando voleva farne Toll-ondren, glossato “Carrock” (TI 268, 271, 285), e tradurre quindi, in onore di Beorn ne Lo Hobbit, “Carroccia”. Ma Tolkien abbandonò non a caso entrambe le versioni. Quanto ai Gran Campanili, sono chiaramente una denominazione elfica, da cui volutamente Tolkien distingue il nome gondoriano proprio nell’introdurre Tindrock, e ugualmente il significato esteso non è mai preferibile in lingua di arrivo se la lingua di partenza ha una specifica, perché ciò in traduzione letteralmente equivale alla perdita di significato.
    Eppure, proprio in virtù dell’intera analisi finora condotta, non mi pare soddisfacente nemmeno la resa in Alliata. Il rebbio è appunto un dente di un forcone, forcella, forchetta o tridente, ma presume proprio perciò la presenza di altri denti di uguale levatura. Tindrock, invece, anche con tutti i suoi “Gran Campanili” di roccia, resta comunque caratterizzata, come da descrizione su riportata, da un sommo svettante spunzone, appunto il tind di cui si parla. Inoltre, mi sembra un peccato evitabile, seppur veniale, smaltire via tutto l’universo semantico poco sopra evocato dal termine a orecchio inglese. Sarebbe preferibile che il tind fosse anche in italiano qualcosa che si possa usare da spiedo per arrostire sul fuoco, che il tind abbia qualcosa del pungolo (non a caso) che appunto eccita, incita, infiamma, desta. Così anche il primo tinen e il tenden medioinglesi con la loro semantica ignea sarebbero rispettati. E magari se al contempo fosse pure possibile includere il senso di limite cintato del secondo tinen, l’afflizione di teen, e la tensione di to tend, allora avremmo una resa invidiabile. Ma deve anche essere una cosa che può assordare perforando i timpani e accecare cavando gli occhi, e inoltre deve poter secare diametralmente il cerchio in due metà semicircolari. Deve potersi usare per spartire una torta ma anche raffigurare uno spartiacque. Cosa potrebbe soddisfare tante condizioni?
    Ho così inizialmente approntato una lista di possibilità traduttive, che a loro volta erano giocabili in diverse varianti tenendo conto dell’ordine delle componenti, del loro essere termine doppio o composto, nonché della variante roccia (rocca) o rupe. La lista comprendeva sedici forme base:
  • 1. Dirocca
  • 2. Roccia Stilo
  • 3. Rupe Trepida
  • 4. Rocca Acuta
  • 5. Punciroccia
  • 6. Acuminaroccia
  • 7. Aguta Rupe
  • 8. Pinnarocca
  • 9. Attizzaroccia
    1. Pinzarupe
    1. Roccapicca
    1. Pizzoroccia
    1. Piccorupe
    1. Appiccaroccia
    1. Lancirupe
    1. Lanzirocca

Nella comparazione delle possibilità di traduzione elencate, mi sono avvalso del prezioso supporto di Oronzo Cilli e dell’incrollabile dedizione della mia fidanzata Camilla Nangeroni, che si è occupata insieme al sottoscritto della scrematura finale, in seguito alla quale è emersa tra tutte la numero 2. Roccia Stilo. A quel punto, urgeva verifica, così condotta:

STILO

a) può essere spartiacque √
b) può spartire torta √
c) può secare cerchio √
d) può cavare occhi √
e) può forare timpani √
f) esprime o causa tensione √
g) è motivo di afflizione √
h) può recintare o chiudere √ (in quanto stilo è anche colonna)
i) pungola, eccita, incita, infiamma, desta √
j) si può usare come spiedo per arrostire √

Tutte le condizioni sono verificate.
A questo punto, manca solo il perfezionamento formale, realizzato in due passaggi. Camilla Nangeroni ha argutamente suggerito di invertire l’ordine dei termini per rispettare l’inglese, e così Roccia Stilo diventa Stilo Roccia. Il secondo e ultimo passaggio lo ho ideato invece personalmente, riflettendo che a quel punto fosse preferibile seguire l’inglese anche nell’evitare di separare i termini, e risultando così in Stiloroccia.
A questo punto, chiaramente, non rimane che dire addio a Boromir, con un rammarico: era stato avvertito, e da persona non da poco, trattandosi di nient’altri che Sire Celeborn di Lórien, che in uno dei suoi rarissimi pronunciamenti aveva scongiurato il capitano di Gondor:

“Boromir, e chiunque lo accompagni alla ricerca di Minas Tirith, farà bene a lasciare il Grande Fiume prima di Rauros, e ad attraversare l’Entalluvio quando ancora non si è inoltrato nelle paludi”. (ISdA II, viii)

Ma, come i Saggi ben sanno, la norma dei loro consigli è venire disattesi, e in particolare nel caso in esame nessuno aveva ancora chiaro se passar da Gondor o meno, e le rive pullulavano di Orchi, mentre Gollum stava loro alle calcagna e i Nazgûl erano tornati a cavallo di Bestie Alate. Eppure, anche in tutto ciò, la medesima Mano non vista che li aveva uniti guidava sempre ogni loro passo verso ben altri approdi, a Hobbiville, a Eldamar, o persino al di là di Ilurambar, a prender parte alla Seconda Musica.

Bibliografia

Testi primari

Tolkien, J.R.R. The Lord of the Rings. London: Harper Collins, 2001.

Tolkien, J.R.R. The Treason of Isengard. London: Harper Collins, 2016.

Traduzioni

Tolkien, J.R.R. Il Signore degli Anelli. Trad. Vittoria Alliata. Milano: Bompiani, 2001.

Tolkien, J.R.R. Il Silmarillion. Trad. Umberto Saba Sardi. Milano: Bompiani, 2001.

Tolkien, J.R.R. La Compagnia dell’ Anello. Trad. Ottavio Fatica. Milano: Bompiani, 2019.

Testi secondari

Fusillo, M. ‘Letteratura di consumo e romanzesca’ in G. Cambiano, L. Canfora, e D. Lanza, eds., Lo spazio letterario della Grecia antica. Vol. I: La produzione e la circolazione del testo. Tomo III: I Greci e Roma. Roma: Salerno ed., 1994, pp. 231-71.

Pontani, P. ‘Il viaggio immaginario nell’antichità: contributo per un’analisi del genere’ in G. Gobber, C. Milani, eds. Tipologia dei testi e tecniche espressive: atti del convegno Milano, 15-16 novembre 2001. Milano: Vita e pensiero, 2002.

Praga, E. Poesie. Tavolozza – Penombre – Fiabe e leggende – Trasparenze. Bari: Laterza, 1969.

Reale, G. Storia della Filosofia Antica, Vol. II. Platone e Aristotele. Milano: Vita e Pensiero, 1988.

Sitografia

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https://www.tes.com/lessons/k0lfiNThxAo40w/intersezione-retta-e-circonferenza

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http://www.gliscritti.it/approf/areopago/potterie2.htm

https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED45898

https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED44784

https://quod.lib.umich.edu/m/middle-english-dictionary/dictionary/MED45911

http://www.finedictionary.com/Tind.html

http://www.finedictionary.com/tine.html

http://www.finedictionary.com/Tynd.html

http://www.finedictionary.com/tend.html

https://etymologeek.com/eng/tind/38071279

https://etymologeek.com/eng/tind/35208364

“Gioia, pungente come il dolore”: Recensione di “Amid Weeping There Is Joy: Orthodox Perspectives on Tolkien’s Fantastic Realm”

Capita raramente a un comune mortale di sfuggire a un qualche terrore per imbattersi in pura bellezza, proprio come accade nel primo incontro tra Beren e Luthien. Eppure, la sensazione è quasi simile nel ricevere una copia del recente studio intitolato “Amid Weeping There Is Joy: Orthodox Perspectives on Tolkien’s Fantastic Realm”, un volume la cui copertina coerentemente si presenta arricchita dall’elegante illustrazione di Gabriel Wilson che ritrae proprio quel primo incontro della coppia.

Man mano che ci si fa strada tra i diversi capitoli qui raccolti di vari autori nell’ambito della Chiesa Ortodossa statunitense, tra interventi di conferenza e scritti per l’occasione, si dipanano diverse visuali d’approccio, tutte percorse magistralmente dai rispettivi studiosi.

Così, il curatore Cyril Gary Jenkins incornicia contestualmente l’intera storia e filosofia della modernità che culmina nella Grande Guerra per introdurre il lettore agli anni della giovinezza e formazione di Tolkien, e così alla sua vita e opera.

Michael Haldas ripercorre il tema della Divina Provvidenza nelle opere di Tolkien come per suggerire che tale fede, presupposta da ogni cristiano, è un potente strumento con cui far fronte alle sfide della contemporaneità.

William J. Tighe offre un più breve resoconto dell’opposizione tolkieniana allo Gnosticismo rispetto a Jonathan McIntosh nel suo volume “The Flame Imperishable: Tolkien, St. Thomas, and the Metaphysics of Faerie”, eppure offre un resoconto dello Gnosticismo sia antico sia moderno che in McIntosh era parziale.

Paul Siewers brillantemente sottolinea come la narrativa tolkieniana sia un antidoto individuale e collettivo all’isolamento sociale servo della tecnologia e della economia e politica, in una parola il totalitarismo contemporaneo, figlio di entrambi i totalitarismi storici, cioè il comunismo e il nazismo.

Richard Seraphim Rohlins regala uno splendido contributo agli Studi Tolkieniani nell’esplicare nel dettaglio un riferimento all’architettura religiosa medievale posto da Tolkien in un commento a uno scambio di battute che ebbe con Clive Staples Lewis, evidenziando le loro diverse confessioni cristiane (Tolkien cattolico, Lewis anglicano) e i loro diversi approcci alla letteratura medievale, nello specifico il poema medioinglese “Perla”.

Nicholas Kotar difende sia Tolkien sia il Cristianesimo dagli attacchi di alcuni misomiti cristiani contemporanei che sembrano dimenticare come Cristo stesso parlò in parabole fantastiche.

Frederic Putnam commenta per esteso la nozione di “Fantasy” in entrambi Tolkien e CS Lewis.

Un altro interessante scritto di Paul Siewers legge Tolkien come autore nuziale, per poi utilizzare un tale tratto come spiegazione per l’ampio seguito che l’autore esercita tra i lettori ortodossi, la cui fede si fonda largamente sull’istituto del matrimonio terreno prefigurazione delle Nozze mistiche dell’Agnello.

Cyril Cary Jenkins fa terminare l’intera collezione di scritti con la sua analisi dei diversi aspetti della Visione Beatifica nel comparare il Niggle tolkieniano con San Gregorio di Nissa, Dante e Platone.

I saggi si lasciano leggere volentieri e, per quanto alcune tra le tesi sostenute sono più vicine di altre al pensiero tolkieniano a noi noto in maniera dimostrata, tutti i contributi stimolano la riflessione e l’approfondimento dello studio e della ricerca su Tolkien e la sua opera in modi che è dato sostenere l’autore avrebbe apprezzato.

Un paio di note critiche: sembra curioso leggere Tighe che domanda al lettore di quale razza siano deformazione i Troll, dal momento che Barbalbero stesso ne “Le Due Torri” chiaramente riporta come i Troll siano contraffazioni degli Ent. In secondo luogo, lascia perplessi anche Siewers quando sembra voler suggerire che Tolkien avrebbe espunto volentieri il “filioque” dal Credo, sebbene forse non sia un’ambiguità intenzionale.

Diversamente, ho apprezzato fortemente ogni sforzo per situare Tolkien nella storia culturale dell’Occidente, sia per chiarificare il suo ruolo nel 20° secolo della nostra era, sia per suggerire che abbiamo tutti tanto, anche ora, da imparare da lui. Nonostante i piccoli difetti già menzionati, infatti, i contributi di Siewers e Tighe presentano al lettore preziose indicazioni proprio in tal senso.

Per concludere, non potrei mai sovrastimare il mio apprezzamento per il capitolo di Rohlin sul poema “Perla”, che è già in sè una perla critica, e non solo per acume, e nemmeno perché nel volume è lo scritto più aderente alla letteratura medievale e alla ricerca delle fonti tolkieniane, ma specialmente perché allude al titolo del libro, tratto dalle prime righe del capitolo de “Il Silmarillion” dedicato a Beren e Luthien.

Così vengono a coincidere la consolazione del poeta di “Perla”, a sapere che la figlia è rimasta per sempre nell’abbraccio di Gesù, e la visione di Beren della danza di Luthien come consolazione alla sua fuga da incubo dai servitori di Morgoth muovendo sempre più a sud dopo la morte del padre, perché “Tinuviel là danzava, al ritmo di un piffero nascosto, e la luce delle stelle era nei suoi capelli, e sulla sua veste scintillante”.