Eden

Racconto scritto sul letto di ospedale dopo l’incidente stradale che quasi mi uccise nel dicembre 2013. Un ragazzo di nome Bernardo che lo aveva letto disse che avrebbe voluto farne un fumetto, ma poi una comune amica creò un pot pourri e niente più Eden.

Nissàn, 2 dell'anno 5778/ I simboli dell'ebraismo: Gan Eden (גן עדן) - Vivi  Israele

«Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice»

EDEN

L’uomo sbadigliò e si alzò.
Sua moglie ancora dormiva.
La baciò sulla guancia e si allontanò.
Andò a sedersi su una roccia.
Bevve il latte dalla coppa delle sue mani e mangiò un grappolo d’uva.
La caverna era illuminata dalla luce del sole, che presto sarebbe arrivata a colpire i giacigli di paglia, svegliando anche la sua consorte.
Perciò andò fuori.
Il calore era piacevole, spargendosi sulle sue membra come un massaggio che tonificasse i suoi muscoli.
La vigna era carica di frutti maturi.
Ne colse un grappolo, e rientrò a lasciarlo sulla roccia per quando la moglie si sarebbe svegliata.
Poi uscì di nuovo e andò al torrente.
Si immerse.
L’acqua era fresca, ma non fredda.
Il suo corpo tremò e si scosse, risvegliandosi ancora di più. Tutto il torpore lasciò le membra.
Uscì fuori e andò a sdraiarsi al sole.
Si sentiva ricaricare dai raggi, e presto fu tonificato e ardente di vita.
Corse nel bosco, mentre gli uccelli cinguettavano.
Si sentiva forte e veloce.
Gli venne voglia di avere un compagno con cui gareggiare.
“Fermo” disse l’altro, comparendogli davanti dietro un albero.
L’uomo si fermò.
“Eccoti” disse.
“Bene” rispose l’altro.
Si posizionarono uno affianco all’altro, e contemporaneamente emisero un lungo fischio che terminò allo stesso istante.
A quel punto partirono con uno scatto poderoso.
“Fin dove arriviamo?” chiese l’uomo.
“Al lago” rispose il compagno.
“Ottimo”.
Arrivarono in breve tempo, a pari merito, e si fermarono sulle rive.
“Come sta tua moglie?”
“Dormiva quando l’ho lasciata”.
“Anche la mia”.
“Hai risposto tu stavolta”.
“C’è sempre uno che risponde”.
“Che succede se tutti sono impegnati?”
“Immagino ne nasca uno nuovo”.
“Che vuol dire?”
“Ho sentito dire che noi tutti nasciamo quando compariamo per la prima volta”.
“Quando compariamo per la prima volta a chi?”
“A uno qualsiasi di noi, immagino”.
“E il primo?”
“Siamo nati tutti contemporaneamente”.
“E allora perché compaiono altri dopo?”
“Perché ne abbiamo bisogno”.
“E c’è una differenza tra quelli che sono nati all’inizio e quelli dopo?”
“Suppongo di no”.
“Quindi quelli che sono nati dopo potrebbero essere semplicemente uomini che non avevi mai avuto occasione di chiamare, o che non avevano mai risposto prima alle tue chiamate”.
“Non ci avevo mai pensato”.
“Questa storia delle nascite mi sembra una bella contraddizione”.
“Sai, adesso che parlo con te anche a me sembra così”.
“Lieto di averti aiutato a chiarire un punto oscuro”.
“Siamo pari con la mia risposta alla tua chiamata”.
“Decisamente”.
“Stavo pensando… ma quindi non possiamo neanche morire”.
“Che vuol dire morire?”
“Non rispondere più alle chiamate”.
“Credo che tu sia in grado di ragionare anche da solo”.
“Si… questo morire sarebbe indistinguibile dal non rispondere perché altrimenti occupati, o dal non essere chiamati affatto”.
“Ineccepibile”.
“Ma quindi continueremo a vivere per sempre?”
“Continui ad utilizzare termini che non capisco”.
“Vivere… rispondere alle chiamate”.
“Perché non dovremmo?”
“Beh… tutto ha un inizio e una fine.”
“Come una chiamata?”
“Si”.
“Ma poi ci sono altre chiamate”.
“E se a un certo punto non ce ne fossero più?”
“Ma perché non dovrebbero essercene?”
“Perché una volta non ce n’erano”.
“E come lo sai?”
“Prima di noi”.
“Prima di noi non c’era niente”.
“Appunto, niente, quindi neanche chiamate”.
“Quindi neanche l’assenza di chiamate”.
“Forse non ha senso discutere sul prima”.
“Proprio come non ha senso discutere sul dopo”.
“Potresti avere ragione”.
“Ho ragione. Tutto è sempre stato uguale, e tutto sempre lo sarà.”
“Giusto”.
“Ma dimmi, chi ti ha dato queste nuove parole?”
“Intendi nascita, morte e vita?”
“Si. Mi sembrano inutili.”
“Hai ragione. Sono le parole dello straniero.”
“Chi è lo straniero?”
“Sembra un uomo, ma è anche diverso. Lui non capiva molte delle mie parole e io molte delle sue, così abbiamo fatto a scambio.”
“Cosa gli hai insegnato?”
“Gardalia, sembiare e sampo”
“Sono parole importanti. Possibile che non le conoscesse?”
“Dice che da dove viene lui non ci sono né gardalie, né sembiari, e confondeva il sampo con una cosa che da lui chiamano mulino e che non è riuscito a spiegarmi cos’è. Ha detto che ha a che fare col grano e col pane, ma non è una chiamata”.
“Incredibile”.
“Già”.
“E lui ti ha insegnato altre parole?”
“Si. Immortalità. Dice che è una cosa immaginaria.”
“Che vuol dire immaginario?”
“Che non esiste”.
“Come fa una cosa a non esistere? Se non esiste non è una cosa. Un’altra parola inutile.”
“Hai ragione”.
“Sai spiegarmi cosa vuol dire immortalità senza essere assurdo?”
“Vuol dire la situazione di chi non muore”.
“Ma non esiste la morte. A che serve una parola che denota l’assenza di una cosa che non esiste?”
“Ho fatto un cattivo scambio”.
“Si, avresti dovuto pensarci meglio. Ma che tipo di chiamata hai fatto?”
“Questa è la cosa strana. Avevo voglia di mangiare un ananas, così lo chiamo. Ma non compare. Penso: <Dovrei chiedere a qualcuno il perché di questo strano fenomeno> ma non appare nessuno. A un certo punto inciampo, mentre camminavo…”
“Inciampi?”
“Si, vuol dire che il mio piede incontra un ostacolo e il mio passo viene intralciato”.
“Ostacolo? Intralciato?”
“Un ostacolo è una cosa che ti si interpone davanti impedendoti di procedere”.
“Come una parete di roccia?”
“Si, ma in questo caso era un sasso”.
“In che modo un sasso è come una parete di roccia?”
“Perché intralcia il passo. Questo vuol dire che si trova sulla linea del movimento del mio piede”.
“Ma questo non succede mai. I movimenti hanno luogo sempre nello spazio libero”.
“No, ti assicuro, può succedere. Non che mi fosse mai capitato prima”.
“Continua…”
“Dicevo, inciampo e cado a terra”.
“Inferisco dal contesto che cadere significa finire involontariamente sdraiato a terra”.
“Esatto”.
“Ma davvero ti è successa una cosa simile?”
“Giuro”.
“Fatico a immaginarlo, ma continua…”
“Dicevo, cado a terra. Quando mi rialzo lui era lì che mi fissava”.
“Lo straniero”.
“Si. Mi guardava e rideva”.
“Che cosa ci trovava di divertente?”
“Non saprei. Gli chiesi se sapeva perché non c’era ananas lì, e mi rispose che il clima non permetteva che crescessero”.
“E allora tu pensasti che doveva fare più caldo”.
“Si, ma non mutò la temperatura”.
“Per il Padre Celeste!”
“La stessa cosa che ho detto io, e lui mi ha risposto di non mestebbiare, se non erro. Sai, con tutte le parole che mi ha insegnato, non sono sicuro di ricordarle correttamente”.
“E come si fa a non ricordare correttamente una cosa?”
“Lo straniero mi ha detto che è possibile. Diceva per esempio di non ricordare cosa aveva mangiato il giorno prima”.
“Per il Padre Celeste! E cosa vuol dire mestebbiare?”
“Pronunciare in vano il nome di Dio, o uno dei suoi appellativi”.
“Quante parole! In vano?”
“Senza motivo”.
“Ma quando si nomina Dio c’è sempre un motivo”.
“Lui diceva che la maggior parte delle volte no”.
“Beh, una cosa che non trova spiegazione deve per forza avere la sua fonte in Dio, per questo viene nominato”.
“Secondo lui delle cose che non hanno una spiegazione non si può sapere la fonte”.
“Un’altra affermazione che non riesco a concepire. Ma vai avanti”.
“Si è presentato come lo straniero, e mi ha detto di venire da molto lontano”.
“Ovviamente in risposta alla tua chiamata”.
“E’ questa la cosa strana. Mi ha detto di essere venuto a piedi, che ha affrontato un lungo viaggio”.
“Viaggio?”
“E’ come una passeggiata, ma non è fatta allo scopo di camminare ma di raggiungere un luogo”.
“Basta chiamare il luogo dove si vuole andare”.
“Certo. Ma lui dice che non è in grado di farlo, che una cosa del genere non esiste”.
L’uomo scoppiò a ridere.
“Ovviamente stava scherzando”.
“No, no, diceva sul serio. Me ne sono appurato. Gli avrei dimostrato il contrario, ma non funzionava più.”
“Ma può chiamare per esempio il caldo e il freddo?”
“No, diceva che caldo e freddo dipendono dall’ambiente”.
“Certo, ma poi puoi modificarli”.
“Secondo lui no”.
“Che altro ha detto?”
“Mi ha raccontato il suo viaggio. Pare che dovesse uccidere degli animali per mangiarne le carni.”
“Uccidere?”
“Far morire”.
“Ma perché? Può chiamare ogni genere di frutto…”
“Lui diceva che non può chiamare niente del tutto. Raccoglie ciò che trova sugli alberi e uccide gli animali che incontra.”
“Che vita strana.”
“Diceva che era normale”.
“Pensa tu!”
“Sembrava soddisfatto della sua vita, come se provasse soddisfazione nel procurarsi le cose con le mani anziché con la mente”.
“Affascinante, devo dire. Aveva una parola per una cosa mai vista prima?”
“Si, una novità, la chiamava”.
“Ecco, questa è proprio una novità. Dovremmo scoprire cosa possiamo imparare su di lui e sul posto da cui viene”.
“Purtroppo a un certo punto, mentre gli stavo spiegando cos’è un’ arla per sdebitarmi, ha detto che non gli interessava sapere altro e se n’è andato”.
“Davvero strano”.
“Si, e pensa che appena se n’è andato sono riuscito di nuovo a chiamare le cose”.
“Ti sarai mangiato un buon ananas”.
“Ovviamente”.
“E poi cos’hai fatto?”
“Ho provato a chiamare altre cose, e tutte comparivano, allora ho provato a chiamare persone, e comparivano, ma quando ho chiamato lo straniero ho sentito solo un grande freddo nelle ossa e non è apparso affatto”.
“Non è possibile chiamarlo? Fai provare me”.
L’uomo pensò allo straniero, e sentì una sensazione gelida penetrargli dentro.
Si guardarono intorno.
Niente.
“Non compare” disse l’uomo.
“Già. Non è solo una cosa mia, come vedi.”
“Parlami ancora di lui”.
“Da dove cominciare? Misurava il tempo.”
“Cos’è il tempo?”

Inchiesta sull’Ottava Fatica Erculea

Tutti hanno sentito parlare delle famose Dodici Fatiche di Ercole, ma non molti ricordano, molto probabilmente, in cosa consistessero. Il motivo di ciò è senza dubbio da ricercarsi nel fatto che il mito viene presto a noia ed esaurisce completamente il suo serbatoio di significati simbolici, non appena emancipatisi dalla età infantile con la sua mentalità immatura, cosa che ineluttabilmente accade sempre allo scoccare della mezzanotte del 365° giorno del 17° anno di età, trascorsa la quale si diventa individui adulti pienamente responsabili e autonomi, del tutto al di sopra di tutti i bisticci bambineschi su chi ha detto cosa in merito a chi. Secondariamente, è altrettanto pacifico e indisputato, la gente oggi non sa più cosa sia la fatica, perché ormai, grazie alla tecnologia, sommo frutto del genio umano, sono esclusivamente le macchine a faticare mentre noi possiamo restare comodamente in panciolle a coltivare l’estetica delle belle arti, con i robot intorno a noi che si prendono cura di ogni altra cosa, e ciò rende estremamente arduo per noi immedesimarci in un eroe così sciocco e arretrato come Ercole, che nella sua vita ha creduto di dover portare a compimento ben dodici fatiche e poi le ha persino completate tutte con successo, povero fiore.

Tuttavia, anche se può essere senz’altro una lettura faticosa, sappiamo che il lettore ha un’abnegazione ostinata e persistente dal carattere eroico, tale da condurlo a leggere persino scritti più ostici, di quelli da fazzoletto in fronte per detergere il sudore, come ad esempio la nuova traduzione de Il Signore degli Anelli a cura di Ottavio Fatica, terminata la quale, come diverse fonti accreditate riferiscono, Zeus impietosito tende una mano al malcapitato temerario lettore e lo eleva con sè al Monte Olimpo, ove ora innanzi banchetterà di nettare e ambrosia.

Ma ora, mettiamo da parte questo inciso esemplificativo protratto troppo a lungo: accantoniamo dunque senza indugio la traduzione di Ottavio Fatica e i suoi meriti per tornare invece piuttosto a Ercole e occuparci della sua Ottava Fatica nel novero delle Dodici.

L’Ottava Fatica vede l’eroe ricevere da Euristeo l’incarico di portargli le cavalle di Diomede, re di Tracia. I destrieri traci erano famosi per essere particolarmente focosi, tanto che erano utilizzati soprattutto come cavalli da guerra, e infatti lo stesso Bucefalo domato da Alessandro Magno era un cavallo tracio, addirittura, dicono alcuni, il discendente delle cavalle di Diomede stesse. Alcuni commentatori hanno mostrato ilarità perché alcune versioni medievali della storia di Alessandro riferivano che Bucefalo fosse alto tre metri, o che prima di essere domato spruzzasse fuoco dal naso e si nutrisse delle greggi, ma basti ricordare che le sue antenate nella storia di Ercole si cibano di uomini e che finiranno per divorare Abdero, l’amico di Ercole, perché il riso appaia sciocco.

Novello Achille, Ercole, venuto a sapere dell’amico, dimentica il suo nome e getta il crudele Diomede in pasto alle sue stesse cavalle, prima di portarle indietro dal committente Euristeo, che a vederle inorridisce e domanda all’eroe di sbarazzarsene: verranno infine liberate sul monte Olimpo, dove le bestie del luogo le divoreranno nelle selve in sulla balza petrosa. In nome del caduto Abdero, invece, Ercole fonda la città di Abdera.

Mi chiedevo se non ci sia qualche parallelo tolkieniano in tal mito, e in effetti proprio l’immagine finale delle bestie divorate da altre belve rammenta la meritata sorte degli Uruk di Isengard dopo il Fosso di Helm, quando vengono sbaragliati e messi in fuga dentro Fangorn, dove i graziosi Ucorni faranno il resto. Ma, se rammentiamo che Ercole fu allevato tra i Centauri, metà umani, metà equini, e che quindi egli stesso partecipa della natura equestre, da cavallo bianco olimpio, però, anziché nero tracio, forse la simbologia del racconto è la medesima, invece, dell’Inondazione del Bruinen, quando i bianchi destrieri delle acque spazzano via i neri castroni dei Nazgul.

Dunque, mi sovviene or ora che forse può esservi una connessione tra Diomede, i cavalli dei Black Riders, gli Uruk e chi traduce in lingua nera nella Casa di Elrond, vale a dire che tutti finiscono per essere letteralmente divorati dal proprio “successo”, il quale immagino anche nell’atto di masticare e pulirsi i denti con lo stecchino, per quanto ciò sia sicuramente allegorico. Comunque l’Ottava Fatica era una fatica con bestie, e perciò doveva necessariamente essere una fatica bestiale, il che, come è noto, ripaga sempre in soldoni. Se le cavalle tracie fanno da capostipiti a Bucefalo, Alessandro stesso discende da Ercole.

“Due Alberi in Paradiso, una coppia di fontane benedette” – Recensione a “Le gemme e lo spirito: Commento teologico al Silmarillion” di don Fabrizio Ricci

Il 2020 è un anno, per quanto difficile sotto gli aspetti che tutti conosciamo, estremamente gioioso per la quantità e qualità di scritti di assoluto rilievo sul tema del Cattolicesimo tolkieniano.

Infatti, nei primi anni ’10, si era purtroppo assistito a una battuta d’arresto proprio in questo centrale filone di ricerca, persino dopo le ottime partenze degli studi dedicati all’aspetto cardine della mitologia tolkieniana, come ad esempio le straordinarie ricerche di Padre Guglielmo Spirito, Preside della Facoltà Teologica di Assisi e autore di “Tra San Francesco e Tolkien” e molti altri contributi attinenti, e l’ottimo volume di Greta Bertani, “Le radici profonde – Tolkien e le Sacre Scritture”, a far seguito alle precedenti trattazioni estere della spiritualità tolkieniana ad opera di Stratford Caldecott, Bradley Birzer, Nils Ivar Agoy, e tanti altri.

La battuta d’arresto era stata segnata dalla pubblicazione di un volumetto ad opera di Claudio Testi, la cui tesi, comunque appena abbozzata, risulta alquanto paradossale: riassumendo, “le opere di Tolkien sono pagane, e perciò sono cattoliche”. Verrebbe da chiedersi se allora anche le opere di Giuliano l’Apostata, in quanto pagane, siano cattoliche, essendo che Giuliano ad esempio afferma che Gesù, ai suoi tempi, fosse solo «nominato da poco più di trecento anni, senza che nella sua vita abbia fatto alcunché di memorabile, a meno che non si considerino grandi imprese aver guarito zoppi e ciechi e aver esorcizzato indemoniati nei paesucoli di Betsaida e di Betania» (Contra Galileos).

Chiaramente il termine “paganesimo” può voler dire tante cose, ma non si dimostra in effetti particolarmente opportuno, solo con ciò, confondere le acque ancor più di quanto già non siano.  E che di confusione si tratti si può constatare dalla pressocché completa assenza di nuove pubblicazioni monografiche italiane significative sul tema del Cattolicesimo tolkieniano tra la prima diffusione del volumetto suddetto, risalente al 2014, e la ristampa di Bertani nel 2018, tralaltro mentre all’estero comparivano gli inestimabili apporti di Lisa Coutras (2016) e Jonathan McIntosh (2017) sui temi della teologia estetica e tomistica di Tolkien.

Unica eccezione è stato il ritorno in sede di conferenza diffusa anche via web dello straordinario Andrea Monda, già autore del magnifico “L’anello e la croce”, che nel 2017 ha tenuto una serie di interventi sulla lettura di Tolkien in chiave teologica di valore indiscusso, e peraltro indiscutibile.

Ma la vera rinascita dello studio rigoroso dello scrittore cattolico Tolkien si porta, dopo i, pur sicuramente ben intenzionati, passi falsi dei volumi “La società della Contea” e “Colui che raccontò la Grazia”, rispettivamente ad opera di Luca Fumagalli e Mauro Toninelli nel 2019, soprattutto con due volumi di valore inestimabile che, così come il sorriso di un caro al rientro a casa ci appaga di una giornata di fatiche, quasi ci consolano per quanto di altro accaduto in questo 2020: “Tolkien e il Vangelo di Gollum” di Ivano Sassanelli, e il qui recensito “Le gemme e lo spirito: Commento teologico al Silmarillion” di don Fabrizio Ricci, parroco cesenate.

L’autore apre il volume con una breve cornice introduttiva a carattere in parte metodologico, laddove giustamente si sottolinea l’ambiguità del presunto “rifiuto” tolkieniano dell’allegoria, che, aggiungeremmo, è da accomunare al suo ugualmente pretestuoso “rifiuto” delle “cose celtiche” (Lettera 131). Come scrive Neil Gaiman, con una certa ironia, di solito se si chiede a uno scrittore quali siano le sue fonti, questi risponde qualcosa del tipo: “In una notte di luna piena, legati al dito mignolo di una delle mani un cordino di nylon imbevuto in acqua di sorgente, stenditi sul fianco sinistro in un prato verde tempestato di camelie azzurre, restando in questa posizione traccia un cerchio in senso antiorario con il piede destro libero, e, dopo averlo fatto, appena il piede destro tornerà a posarsi sul sinistro, l’ispirazione ti folgorerà con il suo barbaglio, apportandoti l’intera stesura di un romanzo realista se avevi legato il nylon alla seconda falangetta del mignolo, e invece un’opera fantastica se lo avevi intrecciato alla prima”.

Mi sembra che l’affermazione di Gaiman costituisca un pò il contesto migliore per valutare alcune dichiarazioni di Tolkien, la cui pretestuosità risulta del tutto evidente quando confrontata con il dato biografico dell’autore, il quale, a sua volta, non sarà mai irrilevante in altro senso che quello atto a liberarlo da certe psicanalisi, ma non allo scopo di restituirci un profilo accurato, come quello che Tolkien traccia, ad esempio, del poeta anonimo del Beowulf, in più occasioni.

Il seguito della magnifica trattazione di don Ricci si dipana agilmente tra le varie sezioni del Silmarillion, dall’Ainulindale fino alla Guerra dell’Anello, nel costante confronto con il testo biblico e la tradizione della Chiesa dalle origini ad oggi. Tale confronto non presume ovviamente un’impossibile esaustività, che risulterebbe del tutto impraticabile, ma piuttosto la delineazione di un percorso, appunto, interiore, che si prospetta al lettore come riesame delle proprie letture dell’opus magna tolkieniana, oppure, in altri casi, come una sua introduzione nell’alveo della fede. Già così si proponeva proprio il già citato “Tra San Francesco e Tolkien” di Padre Spirito.

Tuttavia, di contro a chi vorrebbe sostenere l’estraneità degli scritti relativi alla spiritualità all’ambito della critica testuale propriamente detta, il testo in esame offre, specie tenendo conto della sua agilità, una mole alquanto cospicua di spunti critici e interpretativi, ben superiore a quella di molti altri scritti, anche tra quelli che magari si proponevano invece precisamente la critica delle fonti, come ad esempio i sopravvalutati scritti di Paolo Gulisano.

Per portare un esempio, la lettura della storia di Beren e Luthien alla luce del Salmo 44: “La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d’oro è il suo vestito”, da ricollegare ulteriormente alla “donna vestita di sole” dell’Apocalisse giovannea, prelude alla ferrea necessità in futuro di condurre analisi approfondita della teologia sponsale cristica adombrata nel Lai di Leithian e relativi sviluppi.

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La lettura di Efrem il Siro: “La tua croce, un ponte / sia per tutti noi, / e noi passeremo sull’abisso / pieno di terrore” (Parenetica 64), in relazione a Earendil , alla sua scoperta della rotta per Valinor in virtù del Silmaril ereditato da Elwing, e infine alla Perduta Strada Diritta di Eriol e Aelfwine, è ugualmente pista redditizia per la futura ricerca, seppur da collocare in una simbologia battista anzichè immediatamente cristica, come dimostrai altrove.

Oppure il Destino di Morte degli Uomini in Terra di Mezzo, e la relativa denominazione di “Ospiti” o “Stranieri”, oltre che “Secondogeniti”, da parte degli Elfi, venendo posta in rapporto con la lettera di San Paolo agli Efesini (2, 19): “Così dunque voi non siete più stranieri nè ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio”, si pone a perfetto completamento delle analisi sul tema dell’ospitalità, o piuttosto “gentilezza verso gli ospiti” (“guest-kindliness”), in Tolkien ad opera di Mark Atherton, cui sempre in altra sede diedi a mia volta, sebben modesto, supporto.

L’opera di don Ricci risulta dunque di assoluto pregio e valore, a sua volta gemma da incastonare, forse, in una collana dal fato più roseo della Nauglafring, e così gli è insieme al già citato Sassanelli, la cui lettura del rapporto tra Giustizia e Grazia nel Cattolicesimo e in Tolkien risulta insuperata, nonchè allo straordinario apporto, dall’estero, di “Creation and Beauty in Tolkien’s Catholic Vision” di MJ Halsall, prima monografia dedicata del 2020.

In conclusione, perciò, si ricordi cosa ha da dire lo stesso Efrem Siro riguardo i Due Alberi edenici, della Vita e della Sapienza. Molti sostengono che i Due Alberi di Valinor non possano esservi posti in rapporto, dal momento che entrambi i virgulti tolkieniani detenevano valore, significato, ed effetto interamente positivi, sia a livello narrativo che interpretativo, a differenza del biasimo a tratti rivolto all’Albero del Sapere, talvolta ritenuto esso stesso motivo di Caduta.

Tuttavia, non così, ci ricorda don Ricci, la vedeva il Siro, che scriveva:

“Due Alberi collocò Dio in paradiso,
L’Albero della Vita e quello della Sapienza,
Una coppia di fontane benedette, fonte di ogni bene.
Per mezzo di questa coppia gloriosa
l’uomo può diventare somiglianza di Dio,
dotato di una vita immortale e di una conoscenza che non erra.”

Il passo lascia dunque ritenere che, come Laurelin e Telperion, anche gli Alberi edenici possano essere descritti come “meraviglie d’oro e d’argento” (Racconti ritrovati, 216), e che, dunque, anche le Gemme dette Silmarilli, di tale divina luce imbevuti, sono perciò ricolmi del Santo Spirito.

In difesa di Lúthien (ovvero, perché si dice Elfa e non Elfo femmina)

“Dacci il Mezzuomo, Elfo femmina”, proclama minaccioso in direzione di Arwen uno dei Nazgûl della trilogia filmica di Peter Jackson sull’altra riva del Bruinen, minacciando di attraversare il guado sul suo cavallo nero. Come è noto, la scena è presente in questa forma nella sola versione cinematografica, dal momento che in Tolkien a scortare il povero Frodo a Gran Burrone è invece l’Elfo Glorfindel, sulla natura della presenza del quale peraltro l’autore stesso si interrogò a lungo, essendo questi defunto da molti secoli secondo precedenti racconti, e dunque spingendosi fino a teorizzare la reincarnazione elfica.

Qui però il problema è un altro, del tutto italiano (o quasi). In inglese, in effetti, la frase dello Spettro dell’Anello è: “Give us the Halfling, She-Elf”, dal momento che ‘Elf’ in inglese non ha genere, come d’altronde la stragrande maggioranza dei sostantivi anglici. Tolkien, tuttavia, non usa mai, a quanto mi risulta, l’espressione “She-Elf”, che, sgradevole o meno che sia, sicuramente non si situa su un registro elevato, dal momento che è un calco sulla femminilizzazione dei nomi animali: wolf->she-wolf, falcon->she-falcon, dolphin->she-dolphin.

L’italiano, invece, come risulta evidente dall’uso, visibile specialmente nella letteratura Fantasy e nei giochi di ruolo, accetta senza problemi la generazione del femminile tramite semplice imposizione della terminazione -a, come in questo caso con “Elfa”. Tuttavia, non è ben chiaro perché, questo termine sembra scandalizzare alcuni, dal momento che nell’archivio delle conversazioni reperibile nel web la disputa sul corretto femminile di “Elfo” è assurta al ventennale status di “vexata quaestio”, come dimostrano i seguenti link, provenienti da fonti disparate e di vario spessore, dal lodevole impegno tolkieniano di Eldalië fino al fandom più ignaro che sconfina nel faceto e persino nella volgarità, da cui chiaramente ci dissociamo:

http://www.eldalie.it/forum/list_thread.php?iddiscussione=1077

https://isda.forumfree.it/?t=847441

https://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20110310104822AAJ7DmK

https://ask.fm/Vyles/answers/33879040064

https://groups.google.com/forum/#!topic/it.fan.scrittori.tolkien/Vl2OAqOO6VI

Per chi non avesse voglia di perdersi nel mare di discussioni, non tutte dotate di acclarato sentore di garbo, tra i vari interventi si riscontrano, accanto a opinioni corrette, seppure non documentate, una serie di suggerimenti erronei, per quanto sicuramente in buona fede. Tra questi l’idea che la Fata sia la femmina dell’Elfo, quando Fata è originariamente plurale e non femminile, e designa il popolo degli spiriti che distribuiscono le sorti agli uomini (è infatti il plurale del latino ‘fatum’), ovvero svolge la stessa funzione originariamente rivestita dagli Elfi, come testimoniano le antiche leggende. D’altronde, il giovane Tolkien impiegava equivalentemente i due termini, ‘Fairy’ ed ‘Elf’, come esatti sinonimi, e solo più tardi decise di mantenere il solo termine ‘Elf’, per via della più tarda concezione, esposta nel saggio “Sulle Fiabe”, che ‘Fairy’ non designi necessariamente degli esseri, ma piuttosto e primariamente un luogo, oppure uno stato d’animo.

,Altri affermano che una possibilità sarebbe modellare il plurale sui derivati femminili dei nomi d’animali, ovvero quanto fa fare allo Spettro il regista Peter Jackson, però in italiano. Così, come da leone deriva leonessa, e da elefante elefantessa, secondo costoro si dovrebbe avere ‘Elfessa’ da ‘Elfo’. Ciò tuttavia non risulta affatto necessario, anzi risulta ridondante, dal momento che anche nello stesso regno animale, con cui non si capisce comunque perché andrebbero rapportati gli Elfi, si ha comunque ‘gatta’ da ‘gatto’, ‘lupa’ da ‘lupo’, o ‘cerva’ da ‘cervo’ (accanto a una terza specie di indeclinabili, come gnu, lince, pantera, ecc.).

Vi sono poi coloro che sostengono che non si possa adottare una desinenza femminile del tutto, dal momento che, come in effetti è rilevato anche da chi non ne tragga simili conseguenze, ‘Elfa’ non dà riscontro in nessun dizionario. Dal momento che non esiste un femminile, l’alternativa si porrebbe quindi soltanto tra ‘Elfo femmina’, che utilizzerebbero coloro che volessero usare un tono di disprezzo, come appunto i Cavalieri Neri, e ‘Elfo donna’, che recando riferimento alla sfera umana è invece termine maggiormente apprezzativo.

Ebbene, per quanto sostenuta da molti, e contrastata principalmente da coloro che affermano l’esistenza di ‘Elfa’, senza poterla tuttavia documentare, l’argomentazione appena esposta è completamente fallace, eccetto la proposizione finale, laddove si sostiene che ‘Elfo donna’ sia maggiormente apprezzabile, e quindi più tolkieniano in quanto più vicino alla descrizione del personaggio ‘Elfa’, che è personaggio sicuramente positivo.

In effetti, Tolkien stesso utilizza “Elf-woman” nella Compagnia dell’Anello, e per di più riferito a Galadriel (!!!). Il passo, tuttavia, che in originale descrive la Dama, che ha appena resistito alla tentazione, come:

“a slender Elf-woman, clad in simple white, whose gentle voice was soft and sad”
(Tolkien)

in italiano è stato reso da entrambi Alliata e Fatica con “donna elfica”, perdendo il rilievo:

“un’esile donna elfica, vestita di semplice bianco, dalla dolce voce morbida e triste”
(Alliata)

“un’esile donna elfica, vestita di semplice bianco, dalla dolce voce mesta e sommessa”
(Fatica)

Che opportunità sprecata, per due volte, per di più! Si sarebbe potuto ricalcare tutto il sottile distinguo che Tolkien intaglia nelle descrizioni, prima della Dama nella sua gloria all’arrivo della Compagnia a Lòrien, quando è semplicemente “the Lady” o “Lady of the Elves”, (Alliata= Fatica= “la Dama” o “la Dama degli Elfi”), poi al condurre Frodo al luogo della prova per entrambi, quando diventa una meno altolocata “Elf-Lady”, (Alliata= Fatica= “Dama Elfica”), e in seguito appunto, dopo aver subito la tentazione dell’Anello, si innalza un’ultima volta al suo apice massimo di “Elven Lady”, (Alliata= Fatica= “Dama Elfica”) al mostrare l’Anello dell’Acqua, prima di venire ridotta appunto a un’umile e dimessa “Elf-woman” (Alliata= Fatica= “Donna Elfica”). Che occasione sprecata per rendere le quattro fasi, invece, con il distinguo:

1) “la Dama” o “la Dama degli Elfi”;

2) “Dama Elfica”;

3) “Dama Elfa”;

4) “Donna Elfa”.

A questo punto sicuramente qualcuno si chiederà: “Ma chi scrive non ha detto poco sopra che ‘Elfa’ non ha riscontro in nessun dizionario? Allora, di cosa va cianciando?” Ebbene, non capita sempre di poter affermare ciò, eppure, signori e signore, il dizionario è sbagliato. Tutti i numerosi dizionari italiani che ho potuto consultare e che non citano ‘Elfa’, Treccani compreso, sono sbagliati. Qualcuno penserà: “Non puoi pretendere che l’italiano venga aggiornato sulla base del Fantasy. Se anche qualche libro Fantasy parla di Elfe o di un’Elfa, non significa che sia italiano corretto”.

Ma anche ciò è sbagliato, e a quanto ne so sono il primo a evidenziarlo: non occorre far riferimento a recenti romanzi Fantasy per trovare ‘Elfa’, il femminile di ‘Elfo’. Infatti, dal sito della Library of Congress statunitense è interamente scaricabile il libretto di un dramma operistico italiano in tre atti del 1869 intitolato “Elfa”, scritto da Carlo Toscano, musicato da Paolo Soraci, e stampato per le tipografie napoletane. La protagonista, che reca appunto il nome “Elfa”, è un’eroina tragica che vive una storia d’amore contrastata dalla famiglia di origine, un pò come Romeo e Giulietta.

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Due immagini dal libretto di “Elfa” di Carlo Toscano (1869).
Fonte: https://www.loc.gov/item/2010657658/

A questo punto, immancabilmente, si solleverà l’obiezione che in questo caso ‘Elfa’ è nome proprio anzichè comune, e dunque non si potrebbe considerare allo scopo. Al contrario: è diventato nome proprio in virtù della sua precedente adozione a nome comune, da cui deriva, e attestata già anni prima nelle poesie di Bernardino Zendrini, scrittore, poeta, filologo e traduttore del XIX secolo italiano. Zendrini, che ebbe cattedra di filologia a Padova e Palermo, intrattenne polemica con Giosué Carducci, che gli inveì contro nell’epodo “A un heiniano d’Italia” (1872), in seguito alla felice traduzione che il Bernardino aveva fatto del poeta romantico tedesco Heinrich Heine.

E quanto ci interessa risale appunto alla traduzione del “Canzoniere” di Heine, edita il 1863, cui Zendrini appose la “Prefazione in nona rima al Canzoniere di Heine”, ove si leggono i versi:

“Sostammo alfine a un’isola incantata,
Ove un occhio d’amor pare ogni stella:
Ove ogni fiore umanamente guata
E alla vergine dice: Ave, sorella!
Ove l’Elfa cavalca: ove la Fata
Parla e canta d’amore in sua favella:
Ove l’Ondina con le fredde spume
Spruzza l’ardito che s’accosta al fiume;
Ove maghi possenti ergon castella.”
(vv. 28-36)

Si rende perciò evidente come, non solo la polemica e i dubbi risultino del tutto ingiustificati, ma risulta persino sconcertante come ciò possa essere ignorato dai dizionari, che pure, almeno nel caso di Treccani, dovrebbero registrare anche i lemmi che non risultano all’ordine del giorno, per così esprimersi. Pare quasi, insomma, che occorra esporre quanto dovrebbe essere di per sé evidente. E, se la bellezza elfica si ammanta di un fascino elusivo, tale da sfuggire persino alle reti dei dizionari più completi, non per questo Beren rinuncerà all’inseguimento. Tutto ciò che è servito era una visione fugace: dopo che l’occhio ha veduto, nè la lingua nè la spada possono cessare di adoprarsi IN DIFESA DI LÚTHIEN.

Un Canto Traboccante per Christopher

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Ho atteso i dovuti tre giorni prima di pronunciarmi diffusamente in merito al recente lutto tolkieniano, accademico e umano.

Christopher Tolkien era ed è più di quanto sia dato scrivere, e l’emozione che mi ha posseduto all’apprendere la notizia, congiuntamente al lieto evento della nascita di mio figlio Dior Dante, ha raggiunto proporzioni tali da richiedere da parte mia doti di self control che onestamente non reputavo di possedere, e probabilmente non mi appartengono in assoluto.

L’impressione è stata quella di essere travolti, overwhelmed, come da un’ondata di marosi, forse atlantidea, forse numenoreana, forse scaturita da un sogno traboccato oltre il confine della veglia, come la visione di Aman da parte di Frodo.

In quel sogno, non era la muraglia di acque a terrificarmi, quanto il suono: il suono di migliaia di voci, al contempo in preda al panico, come quanto ode nella Forza Obi Wan Kenobi da Alderaan, ma anche festanti, gioiose, gaudiose, come un coro di angeli che cantassero il Sabaoth. L’onda era in realtà la materializzazione tangibile in forma liquida dei cori turbinanti di queste voci, e allora ho capito il “paraphero”, verbo usato da Socrate per dire il senso di travolgimento che si prova all’udire un discorso sconvolgente, come mi domandavo nella mia tesi di laurea, e allora ho capito anche quel “læden” del poema medioinglese Pearl, “canto traboccante”, che descrive lo stesso senso di stravolgimento acustico e canoro in forma fluviale, come mi ero interrogato in un blogpost dell’estate 2018, scritto ad Oxford mentre conducevo le mie ricerche su Tolkien e il poeta di Gawain e Pearl.

Christopher, editor, tra le tante, proprio dei pochi pronunciamenti editi di Tolkien su questo poeta, mi ha accompagnato, ha accompagnato tanti di noi, sulla strada che prosegue senza fine, che si snoda attraverso curve, viottoli e stradine, per convogliare sempre su una via maestra.

Christopher è sempre stato lì, per me, nella mia mente e nel mio cuore, prendendomi per mano e conducendomi lungo i sentieri della Terra di Mezzo e dell’anima di suo padre.

Christopher era lì quando per la prima volta aprii un volume nuovo di zecca con la copertina in toni da natura morta, che titolava “Il Silmarillion”. Mi portò sulle sponde del Teiglin, a Nogrost dei Nani, nel verde Ossiriand. Mi accompagnò a udire l’eco del dolore di Morgoth a Lammoth. Mi scortò attraverso i Sette Portali che occorre varcare per ottenere l’ingresso a Gondolin la Bella. Ottenne per me un lasciapassare eccezionale per procurarmi l’accesso alla sala del trono di Menegroth delle Mille Caverne, e già mi aveva donato in precedenza un raro talismano che solo permetteva di valicare la Cintura di Melian e penetrare nel reame boscoso del Doriath! Era con me quando seguimmo un’Elfa e un Uomo, vestiti da pipistrello e lupo, fin nelle profondità di Angband, e già avevamo assistito al duello di canto tra un Re elfico e Sauron! Quando i Silmaril furono forgiati da Fëanor, quando Yavanna cantò gli Alberi alla vita, quando Varda accese le stelle ad una ad una, io ero lì grazie a Christopher! E sempre lui mi rapì in un volo vertiginoso e sublime, fino alle origini del mondo, davanti ai cancelli dell’Eternità, e mi rivelò la Sinfonia degli Ainur, il “canto traboccante”, il læden che lascia parapheromenous, travolti e stravolti, come dicevo su.

Tolkien famosamente affermava che quando scoprì la lingua finlandese fu come aver trovato una cantina di vini squisiti. In questo caso, allora, quando io conobbi il padre tramite Christopher, fu come se avessi bevuto dalle mani di Giuseppe di Arimatea.

Non riesco perciò a mettere una parola fine sul mio rapporto con Christopher. Non sento che se ne sia andato. Lo sento ancora qui, con noi, ad ogni foglio voltato, ad ogni candela accesa, ad ogni battito del cuore.

Namáryë, Christopher. Non mi suona come un addio. Mi sembra, invece, un benvenuto.

Discutere con Ted Sabbioso

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(Foto: Dalle Lettere di Tolkien)

Vorrei inaugurare il nuovo anno 2020 con una riflessione suscitata dalla (ennesima) rilettura di un saggio di Verlyn Flieger, contenuto nella raccolta “Green Suns and Faërie”, che ho anche tradotto tempo fa dietro autorizzazione dell’autrice e dell’editore, come è debito fare per ogni traduttore onesto.

La Flieger scrive:

“La ragione per cui si odia Ted Sabbioso e si ama Sam Gamgee, e si sviluppa una tolleranza spazientita verso Lobelia Sackville-Baggins, la ragione per cui ammiriamo Merry e sentiamo un affetto quasi esagerato verso Pipino, e i nostri cuori si spezzano davanti alla tragedia di Frodo, non è perché siano Hobbit, ma perché li riconosciamo come esseri umani. Ted Sabbioso è qualsiasi indisposto scettico privo di immaginazione che si fa gioco dei racconti insoliti. Ho passato gran parte della mia vita a discutere con Ted Sabbioso. Il romanticismo di Sam, il suo senso comune, la sua devozione al pentolame, la sua lealtà e capacità di sacrificarsi sono tra le migliori e più lodevoli tra le caratteristiche umane. Lobelia è qualsiasi vecchia befana  ficcanaso e pettegola che possa aver sempre trionfato sulle avversità semplicemente grazie a un carattere scontroso. La matura capacità di adattamento di Merry e l’impulsività adolescenziale, la curiosità e la bocca larga di Pipino, non solo sono tratti umani riconoscibili, ma sono in effetti tratti tipici.” (Verlyn Flieger, “Green Suns and Faërie”: 10-11)

Tralasciando qui la straordinaria efficacia e rilievo di tale passaggio, vorrei soffermarmi su un punto in particolare.

“Ho passato gran parte della mia vita a discutere con Ted Sabbioso”, scrive Verlyn. Mentre parlando di Sam, parlando di Frodo, parlando di Lobelia, parlando di Merry e Pipino, Verlyn fa soltanto riferimento all’esperienza condivisa del genere umano in merito ai “tipi” di tali personaggi, nel caso di Ted Sabbioso al generale si aggiunge un particolare autobiografico specifico: Verlyn ha passato “gran parte della sua vita” in un dibattito con Ted.

Senza dubbio, anche Tolkien aveva intrattenuto una simile conversazione per tutta la vita. Come accademico, il suo saggio più famoso, “Beowulf: I mostri e i critici”, da un lato paragona i critici ai mostri affrontati da Beowulf, come sottolineò a suo tempo già Jane Chance, ma in effetti osserva come la miopia di tali critici consista nel vivisezionare il poema anglosassone come se fosse una miniera di informazioni di carattere storico, archeologico, linguistico, etnografico, eccetera, senza prenderlo mai in esame come poema.

Vale a dire, la critica dei critici mostruosi è fatta in modo tale da mantenere costantemente un’angolazione parziale che devii l’attenzione dal vero senso del poema.

Così nella mia esperienza si comportano tutti quei critici assolutamente grendeliani che decidono senza argomentare, ma soprattutto senza mai controargomentare alle motivazioni presentate da numerose parti a livello internazionale, la questione del cattolicesimo di Tolkien.

Così si è creata nella mitologia tolkienistica, cosa ben diversa dalla mitologia tolkieniana, la concezione dell’esistenza di una presunta “scuola tradizionale” attinente, non si argomenta perché, a una generica “destra”, non si spiega quale, che sarebbe evidentemente secondo costoro il male assoluto, di nuovo senza bisogno di argomentare.

In effetti qualche accenno timido a una specie di rievocazione storica di un tentativo di argomentazione si può osservare: a fronte di poche righe decontestualizzate prese da autori assunti come capri rappresentativi di questa fantomatica “scuola tradizionale”, si vuole censurare e condannare al dimenticatoio tutto ciò che è stato scritto su Tolkien in Italia prima del 2010, anno della Rivoluzione Tolkieniana Italiana e della stipula della Dichiarazione Universale dei Diritti del Tolkieniano, nonché tutte le opere successive che le citano.

In questo confuso pastrocchio pseudo argomentativo, più o meno come in un delirio agorafobico, si citano dei nomi di studiosi del passato presi a caso, di solito sempre gli stessi, René Guenon, Julius Evola, Mircea Eliade.

Cos’hanno di male questi autori? Ovviamente appartengono a questa fantomatica “destra” il cui nome non va pronunciato finché si è nella Casa di Elrond, perché “anche i boschi hanno orecchie”. Io di solito mi incuriosisco ancora più di fronte a questi tabù, e ho fatto qualche ricerca: oltre a essere i suddetti tra i più stimati e citati studiosi delle tradizioni religiose, misteriche e iniziatiche europee e anche di altre culture che siano vissuti nel Novecento, vengono anche fin da subito, e proprio all’estero, rapportati a Tolkien, il che contraddice visibilmente l’idea che “la destra tolkieniana nera, brutta e cattiva” sia, come dicono, un’anomalia italiana.

Ciononostante, internet pullula di sgherri pronti a difendere a spada tratta l’indifendibile, ogni volta appigliandosi a qualsiasi pretesto argomentativo per sminuire, far passare per false o almeno dubbie le argomentazioni di chi semplicemente esponga da un lato i risultati di una ricerca tolkieniana condotta seriamente, dall’altro la denuncia dei metodi falsari e cooptativi che si nascondono dietro certe bieche manovre, che siano editoriali o anche solo del web.

Ted Sabbioso ha dalla sua la capacità di fare passare tutto ciò che dice per puro buon senso: non crederete mica alle fate, agli Elfi, al Beowulf come poema, alla vecchia traduzione italiana di Tolkien? Queste cose non esistono, ma non preoccupatevi, venite tutti qui, nel grande abbraccio, come rivela poi il capitolo Percorrendo la Contea nel finale, di Mordor.

Il nostro augurio per il 2020 a tutti i Tolkieniani è perciò quello di non arrendersi, di non dargliela vinta ai nostri Ted Sabbioso, perché quando torneremo nella nostra Contea, non ne abbiano fatto una colonia di Saruman.

Un Anello per tradurli tutti

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Si va ripetendo da tempo che la traduzione di Fatica non si deve giudicare prima di averla letta. Oggi è stato pubblicato un primo estratto dal retro di copertina, quindi adesso non si può giudicare prima di averla letta tutta. Alla fine de Il Ritorno del Re e delle corpose appendici, per giudicarla bisognerà aspettare di farla decantare, come il vino. Una volta invecchiata, si invocherà Erodoto che nelle sue Storie diceva che non si giudica una vita prima che sia terminata.

In questo spirito, visto che questa traduzione dovrà morire prima di essere giudicata, noi non possiamo che valutarla a sproposito, e quindi, come diceva Bertolt Brecht, è nostro privilegio sederci dalla parte del torto “perché gli altri posti erano occupati”. In ogni caso, se dalla parte del torto stanno anche Vittoria Alliata di Villafranca, la Tolkien Estate e migliaia di appassionati che già in queste prime ore si stanno facendo sentire prepotentemente, di sicuro qualche magra consolazione la troveremo.

Detto ciò, voglio confrontare rigo per rigo le due traduzione rispetto all’originale:

 

Tolkien: Three Rings to the Elven Kings under the sky

Alliata: Tre anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende

 

Fatica: Tre anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo

 

COMMENTO: Iniziamo con il chiarire un punto. Nessuna delle due traduzioni è pedissequa o letterale. La traduzione letterale è: “Tre anelli agli Elfici Re sotto il cielo”. Elven è l’aggettivo di elf, che né Alliata né Fatica mantengono, preferendo una specificazione. A questo punto la differenza è che l’Alliata predilige il ritmo e la musicalità, mentre Fatica sembra arido. Vedremo se questa impressione sarà confermata.

 

Tolkien: Seven to the Dwarven Lords in their halls of stone

Alliata: Sette ai Principi dei Nani nelle lor rocche di pietra

 

Fatica: Sette ai Principi dei Nani nell’Aule di pietra

 

COMMENTO: Qui, di nuovo, nessuno è letterale o pedissequo. Lo sarebbe chi traducesse: “Sette ai Nanici Signori nelle loro sale di pietra”. Ma nessuno dei due neanche qui mantiene l’aggettivo originale dwarven, “nanici”, anzi mutano entrambi lords, “signori”, in “principi”, che a questo punto nel caso di Fatica è plagio dell’Alliata, perché altrimenti ingiustificato dal criterio di traduzione innovativa che si presume dietro la sua operazione. Fatica per di più espunge il their, “loro”, senza un qualsivoglia motivo, per cui la sua traduzione di questo verso risulta meno letterale dell’Alliata. Poi è un mistero perché halls, “aule”, minuscolo in originale, dovrebbe essere onorato col maiuscolo. Andiamo avanti.

 

Tolkien: Nine to Mortal Men, doomed to die

Alliata: Nove agli Uomini Mortali, che la triste morte attende

 

Fatica: Nove agli Uomini Mortali dal fato crudele

 

COMMENTO: La prima metà del verso stavolta è in entrambi i casi uguale e assolutamente letterale, ma come potrebbero essere più diverse le due seconde metà? Diverse tra loro e diverse entrambe da Tolkien, che aveva scritto solo doomed to die, “destinati/condannati a morire”. Ora, però dal momento che inizia a vedersi una rima alternata, dobbiamo considerare che l’Alliata con la sua traduzione mantiene la rima, mentre Fatica no. L’Alliata ha ritmo, metrica e musica, Fatica no. In tre versi insomma, banalizzando, Alliata 3 – Fatica 0 (bisogna anche fare un pò di ironia, suvvia!).

 

Tolkien: One for the Dark Lord on his dark throne

Alliata: Uno per l’Oscuro Sire, chiuso nella Reggia Tetra

 

Fatica: Uno al Nero Sire sul suo trono tetro

 

COMMENTO: Qui abbiamo un chiasmo: la prima metà del verso è letterale in Alliata soltanto, la seconda solo in Fatica. Anche qui, però, Alliata rima mentre Fatica no. Poi perché, dopo tutta la polemica sugli Uomini Neri (vecchia traduzione di troll, sostituita con Vagabondi e poi con l’originale troll), si vuole rendere Sauron il Nero Sire? Non è razzismo? Se lo è (o è fraintendibile) l’uno, allora anche l’altro. Se non lo è nessuno, comunque non si spiega perché variare il termine oscuro ormai entrato nell’uso.

 

Tolkien: In the land of Mordor, where the shadows lie

Alliata: Nella terra di Mordor, dove l’ombra nera scende

 

Fatica: Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano

 

COMMENTO: Nessuna delle due seconde metà è letterale, perché il lie finale è “giacciono”, o magari “si posano”. Interessante il fatto che l’ambiguità inglese renderebbe anche intendibile come “mentono”, cosa osservata a dovere dalla critica a partire da Tom Shippey. Dunque “si celano”, al di fuori di qualsiasi considerazione di metrica o rima, come è in Fatica, non ha davvero giustificazione (sarebbe hide, se così fosse). La Alliata variava nel mantenere il senso (e la rima), perché le ombre che giacciono o si posano chiaramente scendono.

 

Tolkien: One Ring to rule them all, One Ring to find them,

Alliata: Un Anello per domarli, Un Anello per trovarli

 

Fatica: Un Anello per trovarli, Uno per vincerli

 

COMMENTO: Letteralmente sarebbe: “Unico Anello per governarli tutti, Unico Anello per trovarli”. Chi volesse essere letterale dovrebbe impiegare il “tutti”, che in italiano stona così tanto. Ma qui Fatica ha perso il senno: inverte l’ordine, elimina la parola “Anello” creando suggestioni errate: “Un Anello per trovarli, Uno per vincerli” e sembra che siano due anelli diversi, ognuno con la sua funzione. Sono quasi sgomento di fronte a ciò.

 

Tolkien: One Ring to bring them all, and in the darkness bind them

Alliata: Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli

 

Fatica: Uno per radunarli e al buio avvincerli

 

COMMENTO: Anche qui Fatica insiste con il suo inspiegabile oblio della parola “Anello”. Il “tutti” coerentemente resta assente in entrambe le traduzioni, ma “ghermire” è traduzione elegantissima di “bring”, mentre “radunare” in inglese ha un suo termine proprio, che è “gather” (chi gioca o giocava al gioco di carte Magic ricorderà il sottotitolo del gioco: Magic – The Gathering, che in italiano giustamente diventava: Magic – L’Adunanza). Qui in chiusura Fatica ritrova una parvenza di rima. Ma penso proprio di poter dire che ci aveva persi tutti molto prima. Ahinoi.

‘Tolkien’ (biopic) : Perché abbeverarsi alle acque di Cellar Door

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Il biopic ‘Tolkien’ avrà la fortuna di un cult: quei film che ci chiederemo perché non sia obbligatorio vederli da programma scolastico MIUR, e invece sono arrivati solo al cineforum del DAMS e alla rassegna estiva Ballando sotto le Stelle. Un po’ come Il ladro di orchidee o Waking Life, per chi ha presente le pellicole.

Il film è stato combattuto su più fronti: prima la scomunica dell’Estate, poi l’apostasia del massimo esperto John Garth sul periodo in oggetto della vita di Tolkien, la giovinezza, recensioni oscillanti tra l’entusiasmo e la delusione, infine il barbaro trattamento riservato alla pellicola in Italia, ritardo di quattro mesi per vederlo solo al Cinemattina di Grovignano sul Pardigo, unico spettacolo ore 5 antemeridiane, sala a rischio caduta intonaco.

In questo scenario apocalittico che poi tralaltro a suo modo “giova” nel rendere l’esperienza inconsueta, cosa si trae dalla visione?

Un film a tutto tondo, che non tralascia alcun aspetto della vita dello scrittore, a differenza di quanto supposto da certi critici.

Per di più, nel farlo, diverte, riuscendo visione godibile anche per i non addetti (che non sanno esiste, vabbè, ma ciò non dipende dal regista).

Tra la meravigliosa visione di un Tolkien che grida ubriaco in gotico in un cortile di Oxford e la famosa (certo) scena delle zollette nei cappellini, il sorriso non lascia lo spettatore che sulle trincee di una Somme volutamente memore della tana di Smaug… Dove però, in bella vista, e in barba agli inquisitori da salotto, sta un crocifisso eloquente come un Hobbit a Brea.

Il romance con Edith funziona talmente bene che lascia la danza di Lúthien come mera suggestione, un tocco di gusto quasi minimalista che mi sembra di collegare all’animo pacato e ovattato, nevoso, del finlandese regista Dome Karukosky.

Il TCBS è memore de L’attimo fuggente di Peter Weir, ma in maniera discreta e non pedissequa, si percepisce l’aria, ma non tanto da stonare con la realtà storica in contesti romanzati di per sé (cosa che Garth pare ignorare).

E poi, uno potrebbe dire, tutto molto bello, ma qual è il succo?

Il succo è l’acqua di Cellar Door, come spiega Tolkien-Hoult nella scena chiave del film a Edith-Collins. Un’acqua che rivela le verità più profonde a chi la beve.

Edith aveva appena criticato l’idea di Tolkien che la lingua sia bella per il suono con il ribadire invece, come più tardi il professor Wright, l’importanza del significato.

La faccenda è complessa e affonda le radici nelle origini della filosofia del linguaggio. Nel dialogo di Platone intitolato “Cratilo”, Socrate e lo stesso Cratilo discutono se il suono di una parola sia legato al suo significato casualmente o essenzialmente, senza giungere a una conclusione. Ancora nel medioevo, i termini universali erano dibattuti, se fossero rappresentanti di idee nella mente di Dio, o semplice “flatus voci”, fiato di bocca. Ancora oggi, non si dà risposta scientifica a questa domanda, in nessuna delle due forme.

Tolkien, la persona e il film, non dà risposta scientifica neppure. La risposta, nel film, vero capolavoro del regista nel catturare non la lettera, ma lo spirito di Tolkien, è appunto quella che dà a Edith, una risposta pragmatica.

Chi pensa che a dire le parole siano suoni le sminuisca, non sa quel che dice. È proprio perché sono suoni, perché risuonano le cose e risuonano delle cose, che le parole hanno un significato. La contraddizione è il problema, il fatto di porla, anziché “bere l’acqua”.

Ecco perché ‘Tolkien’ è uno dei migliori film che abbia mai visto.

Il Silmarillion: Il Musical

Il “Silmarillion”, composto da Pilar Martin

 

Pilar Martin, grenadina di 26 anni, ha composto un’opera ispirata al “SILMARILLION”, la genesi della Terra di Mezzo immaginata da Tolkien.

 

(ARTICOLO DEL GIORNALE: IDEAL, DI JOSé CABRERO, GRANADA DEL 2 LUGLIO 2019) tradotto da Stefania Carta

 

Venerdì 5 luglio, al teatro Medina Elvira de Atarfe, si terrà il primo musical mai composto sul Silmarillion. Tutto esaurito. 650 biglietti venduti. Oltre l’opera, una particolare compagnia teatrale composta da elfi e uomini di tutte le età, famiglie intere, figli, padri e nonni; dai 7 ai 61 anni. Un centinaio di persone con la voglia di compiere il miracolo: mettere su un musical dal nulla, dalle scene ai costumi, fino ai mezzi audiovisivi, passando, certo, per un testo inedito e originale. Un’opera registrata, scritta e composta interamente da Pilar Martin, professoressa di Musica a La Inmaculada. “Conobbi il “Silmarillion” per caso, più di tre anni fa, per la mia tesi magistrale. Cercavo testi che parlassero di musica all’interno della letteratura. Così incontrai la creazione di Tolkien”. Oltre a leggerlo, le venne in mente di condividerlo nella sua bacheca di Facebook, e successe ciò che doveva succedere.

Il Miracolo.

“Iniziamo!” l’ordine di Pilar viene rispettato come quello del re che lascia i morti per motivare le truppe. “Qualcosa da dire?”, chiede. Uno degli attori, vestito con una lunga tunica bianca, sale sul palco e alza la voce mentre si rivolge a entrambe le parti del teatro. “Questa storia è la lotta contro il male, la lotta per il bene, per la bellezza! Oggi è importante!” la sua voce rapisce come quella di un mago dalla barba canuta. È Miguel Angel Morell e, nonostante non lavori con la magia, il suo lavoro ha a che fare con i miracoli. “Qui ci unisce una fede comune”, dice. Miguel è il parroco della chiesa della Virgen de Gracia. Gli piace cantare. Interpreta un valar, uno dei semidei immaginati da Tolkien. E da quando, tre anni fa, anche lui scrollò Facebook, è uno dei colpevoli di quest’avvenimento. Ne è il produttore.

Miguel, Parroco della chiesa della Virgen de Gracia, è il produttore dell’opera e, inoltre, uno dei semidei protagonisti “Pilar condivise una frase su FB che mi piacque moltissimo. Era l’estate del 2016. Le chiesi subito se si sarebbe potuta rappresentare e cantare. E scoppiammo a ridere”. Miguel e Pilar sono amici da molti anni. La risata complice è facile da capire: avevano appena finito di adattare e rappresentare “I Miserabili” insieme a una compagnia di 120 persone. “Una notte, eravamo a cena, noi 6 o 7 che stiamo dietro questo progetto, e leggemmo l’inizio del Silmarillion un’altra volta. Volevamo fare un altro musical. Allora dissi a Pili, senti “e se lo componessi tu?”

L’opera è divisa in cinque atti: la creazione del mondo; l’esilio degli elfi da Valinor; la storia di Maedhros e Fingon; il Lai di Beren e Luthien; e la vittoria su Morgoth. “Il filo conduttore sono i silmaril, tre pietre preziose realizzate da uno degli elfi più leggendari, Feanor, che contengono la luce più potente del mondo”, spiega Pilar. Un viaggio epico che richiedeva una musica di accordi, sinfonica, interpretata da un’orchestra di 15 persone di età che oscillano dagli 11 anni di Javi, ai 61 di Marien, la pianista. “Abbiamo un’orchestra da camera con violini, strumenti a fiato e piano, e con un coro dal ruolo molto importante.”

Quella di oggi è l’ultima prova. La prossima volta che s’interpreterà il “Silmarillion” sarà ad Atarfe, la grande prima. Forse per questo, quando Bilbo compare sulla scena (è suo il compito di raccontare la storia) e dice le prime parole, sono tutti tesi. Vogliono che tutto sia al posto giusto, che la musica sgorghi con fluidità. I violini creano l’atmosfera, i flauti introducono i personaggi, il piano segna il ritmo. Ma no, no, non ancora. «Un momento», chiedono dal palco. «Per favore, tenete presente che oggi il centro del palco sarà questo – dice alla platea. Ad Atarfe, come sapete, il coro sarà più spostato dall’altra parte». Rocío Cerezuela indica il percorso dentro e fuori dal palco. Lei, ingegnere di professione, è regista e membro del coro. “Sono un elfo del palcoscenico”, scherza.

Rocío era incaricata di trasformare il “dono” di Pilar, il testo e la musica, in qualcosa di visivo. «Stavo leggendo ciò che stavo facendo e ho immaginato le scene: qui un palazzo, qui un cortile, qui una fontana …» Anche lei,il terzo zampino del ” Silmarillion”, ha partecipato a “I Miserabili”, un lavoro dal quale ha imparato molto: «Mentre rappresentavamo “I Miserabili “, si sono presentate molte persone che non volevano cantare ma che hanno contribuito con altre cose. Quando abbiamo iniziato con il ” Silmarillion” era chiaro che avremmo approfittato di quei talenti ». Talenti come Babbete, l’austriaco-granata che ha realizzato i costumi: “Non abbiamo speso soldi. È stato tutto riciclato. Ha una squadra di 15 persone che ha lavorato tutte le settimane per realizzare i costumi di tutti». O gli artisti che hanno realizzato montaggi audiovisivi per le scenografie: «Jesús Molero, Isa, Carlos … hanno fatto qualcosa d’impressionante». O, naturalmente, l’enorme squadra che ha realizzato le imponenti corone dei Valar, interamente fatte a mano: «Gustavo, Carmen, Iker … molte persone che hanno realizzato tavole, fontane, rocce basse, corone, diademi, orecchie di elfi … Hanno creato dei  veri e propri accessori preziosi, ”conclude Rocío.

«Ok, di nuovo! Dall’inizio! ” Ora sì. Ora non ci sono interruzioni, tutto scorre: l’orchestra, il coro, il team tecnico. La compagnia grenadiana dell’anello brilla sul palcoscenico con un’opera che mira, fin dall’inizio, a rispettare l’originale. Dopo la prima ad Atarfe, la prossima occasione per vedere l’unico musical al mondo basato sul “Silmarillion” sarà il 31 ottobre, nello stesso teatro. “Non avevo mai composto”, dice Pilar. «Ho scoperto che mi piace molto. Il fatto di essere qui, di fare qualcosa che è scaturito dal nulla, è un dono. Quello che succede dopo non importa ».

Tolkien sapeva che la musica avrebbe ispirato cose meravigliose. Ho avuto fede. Sul palco, un’allegra compagnia intona un inno eccitante, un verso in musica che nessuno aveva mai sentito. Finora: «Non esiste una storia o un punto finale. Bene, facciamo tutti parte di qualcosa che va oltre ». 

 

 

Caccia al Cinghiale Bianco

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A Lanfaster c’è il divieto, imposto dall’ attuale duca, di dar la caccia al cinghiale bianco. Al giorno d’oggi il cinghiale bianco in quelle zone è raro, ma lo si può incontrare, nulla di eccezionale, un normale cinghiale albino. Ma in zona corre voce che quei “piccoli” cinghiali bianchi altro non siano che i figlioletti del vero Cinghiale Bianco, una bestia mitologica alta più di sei metri, che a sentir loro faceva tremare i boschi di Lanfas quando passava, e che di molti impavidi guerrieri aveva causato la dipartita, quando era stata impunemente attaccata.

Tra queste morti vi fu anche il fratello del duca, così che la cosa divenne intollerabile. Il duca partì alla caccia del Cinghiale Bianco con cinquecento uomini, una mattina di settembre in cui cadeva una pioggia sottile, e tornò sei mesi dopo, da solo, con la primavera e il sangue rappreso addosso, un strano sorriso in volto e tagli aperti in ogni parte del corpo.

Si dice che mostri sempre orgogliosamente quelle cicatrici quale vanto, specificando che erano state causate dal cinghiale bianco, come se questo risolvesse ogni cosa. La carcassa nessuno l’ha vista, ma lui giura di averlo ucciso e di averne mangiato il cuore, cosa che gli ha conferito la lunga vita. All’inizio credettero che scherzasse o stesse fantasticando, ma al giorno d’oggi, con i suoi duecentotrentadue anni, è difficile non dargli credito. Ed ecco come racconta la sua storia.

Erano mesi che seguivano le enormi tracce del Cinghiale Bianco nel sentiero della foresta, ma queste ogni volta si capovolgevano, ritornavano al punto di partenza e si rivoltavano di nuovo, come se stesse vagando in cerchio con l’attenzione di posar le zampe esattamente nello stesso punto ogni volta. La cosa aveva del soprannaturale.

Ma il duca non desisteva, e una mattina si svegliò e capì che quello che vedeva era un segno: c’era un uccellino appena fuori la tenda che aveva male a un’ala e non riusciva a volare, allora gli altri uccellini lo incitavano spingendolo con i beccucci. Ma lui non riusciva. Dopo tanti tentativi, gli uccelli capirono che non c’era niente da fare e lo
abbandonarono.

Fu allora che l’uccellino volò, alto, rapido, preciso, le ali più spavalde della foresta. Anche il duca doveva liberarsi dalla compagnia tanto motivata ad assisterlo degli altri cacciatori, perché anziché spingerlo lo trattenevano, proprio come avveniva per l’uccellino ferito. Sciolse la compagnia, mandò tutti a casa con i migliori auguri e si avviò con la sua lancia di Pervith a cavallo del suo destriero seguendo per l’ennesima volta le stesse tracce. Adesso laddove avrebbero dovuto voltarsi indietro invece proseguivano innanzi, novità che il duca accolse con grande gioia.

Arrivò al guado di un torrente. Sull’ altra riva, alla sua destra c’era un cervo che beveva e sputava poi tutta l’acqua che aveva ingerito.

<Perché?> domandò il duca.

Quello cantò:

<Oh duca, oh duca,
La strada che ora meni
E’ scura, triste e cupa
Rinunzia che sei in tempo
E dì di sì alla vita>

Allora porse il petto per farsi trafiggere dalla lancia, offrendo sé stesso in dono al nobile. Il duca senza esitare spronò il cavallo ad attraversare il guado e senza voltarsi indietro proseguì per la sua strada.

Le tracce del Cinghiale Bianco erano facili da seguire.

A un tratto vide una cosa impossibile.

Sulla sua sinistra, poco più avanti, proprio in mezzo alla foresta, sorgeva una splendida casetta col tetto di tegole rosse e le bianche mura su cui crescevano l’edera e i fiori. Di fronte l’ingresso c’era un pozzo con una giovane e incantevole donna dai capelli intrecciati che raccoglieva il secchio dell’acqua. Quando si accorse di essere osservata si voltò, sorrise al duca e si sistemò il vestito, come per mettere più in evidenza il seno procace.

La tentazione era fortissima, ma il cacciatore si trattenne e solo: <Buongiorno> disse.

<Oh duca, oh duca,
La strada che ora meni
E’ scura, triste e cupa
Rinunzia che sei in tempo
E goditi la vita>

E, così cantando, si tirò del tutto giù il vestito, rivelando il seno nudo in pieno sole. Il duca preda dell’incanto non poteva distogliere lo sguardo, ma riuscì a dare con la gamba il segnale di proseguire al suo fido destriero, che lo condusse piano piano più oltre finché la visione tentatrice non sparì.

Abbracciò il cavallo, che lo aveva salvato dal divenire schiavo di uno spirito del bosco. Se non fosse stato per lui che lo aveva condotto, non sarebbe riuscito a muovere i passi nella giusta direzione.

Ora la foresta si fece scura e cupa, come diceva la canzone, un intrico di vegetazione
colmo di ragnatele e insetti. Le tracce del Cinghiale le aveva perse di vista, ma di sicuro non era passato di qui o la vegetazione si sarebbe aperta a dargli spazio. Ma era convinto che lo avrebbe trovato molto presto.

E infatti, quando infine sbucò in una radura molto ampia, si udivano chiaramente i tonfi sordi dei passi del Cinghiale, che facevano tremare gli alberi dall’altra parte della radura stessa. Un’orda di conigli attraversava il prato verde caracollando e saltellando, più veloci che potevano.

Erano centinaia e centinaia.

<Oh duca oh duca oh duca
Oh duca oh duca oh duca
Oh duca oh duca oh duca>
ripetevano, nella foga della corsa.

Il cavallo si imbizzarrì e lo disarcionò, fuggendo con i conigli.

<Cuordifiamma ti ho chiamato, e tu fuggi con i conigli? Bella prova dai di te> disse il
duca rialzandosi in piedi.

Il cinghiale era dall’altra parte della radura, bianco come l’avorio, gigantesco come
un titano, e infuriato. Molto infuriato. Raspava il terreno con le zampe posteriori, come chi non riesce più a contenersi. Poi partì alla carica, tremendo, le zanne ricurve in fuori, la bava che gli colava dalla bocca.

Il duca tese la lancia in mano, la lancia di Pervith che aveva trapassato i due cuori del Re Stregone Streanaeschalch, e le disse: <Amata mia, braccio del mio braccio, cuore del mio cuore, io non ti ho sporcata del cervo che si offriva, non ti ho lasciata alla donna che mi ammaliava, non ti ho abbandonata su un destriero fuggitivo. Ora tu, ti prego, trova la strada per il cuore del Cinghiale Bianco, cosicché tu non cada nelle mani del primo sconosciuto che ignori e disonori la tua storia, e io possa non cadere nelle braccia della morte. Và, e colpisci nel segno!>.

E la lancia volò, e tutto il mondo sembrò fermarsi.

Il duca vedeva chiaramente ogni cosa, il Cinghiale che saltava al di sopra di una grande radice, esponendo il ventre, la punta della lancia che roteava e sfilava, e…

Il Cinghiale gli cadde addosso, rompendogli qualche osso e procurandogli tagli e
sfregi. Gli ci vollero ore per levarsi da sotto, e notò una cosa strana. Era altissimo.
Vedeva le punte degli alberi alla sua stessa altezza. E… camminava… camminava a quattro zampe?

Afferrò definitivamente quando vide dall’alto il suo corpo steso sotto di lui, con la
lancia nel cuore.

Ora il duca era diventato il cinghiale, e il cinghiale il duca.

Come si poteva scambiare di nuovo corpi?

Con le zanne sfilò la lancia dal cuore del cinghiale-duca e ritorno sé stesso, così come
il Cinghiale ritornò il Cinghiale.

Dipendeva sicuramente dalla magia della lancia combinata con quella del cinghiale. Notò che ora disponeva di una forza sovrumana. Con una sola mano riuscì a girare il cinghiale a pancia in aria, allora gli bucò il petto e ne trasse il grosso cuore che ancora pulsava, divorandolo interamente.

Capì subito che aveva acquisito la lunga vita, e per i suoi nemici sarebbe stato il cinghiale bianco, impossibile da uccidere perché senza cuore, e intanto avrebbe vissuto il doppio o forse il triplo di una vita normale come duca, con due cuori che gli battevano in petto.
Le foreste avrebbero continuato per secoli a tremare sotto i suoi passi.

Tornò a casa nudo, dal momento che i vestiti si erano strappati nelle trasformazioni, e coperto delle ferite che gli aveva provocato il Cinghiale quando gli era caduto addosso, con in mano solo la lancia di Pervith che consentiva cacciandosela in petto di mutare forma.

Lo stemma araldico del suo casato, i Belbarne, divenne un cinghiale bianco trafitto da una lancia, su fondo rosso, e il duca Tanivar Belbarne di Lanfaster emise il decreto che, poiché il Cinghiale Bianco era lui stesso, nessuno avrebbe potuto dare la caccia al cinghiale bianco.