Il Sogno dei Sogni

Le persone sognano di notte da quando l’umanità ha scoperto il fuoco nella sua mente. Bei sogni, brutti sogni, sogni strani. Sogni di desiderio, sogni d’amore, sogni di vendetta, sogni di rimpianto. Sogni del passato, sogni del presente, sogni del futuro (anche se questi ultimi solo pochi sogni). La maggior parte dei sogni riflette la vita quotidiana degli umani, le loro piccole lotte nelle loro piccole città per le loro motivazioni meschine. Una varietà più rara di sogni può rivelare verità sulla realtà nascosta dietro la grigia cortina di nebbia che avvolge il mondo della veglia. Ma alcuni sogni sono dati a tutti gli uomini, anche se solo una o due volte nella vita alla maggior parte delle persone, che non sono solo significativi, giacché detengono la chiave di cancelli segreti chiusi in stanze oscure nei mondi nascosti oltre il tempo. Tra questi sogni chiave, ce n’è uno in particolare che si chiama Sogno dei Sogni, e chiunque riesca a sognarlo potrebbe aprire l’Ultimo Cancello posto tra noi e l’Insondabile Segreto che alcuni dicono essere stato nascosto lì dagli occhi di tutta la Creazione dal Vecchio Pifferaio che suonò le melodie che per prime misero in moto i mondi, affinché sua figlia, la Fanciulla delle Stelle, che pose la vita in esistenza per tramite del suo canto, non la usasse per comporre la Melodia dell’Immortalità prima che i figli degli uomini si trasformassero in polvere. Un giorno, quando il tempo era tempo come ogni altro giorno dall’inizio del tempo, la Fanciulla delle Stelle discese presso uno dei figli degli uomini e gli chiese di sognare il Sogno dei Sogni per aprirle l’Ultimo Cancello in modo che potessero imparare l’Insondabile Segreto e rendere immortali tutti i figli. Il figlio dell’uomo disse che l’avrebbe fatto solo se lei lo avesse sposato in cambio, e la Fanciulla sorrise come la Cintura di Orione in accordo. Così iniziò la Cerca che avrebbe portato alla rovina di innumerevoli mondi al di là del barlume della saggezza e della comprensione umana.

L’uomo si recò presso gli interpreti di sogni della sua tribù, ma questi confessarono di non conoscere il segreto del Sogno dei Sogni. Dissero all’uomo di chiedere ai Magi di Babilonia la Grande. Così l’uomo si mise in viaggio e, dopo alterne fortune, giunse a Babilonia per interrogare i Magi. Questi consultarono le stelle e gli comunicarono che la risposta poteva essere nota ai sacerdoti egiziani di Menfi. L’uomo dovette ripartire e dirigersi a Menfi, dove giunse dopo aver vagato a lungo nel deserto, rischiando la morte per la sete e l’arsura. Ma neppure i sacerdoti di Menfi conoscevano la risposta, neppure dopo avere interrogato il dio Ammone, e lo indirizzarono agli aruspici d’Etruria. Questa volta l’uomo dovette imbarcarsi e, dopo essere sopravvissuto per miracolo alle sirene, ai draghi marini e a Scilla e Cariddi, infine sbarcò sulle coste dell’Etruria, dove poté consultare i famosi divinatori delle viscere d’uccello. Questi esaminarono i resti di un avvoltoio e gli comunicarono che solo i druidi delle Gallie conoscevano la risposta che cercava. L’uomo valicò le Alpi, sopravvivendo per miracolo alle tempeste di neve che imperversavano sugli alti picchi e ai tiri mancini dei giganti e dei folletti delle montagne, e pervenne in terra gallica. Lì incontrò i druidi, che bruciarono delle erbe in una tenda, aspirarono il fumo e gli dissero di domandare a Merlino di Britannia. Sbarcato in Britannia, l’uomo cercò l’incantatore e, quando lo ebbe trovato, lo interrogò riguardo al Sogno dei Sogni. “Ad Atlantide dovrai recarti”, fu il responso del vecchio mago. L’uomo ancora una volta si diede alla navigazione, e il suo vascello venne sollevato sulle scaglie del magnifico Leviatano e scagliato sulle pendici dei colli di Atlantide l’Eccelsa. Una volta giunto nella capitale dell’isola, il cui nome è stato dimenticato, l’uomo interrogò i sapienti di Atlantide, che gli rivelarono l’esistenza di una terra al di là dell’Ovest, un continente che non portava ancora un nome. Lì forse gli sciamani conoscevano il Sogno dei Sogni. Ma, quando l’uomo ebbe trovato la terra al di là delle terre, nemmeno gli sciamani di quelle tribù ovest dell’ovest sapevano dirgli qualcosa di preciso, se non che proseguendo a ovest sarebbe arrivato a est, dove avrebbe potuto interrogare gli indovini del Gran Khan. L’uomo seguì il consiglio, ma gli indovini gli risposero che avrebbe dovuto interrogare i brahmani, e questi lo rimandarono a Babilonia, da dove era partito. L’uomo era disperato.

Il Vecchio Pifferaio infatti aveva avuto paura che l’uomo potesse trovare il Sogno dei Sogni e aveva suonato la Melodia dell’Oblio, cancellando ogni traccia che potesse ricondurre al Segreto. L’uomo tornò al suo villaggio, e si perse negli occhi di una donzella che attingeva acqua alla fonte, e dimenticò la Fanciulla delle Stelle. L’uomo e la donna ebbero un figlio, e questi ebbe un figlio da una donna, e il figlio che venne ebbe un figlio da una donna, e della Cerca del Sogno dei Sogni si perse ogni memoria. Il Pifferaio, però, nel suonare la Melodia dell’Oblio era stato distratto dalla nascita di una nuova stella accesa dalla Fanciulla, e così aveva sbagliato una nota. Di conseguenza, una traccia dell’Insondabile Segreto era rimasta nel canto degli usignuoli. Un giorno, quando il tempo era tempo come ogni altro giorno da quando il tempo iniziò, il figlio del figlio del figlio di molti altri padri prima di lui si addormentò nel suo appartamento al sedicesimo piano della cinquantaduesima strada di una città che gli uomini chiamavano New York e un usignuolo ne approfittò per entrare dalla finestra e cantargli un sogno. Nel sogno, il figlio dei figli degli uomini vide il suo antenato interrogare i Magi di Babilonia, e al suo risveglio si chiese cosa ciò potesse significare. Il suo stupore crebbe quando ogni mattina iniziò a svegliarsi col canto di usignuolo in testa e il vivido ricordo di una nuova parte della Cerca del Progenitore: una mattina ricordava l’incontro con i sacerdoti egizi, quella dopo gli aruspici d’Etruria, e così via.

Molte strade dei sogni erano rimaste chiuse, e molti mondi erano appassiti e caduti da quando il progenitore del figlio dei figli degli uomini aveva fatto il giro del mondo alla ricerca del Sogno dei Sogni, giacché il Pifferaio aveva rinchiuso sua figlia nella Torre dei Cieli per punirla di averlo distratto mentre suonava l’Oblio, e non contento aveva punito anche gli uomini e i mondi legando ogni uomo della discendenza del Cercatore al destino di un mondo, così che ogni discendente che moriva portava con sé un mondo. Chi potrà cantare la scomparsa di Thrasys degli Ezefiri, o lamentare la perdita di Ofyus la Circonfusa? Nessuno più le ricorda, eccetto le lacrime della Fanciulla di Stelle, lacrime che dalla finestra vengono sparse dai venti dei cieli, che nessuno sa dove soffino, perché il Vecchio Pifferaio è capriccioso e arcigno, e invidia ogni essere che ha un volto e una voce, perché non vuole vi sia altra melodia che la sua, che ben fu la prima ad essere eseguita davanti ai Troni Supremi.

Quando il Sognatore ebbe ripercorso nei sogni l’intero viaggio dell’antenato, l’usignuolo afferrò nel beccuccio una delle lacrime della Fanciulla e la versò nelle orecchie del discendente addormentato, e quegli sognò Lei che lo pregava di riprendere la Cerca del progenitore, e che in cambio gli avrebbe dato l’immortale felicità al suo fianco che aveva promesso al padre dei suoi padri. L’uomo si svegliò ed ebbe paura, perché ai suoi tempi le Vie dei Sogni come già detto erano state chiuse, ed essi erano visti come vane visioni o sintomi di malattie. Così l’uomo andò da uno dei discendenti degli antichi guaritori delle anime, e gli domandò cosa volessero dire i suoi sogni. L’uomo si levò dal viso le lenti che portava e gli disse che nel suo caso l’unico che potesse dargli una risposta sensata era qualcuno che conoscesse ciò che coloro che il suo antenato aveva consultato ignoravano, così gli consigliò di visitare un collega che viveva dall’altra parte del mondo, in un’isola chiamata Australia, dove vivevano animali salterini e animali che portavano i figli in un sacco. L’uomo prese subito uno dei carri volanti che si utilizzavano per viaggiare sulle lunghe distanze a quel tempo e in breve fu sull’isola australe, dove in effetti poté vedere animali salterini e animali che portavano i figli in un sacco. Il nuovo guaritore di anime cui si rivolse gli disse che nemmeno lui conosceva il Segreto, ma che sapeva che esso era stato tramandato, fin dai tempi prima che il Vecchio Pifferaio suonasse l’Oblio, tra gli sciamani di una tribù che viveva al centro dell’isola, nel mezzo della giungla, e che si chiamavano i Tamburi del Sogno. Raggiungerli non sarebbe stato facile senza una guida, per cui il guaritore affidò il Sognatore a un vecchio indigeno che conosceva la strada. Questi era un uomo sdentato dal largo sorriso e le maniere gentili, che avvertì l’uomo: “Al luogo che vuoi raggiungere non si arriva semplicemente a piedi. La distanza che percorrerai a piedi durante il giorno la dovrai ripercorrere in sogno durante la notte”. Il Sognatore fece cenno di aver capito.

Il primo giorno di viaggio incontrarono un pescatore che li ospitò nella sua casa sul lago. Il pescatore raccontò al Sognatore e alla guida che aveva perso sua figlia annegata nelle acque vicino la casa. I due viaggiatori fecero del proprio meglio per consolare il pescatore, poi tutti andarono a dormire. Il Sognatore sognò di nuotare nel lago, di raggiungere le profondità, e che lì vi erano città abitate da uomini pesce che avevano preso prigioniera la figlia del pescatore. Il Sognatore allora si presentava agli uomini pesce come il Cercatore che avrebbe sognato il Sogno dei Sogni, ed essi chiedevano loro di dimostrare quanto diceva. Il Sognatore allora apriva la bocca, e da essa uscivano usignuoli a decine, che cantavano sott’acqua come se fossero nei loro boschi natii. Gli uomini pesce ringraziavano il Sognatore e gli consegnavano la ragazza, che egli riconduceva in superficie. Al suo risveglio, il pescatore e sua figlia stavano facendo colazione, e nessuno dei due aveva memoria che ella fosse mai annegata. La guida sorrise al Sognatore, ed essi ripresero il viaggio.

Il secondo giorno di viaggio trovarono nella giungla un bambino che si era perso e rotto una gamba. La guida lo medicava e gli spiegava che lo avrebbero condotto in un centro abitato dove avrebbe potuto trovare soccorso. Quando raggiunsero il villaggio più vicino, il bambino venne affidato alle cure dei guaritori locali, che gli promisero che lo avrebbero riportato ai suoi genitori. Quella notte il Sognatore sognò di essere egli stesso il bambino perso nella foresta con la gamba rotta, ma alla sua mente affiorava il Canto delle Stelle della Fanciulla ed egli lo intonava. Immediatamente la foresta spariva ed egli si ritrovava a casa sua con i suoi genitori. Quando il Sognatore si svegliò, del bambino nel villaggio non c’era più traccia, e nessuno sapeva di cosa egli stesse parlando quando domandò cosa ne era del bambino che avevano portato lì il giorno prima. La guida gli disse che egli non si era mai perso ed era sempre rimasto con i suoi genitori.

Il terzo giorno il Sognatore e la guida incontrarono una coppia in viaggio nelle terre selvagge. Dicevano che volevano celebrare la loro unione con il riscoprire il contatto con la natura e con la terra, e per questo motivo avevano dipinto le loro pelli e indossavano corone di foglie e fiori, cacciando con la lancia e raccogliendo i frutti e le bacche che trovavano. Quando chiesero loro se non sapessero che era pericoloso, i due risposero che un indovino aveva detto loro che solo così avrebbero avuto il figlio che volevano, dal momento che erano entrambi sterili. La guida allora pronunciò una preghiera di benedizione per loro augurandogli il successo nel loro tentativo, e anche il Sognatore pregò l’Uomo dei Troni Supremi che una volta era sceso in terra per dire a tutti che nemmeno un granello di polvere viene perduto agli occhi del Carro Alato delle Altezze. Nel sogno, il Sognatore vedeva i due innamorati dormire, e baciava sulla bocca entrambi, soffiando dentro di loro il suo fiato. Il mattino dopo, si risvegliarono in una grande casa dove correvano frotte di bambini, e la coppia spiegava loro che si trattava dei quindici loro figli e degli orfani di cui si prendevano cura. Nessuno aveva idea di aver mai sofferto di infertilità.

Il quarto giorno fu la volta di una ragazza che affermava di essere lì per attendere proprio loro. Affermò di aver saputo che li avrebbe incontrati in uno dei suoi sogni, e così aveva seguito la guida dei suoi istinti fino al luogo dove sentiva che sarebbero arrivati. Le chiesero da quanto tempo li stesse aspettando e disse che il sogno di incontrarli era ricorrente da quanto potesse ricordare, ma il tempo da cui era arrivata nella radura in cui si trovavano era appena prima che loro giungessero. Quando le chiesero per quale motivo volesse incontrarli, ella disse che voleva seguirli nel loro viaggio, ma essi furono inamovibili che non occorrevano compagni e che ella sarebbe dovuta ritornare alla sua vita precedente. Ella insistette tanto, ma alla fine dovette riconoscere la loro posizione e chiese loro almeno di poter ripartire il mattino dopo, avendo l’opportunità di discorrere con loro più a lungo. Tante furono le domande che fece alla guida e al Sognatore, e volle sapere dei suoi antenati, e della Cerca, e quando egli le ebbe detto tutto ciò che ricordava ella ancora avrebbe voluto sapere di più, ma la convinsero che fosse meglio dormire. Nel sogno, il Cercatore portava la ragazza nei Prati del Sogno, dove ella diveniva una giovane puledra per galoppare liberamente fino a quando avesse voluto prendere qualsiasi altra forma. Al loro risveglio, la ragazza non c’era più, e stavolta fu il Sognatore a sorridere alla guida.

Il quinto giorno i due viaggiatori giunsero presso un fiume dove sorgevano le rovine fumanti di un villaggio indigeno depredato e incendiato dalla tribù dei Cuori di Pietra. Gli abitanti superstiti del villaggio erano cinque, tutto quello che rimaneva della tribù degli Occhi di Fiume: un vecchio cieco, una donna zoppa, un uomo muto, una bambina senza un braccio e un bambino sordo. Il Sognatore descrisse all’uomo cieco ciò che vedeva, portò in braccio la donna zoppa dal fiume alle colline e ritorno, insegnò all’uomo cieco e al bambino sordo il linguaggio dei gesti e danzò con la bambina senza un braccio. La guida nel frattempo cantava un antico lamento della sua gente per i morti del villaggio. Durante la notte, il Sognatore sognò che si trovava nel villaggio quando veniva attaccato. I Cuori di Pietra erano centinaia, e con loro cavalcavano i Demoni delle Rocce di Sangue sui loro Canguri degli Incubi. Il Cercatore allora suonò il Corno degli Antenati e richiamò in vita tutti i suoi progenitori fino al Primo Cercatore che era stato a Babilonia ed era tornato a Babilonia. Gli antenati del Cercatore avevano occhi di giada e mani di alabastro, con cui reggevano lance d’ebano. E le lance perforavano i cuori dei Canguri degli Incubi, dei Demoni delle Rocce di Sangue e dei Cuori di Pietra, ed essi non erano più nulla. Allora dal sangue versato sorgeva una figura colossale, scarlatta e malvagia, un antico Drago della Fine, e con voce di tuono dichiarava che il Vecchio Pifferaio non avrebbe permesso che il Sognatore trovasse l’Insondabile Segreto. Così dicendo, spazzava via con la sua coda tutti gli antenati del Cercatore, ma questi non si lasciava intimorire e intonava il Canto della Rinascita, che proprio allora ricordava essere stato appreso da lui o da qualcuno dei suoi progenitori in un qualche sogno della Fanciulla di Stelle. Il Drago fiorì e venne divorato dal terreno, e il Sognatore si svegliò. Il villaggio era intatto, senza segni di attacchi o incendi, e in un punto il terreno era ricoperto di fiori che, a quanto raccontavano gli abitanti, non sfiorivano mai. Quando il Sognatore chiese al vecchio, all’uomo, alla donna e ai due bambini, che adesso erano interamente sani, quale fosse la storia del prato fiorito, essi raccontarono esattamente la storia del suo sogno, di come millenni prima un antico eroe avesse salvato il villaggio da un attacco della tribù dei Cuori di Pietra, che controllavano i Demoni delle Rocce di Sangue e i Canguri degli Incubi, e di come questi avesse trasformato il Drago della Fine in quel prato fiorito cantando il Canto della Rinascita, che ancora oggi si tramandava nella tribù. “I tuoi sogni stanno traboccando nel mondo di veglia, Sognatore”, gli spiegò la guida. “Presto non sarà più possibile distinguere i due, e allora avremo raggiunto il Cuore del Sogno”.

Il sesto giorno il Sognatore e la guida raggiunsero l’altopiano roccioso su cui viveva la tribù nota come i Tamburi del Sogno, ma per accedervi avrebbero dovuto attraversare un ponte di corda. Prima di farlo, la guida volle che si fermassero e accendessero un fuoco. “Per entrare nel Cuore del Sogno dovrai purificarti dell’uomo della veglia”, spiegò al Sognatore. “Cosa devo fare?” domandò quest’ultimo. “Ascolta”. La guida prese il suo tamburo e iniziò a batterlo, intonando un canto inintelligibile che, man mano che si innalzava, riecheggiando tra le rocce, iniziava ad acquisire un significato per il Sognatore. Presto, non solo capiva le parole del canto, ma riusciva a vedere la vicenda narrata come se avvenisse davanti a lui. “Quando ancora i giorni non erano iniziati, il Carro Alato correva sulle acque della sua fantasia, divertendosi a sollevare zampilli e schizzi che prendevano vita al suo tocco per poi tornare all’Oceano del Sogno. Quando ancora i giorni non erano iniziati, nulla poteva cambiare, perciò nessuno sa perché a un tratto qualcosa cambiò, ma di fatto uno degli zampilli entrò in un asse del Carro e fece volare via una ruota. La ruota girò sulle acque per sempre, ma sempre non era più sempre, perché il Carro aveva perso una ruota, e così la ruota si fermò, e su di essa era il Vecchio Pifferaio, che nessuno sa donde venga. Allora il Carro si adirò, e così parlò al Pifferaio: ‘Poiché tu hai fermato la ruota, tua è la Melodia della Creazione, perché così è la ruota. Ma, poiché tu hai fermato la ruota, tu non avrai mai tua figlia, per quanto essa venga partorita dall’Oceano’. Il Vecchio Pifferaio maledisse il Carro, ma non sapeva che il Carro non può essere maledetto, e chi lo maledice si maledice da sé. In tutta fretta, prima che la Fanciulla delle Stelle nascesse, nascose il Segreto Insondabile dietro l’Ultimo Cancello, e lo chiuse con la Chiave custodita nel Sogno dei Sogni, che nessuno potrà sognare finché non riparta la ruota e il Vecchio Pifferaio restituisca al Carro Alato quel che gli fu sottratto dall’Oceano. Ma il Vecchio Pifferaio, se anche volesse rimediare, il che non è, non può far ritorno all’Oceano del Sogno, e nessuno sa dove si trovi la ruota perduta dal Carro. Tutto quel che è noto è che, dopo aver nascosto il Segreto, il Pifferaio suonò la Melodia della Creazione, portando i mondi in esistenza come dono di benvenuto alla figlia, la cui bellezza lo aveva accecato e che egli improvvisamente voleva compiacere, dimentico della minaccia che ella costituiva per lui. La Fanciulla delle Stelle venne partorita dall’Oceano del Sogno e si stupì della grandezza e vastità nonché del numero dei mondi, ma era triste perché su di essi non vi era vita. Allora ella cantò il Canto della Vita e portò in esistenza piante, animali, uomini e ogni altra razza su tutti i mondi che potevano ospitarli. Per questo motivo subito il Vecchio Pifferaio odiò la figlia, perché stimava che ella fosse ingrata del dono che egli le aveva fatto, e che non lo trovasse gradevole se non aveva a decorarlo quelle creature rumorose e puzzolenti, che evidentemente rappresentavano uno sberleffo nei suoi riguardi. Allora egli ricordò le parole del Carro Alato, e seppe che sua figlia davvero non gli apparteneva, e molto si adirò, ma nascose la sua ira perché sapeva come meglio agire. Invero il Canto della Vita aveva donato la vita alle creature, ed esse non l’avrebbero persa, se la Fanciulla non avesse accettato di cantare al suono del Piffero del Vecchio Padre. Egli la ingannò, illudendola che la Melodia della Creazione e il Canto della Vita insieme avrebbero dato vita a qualcosa di ancora più bello di ciò che già esisteva, e così sarebbe in effetti stato, anche se a noi non è dato conoscere quale sia la Bellezza al di sopra della Bellezza e il Gaudio al di sopra del Gaudio. Ma il Pifferaio interpose alla Melodia della Creazione note sue, che alcuni dicono essere le stesse che aveva eseguito per rubare la ruota del Carro, e così la Melodia della Creazione venne a comprendere al suo interno la disarmonia della distruzione, e la Fanciulla che seguiva la Melodia venne inavvertitamente a cantare il Canto della Morte. Quando ella se ne avvide, ormai era troppo tardi, ma la Fanciulla delle Stelle appartiene al Carro Alato, e così ella poté fissare gli occhi sugli occhi del Pifferaio, e per l’unica volta in cui ciò accadde in tutta l’eternità il Pifferaio fu stregato, e dovette rivelare alla figlia che il rimedio esisteva se qualcuno avesse trovato la chiave dell’Ultimo Cancello nel Sogno dei Sogni, così da scoprire l’Insondabile Segreto. Ora sai tutto ciò che io potevo dirti, Sognatore, e sei purificato e pronto per accedere al Cuore del Sogno”.

Il fuoco si era spento, ed era ormai sera, ma il Cercatore seguì la guida sul ponte per valicarlo. Un boato risuonò nell’aria, seguito da un altro, e la guida si accasciò al suolo con un foro in petto, seguita dal Sognatore. Dall’altra parte del ponte, infatti, stava il Guardiano con il suo ferro di fuoco, con cui scagliava tuoni che aprivano buchi nei corpi. Egli era stato inviato dal Vecchio Pifferaio per sbarrare l’accesso al Cuore del Sogno. Il Cercatore pose la mano sul foro aperto nel petto della guida, ma questi gli disse: “Vai. Ho vissuto per questo. Sono morto per questo. Vedo già i miei antenati che chiamano. Vai”. Il Sognatore, che aveva anch’egli un foro nella spalla, si alzò in piedi dolorante, quando un altro boato risuonò, e un altro foro gli si aprì nella gamba. Un altro tuono, un altro foro. E un altro. E un altro. Il Sognatore cadde a terra, e il Guardiano rise, venendogli incontro sul ponte. Ad ogni passo sparava un altro colpo, perforandolo come un colabrodo. Il Cercatore si meravigliò di riuscire ad essere ancora in vita nonostante tanto dolore, e poi, mentre il Guardiano mirava alla testa, si sentì sollevare da terra e vide il suo corpo da sopra, come se fosse un’altra persona. Allora istantaneamente capì, e disse: “La vita è un sogno”, distraendo il Guardiano che mancò la mira. Questi si guardò intorno, puntando il fucile in alto, spaventato. “Chi è? Chi ha parlato?” Il Cercatore dentro di sé sorrise. Il fucile sparò, ma dalla sua canna uscirono solo piume. “Che cosa?” si meravigliò quello, che poi si trasformò in un ippopotamo, troppo pesante perché il ponte lo reggesse, e cadde con esso nel precipizio. Il Sognatore rientrò nel suo corpo, che immediatamente rigenerò tutte le ferite, e guardò in direzione della guida, ma egli non vi era più. Il Sognatore sorrise e attraversò a piedi il precipizio camminando sull’aria come se fosse solida terra.

Quando ancora il settimo giorno non era sorto, il Sognatore mise piede sull’altopiano dei Tamburi del Sogno e così entrò nel Cuore del Sogno. Rivide i suoi genitori, rivide tutti coloro a cui era stato legato nella sua vita della veglia, ma non si fermò con loro, perché sapeva che lo avrebbero trattenuto. Si fermò invece quando incontrò un Tamburo del Sogno, quello che doveva essere lo sciamano della tribù. Era seduto anche lui vicino a un fuoco, e fumava una lunga pipa che gli offrì. Il Sognatore rifiutò, ma si sedette di fronte allo sciamano e gli domandò come sognare il Sogno dei Sogni. Lo sciamano rise tanto che tossì, poi inalò nuovamente dalla pipa e gli disse: “Una storia per una storia. Cosa hai da offrire?” Il Sognatore ringraziò nel suo cuore la guida e raccontò la storia che aveva udito il giorno prima, del Carro Alato e del Vecchio Pifferaio e della Fanciulla di Stelle. Lo sciamano ascoltò tutto attentamente, poi posò la pipa e chiuse gli occhi. Il silenzio intorno era spezzato soltanto dalle voci degli spiriti che aleggiavano intorno al loro fuoco.

“Quando il Carro Alato perse la ruota, l’Auriga cadde dal Carro nell’Oceano del Sogno. Egli è l’Uomo dei Troni Celesti che guardò nell’Oceano del Sogno e si vide riflesso. Il riflesso dell’Uomo è il Vecchio Pifferaio, ed egli per primo suonò al cospetto dei Troni, e compiacque il Carro che siede sui Troni. Ma il suo tradimento imprigionò l’Uomo nell’Oceano dei Sogni fino al giorno in cui Egli non venne sulla terra, partorito da sua figlia, la Signora delle Acque. L’Uomo insegnò ai figli degli uomini che quando fossero stati polvere la polvere si sarebbe fatta eternità, ma gli uomini non capirono le sue parole e lo uccisero. Questa è la chiave del Sogno dei Sogni. Sei pronto a prenderla?” Il Sognatore aveva i brividi. Improvvisamente l’aria si era fatta gelida. Ma comunque egli non capiva. “Ho fatto tutta questa strada per un altro enigma?” disse, e si alzò, abbandonando lo sciamano. “Troverò chi sappia la risposta sul serio!” esclamò.

Allontanandosi, gli vennero incontro i superstiti menomati del villaggio che aveva difeso contro i Cuori di Pietra. La bambina gli offriva il braccio che egli le aveva ridato, il bambino teneva in mano le proprie orecchie, mentre l’uomo gli porgeva la sua lingua, la donna la sua gamba, il vecchio i suoi occhi. Il Sognatore urlò e corse più oltre. Sotto un albero lo aspettava la ragazza che aveva liberato, ed egli si innamorò perdutamente di lei, e giacque con lei sotto l’albero, e si risvegliò nella grande casa della coppia sterile scoprendo che essi erano la coppia, e non erano più sterili, e avevano quindici bambini e si prendevano cura degli orfani. Il Sognatore fu felice, e ancor più quando un uomo strano e una guida indigena gli riportarono il loro bambino più piccolo, che apparentemente si era perso nella giungla e rotto una gamba, ma era stato ritrovato e medicato. Da vecchio, il Sognatore si doleva che, tra tutti i suoi figli ancora in vita, una figlia in particolare, che forse era la sua favorita, fosse annegata nel lago vicino casa, ma la figlia si risvegliava improvvisamente proprio quando i medici già la avevano data per morta, e il vecchio Sognatore si rallegrava di poter trascorrere i suoi ultimi giorni nella stessa felicità del resto della sua vita.

Una notte il vecchio Sognatore si svegliò e, senza sapere perché, andò nella radura dove un tempo egli e la guida avevano incontrato la ragazza che poi lui avrebbe sposato, e lì fu avvolto da una grande luce. Davanti ai suoi occhi attoniti, ecco che gli apparve la Fanciulla delle Stelle. “Grazie”, ella disse. Improvvisamente il Sognatore ricordò la sua antica missione, e cadde in ginocchio davanti all’apparizione. “Perdonami, mia signora. Io ti ho tradito, come il padre dei miei padri”. Ella sorrise: “No, Sognatore. Nessuno di voi mi ha tradito. Lo hai detto tu stesso. La vita è sogno. E anche la morte è sogno. Questa è la chiave del Sogno dei Sogni, che tu hai trovato, e che già il tuo progenitore aveva trovato. Chi credi che fosse la fanciulla che egli vide alla fonte, e di cui si innamorò? Chi credi che fosse la ragazza che tu credevi di aver liberato, e che invece ha liberato te? La Melodia dell’Immortalità è già da sempre quella che tutti i mondi suonano e cantano incessantemente, da prima che venissero a esistere, ed è più antica del Pifferaio stesso. L’Ultimo Cancello nascondeva soltanto l’inganno che ci fosse qualcosa di nascosto, l’inganno più sottile del Pifferaio, ma proprio perciò il più vano dei suoi trucchi. Il Pifferaio fu sempre colui che ingannò sé stesso, se credette mai che il Carro gli avrebbe permesso di intralciarlo laddove il Carro stesso non avesse voluto. Ma il velo resterà sugli occhi dei figli degli uomini finché la ruota non torni a girare, perché così è la ruota. Alla fine l’Uomo dei Troni, l’Auriga del Carro Alato, verrà di nuovo, e allora i mondi torneranno all’Oceano dei Sogni, ma nessuno dei viventi sarà perduto, perché essi continueranno a sognare”. Il Sognatore annuì. Adesso capiva. “Sei venuta a prendermi”. Ella annuì. “Conosci la strada?” gli domandò. “Dovrai guidarmi”, disse il Sognatore. Allora il Sognatore chiuse gli occhi e tese la mano, e la Fanciulla prese per mano il Sognatore e lo portò a dimorare con sé tra le stelle, e i loro sogni furono un unico sogno nella miriade di sogni che compongono l’Oceano del Sogno.

You say you want mithril on your Rings of Power: Recensione

SPOILER: Quindi, alla fine è andato in onda il finale di stagione della serie Amazon “Rings of Power” e tutti possono vedere come i diversi fili si uniscono, spesso in modi inaspettati, soprattutto rispetto all’episodio precedente, dove la rivelazione della presenza di un Balrog nelle miniere dei Nani non era stata altro che una delusione, dato che sappiamo già che è lì dalla trilogia di Peter Jackson, se non dallo stesso Tolkien. Lasciarlo nascosto sarebbe stato molto più efficace, ma questa volta gli sceneggiatori non hanno commesso lo stesso errore, poiché sono riusciti a trasmettere sorpresa sia riguardo a Sauron che all’Istar.

A questo punto ci resta la necessità di valutare il valore di questa prima stagione. Nel complesso è stato fatto un ottimo lavoro sia visivamente che tecnicamente, tutti sono d’accordo finora, ed è inutile discutere di questioni di fedeltà a Tolkien alla luce della consapevolezza che si tratta di un adattamento, molti stanno iniziando a capire, quindi niente più problemi di Elfi neri e Regine Nane, per favore (anche se avrebbe dovuto essere sufficiente sapere che Tolkien non negò mai la possibilità di entrambi per calmare qualsiasi problema).

Ciò che è stato contestato di recente è la qualità della scrittura. Ebbene, prima di tutto dobbiamo tener conto del fatto che Peter Jackson ha lavorato in gran parte liberamente, senza i vincoli di dover essere all’altezza di una delle trilogie di film di maggior successo mai realizzate, come nel caso della serie Amazon. Questo fatto passa inosservato perché tutti pensano che dover essere all’altezza del nome di Tolkien, essendo già un compito enorme, sia tutto. In realtà, come prodotto cinematografico, il confronto con Peter Jackson era probabilmente ancora più problematico del confronto con Tolkien, poiché sarebbe difficile confrontare un serial con Appendici.

A rendere le cose ancora più complicate, tra la trilogia di Peter Jackson e la serie Amazon c’è stato l’enorme successo di Game of Thrones, serie che ha in gran parte stabilito lo standard per la televisione Fantasy, nonostante abbia ricevuto anche risposte critiche, soprattutto per quanto riguarda l’ultima stagione (ma anche relativi alla visione del mondo e alla filosofia dell’autore dei libri originali G.R.R. Martin).

Quindi, per riassumere, la serie Amazon avrebbe dovuto avere le seguenti caratteristiche:
1) onorare e rispettare l’eredità di Tolkien, ma anche essere un’opera originale, divertente e avvincente per un pubblico del 21° secolo;
2) riuscire a non essere una ripetizione dei film di Peter Jackson in formato serie, ma anche ad essere altrettanto bella;
3) evitare di essere una sorta di Game of Thrones tolkienesco, ma allo stesso tempo non risultare ingenua, vintage o evasiva.

Qual è il risultato che gli sceneggiatori riescono a produrre da queste aspettative alte, quasi impossibili? Mi sento a mio agio nel dire, molto buono, poiché la serie non contraddice Tolkien in nessun punto essenziale, è interessante, innovativa e divertente da guardare, fa riferimento ai film di Jackson senza essere pedante o fare troppo affidamento sulla sua memoria, non è Jaime Lannister in armatura elfica né unicorni rosa che portano le ragazze lontano da situazioni imbarazzanti con cugini maleducati.

È sbalorditiva come la trilogia di Peter Jackson? Non in tutti gli aspetti, in quanto chiaramente la trama de Il Signore degli Anelli è un avversario difficile da battere, anche nella forma diluita da Jackson, ma è degna di stargli accanto? Decisamente sì. Essendo realistici, nessuno poteva aspettarsi niente di meglio di quello che abbiamo ottenuto, e onestamente sono anche un po’ sorpreso in senso positivo da come siano riusciti a portare a termine l’intera impresa di riportare sullo schermo la Terra di Mezzo.

Confido che ci saranno persone che non saranno d’accordo con me, perché alcune reazioni sono state guidate verso lo scetticismo fin dall’inizio del progetto, quando era ancora solo una voce di incontri tra Amazon e la Tolkien Estate (lo ricordo abbastanza chiaramente, anche se diversi anni fa a questo punto), ma anche così il pubblico in generale è soddisfatto del prodotto e penso che tutti coloro che capiscono il cinema, la televisione e il genere fantasy dovrebbero esserlo.

Per parafrasare gli U2, “You say you want mithril on your Rings of Power”, ma a volte devi fare tesoro del mithril che ottieni e fonderlo insieme all’oro e all’argento di Valinor invece di scavare un’intera vena a Moria.

E’ possibile dimostrare l’esistenza di Dio?

Partiamo da un presupposto fondamentale. Io non sono un teologo professionista nè ho formazione teologica specifica, benché possa contare all’attivo una laurea magistrale in filosofia. Tuttavia, sono un credente cattolico in cammino come tanti, e penso che sia stata specialmente l’occasione del battesimo di mio figlio nel 2020 a ispirarmi il ragionamento che ora vado ad esporre. In ogni caso ringrazio lui, sua mamma Camilla e il Signore Gesù per tutto quello che ci dona, compresi i nostri pensieri, perché anche quelli in fin dei conti appartengono a Lui.

L'esistenza di Dio
Dimostrazione

IPOTESI: Prendiamo due dialoganti X e Y, comunque identificati possano essere, e quindi prescindendo da ogni possibile specificazione, che sia il genere, l'età, l'appartenenza politica, filosofica o religiosa, la loro etica personale, la loro professione, gli studi, la situazione geografica, la loro esperienza di vita, eccetera. Unico appunto è che poniamo per entrambi l'età tale da poter affrontare un discorso con piena cognizione di causa, e che entrambi parlino almeno una lingua in comune all'interno della quale si possa situare il discorso.

DOMANDA 1: Come possono X e Y intavolare un discorso tra loro, senza che, a quanto possiamo sapere da IPOTESI, essi condividano alcunché?

TENTATIVO 1: Potrebbero discutere della lingua comune come da IPOTESI

TENTATIVO 2: IPOTESI esclude l'esperienza di vita come argomento, ma al contempo pone la specifica di una qualche età che comporta una qualche esperienza confrontabile

SMENTITA 1: Il discorso su una lingua, nel contesto in cui non sia nota altra lingua che una, presto si esaurisce perché autoreferenziale

APPROVATA 2: Il confronto delle esperienze di vita costituisce sempre un terreno fertile per conoscersi, MA presto deve comunque rinviare a un'ulteriore, più generica DOMANDA 2, la cui posizione diventa presto necessaria dal momento che per IPOTESI non sappiamo niente di X e Y eccetto lingua ed età.

DOMANDA 2: Qual è l'origine comune ultima di X e Y, che rende ragione del loro dialogo e incontro, e così fa da fondamento primo del loro discorso?

TENTATIVO 1: Entrambi sono stati generati da un uomo e una donna che li precedevano e che sono i genitori di X e Y

SMENTITA 1: Anche i genitori di X e Y hanno avuto i loro genitori

TENTATIVO 2: Entrambi sono stati generati dai rispettivi genitori (o comuni se fratelli), che a loro volta hanno avuto i loro genitori, che a loro volta eccetera, finchè non si raggiungono i primi genitori dell'intera razza umana

SMENTITA 2: Anche i primi genitori devono essere stati preceduti da una qualche causa cui debbero l'esistere

TENTATIVO 3.1: La prima causa è un qualche essere superiore che ha donato ai primi uomini la loro esistenza

TENTATIVO 3.2: La prima causa è un qualche essere inferiore che si è evoluto al rango dei primi uomini

SMENTITA 3.1: Un qualche essere superiore non vuol dire per forza che tale essere sia la causa prima, ma potrebbe a sua volta avere altri esseri superiori che lo precedono

SMENTITA 3.2: Un qualche essere inferiore non vuol dire per forza che tale essere sia la causa prima, ma potrebbe a sua volta avere altri esseri inferiori che lo precedono

TENTATIVO 4.1: La causa prima è l'Essere Supremo di cui non si può dire nulla di superiore, e quindi viene chiamato Dio

TENTATIVO 4.2: La causa prima è il Nulla Infimo di cui non si può dire nulla di inferiore, e quindi viene chiamato Niente

PRECISAZIONE: Il discorso potrebbe fermarsi qui in uno stallo tra due alternative equivalenti, MA occorre ricordarsi che in tale sede non si sta cercando il principio ultimo del reale o dell'universo o del mondo o del genere umano di per sé, 

CORREZIONE: bensì in funzione di principio ultimo del dialogo tra X e Y, che possono trovarsi o meno in disaccordo tra loro in merito al Principio di tutto in quanto non è stato detto se siano druidi neopagani, pastori sposati protestanti, brahmani induisti, pacifisti rastafariani, atei militanti, padri di famiglia cattolici, o monaci ortodossi, ma se sono interessati al dialogo dovranno ammettere necessariamente che vi sia una ragione del dialogo stesso, e quindi una sua causa prima.

RISPOSTA: Il principio primo di tutto il reale è Dio, comunque Lo si chiami, che è l'Essere Supremo, e solo in quanto tale può porre in essere il dialogo tra X e Y, chiunque essi siano, perché

CHIARIMENTO: Dire che l'origine ultima del discorso tra X e Y sia nulla significa sradicare ogni proposito di perseguire tale relazione, a meno che 

CONCESSIVA 1: Si designi Dio o l'Essere con la parola Nulla, in quanto nulla di mondano, come fa Heidegger in Che cos'è Metafisica

CONCESSIVA 2: Si pensi che Dio ha creato il mondo dal Nulla, come pone larga parte del pensiero cristiano 

CONCESSIVA 3: Con Nulla si intenda la Materia Prima che l'Essere o Dio in quanto Atto Puro poi trarrà in Atto, come vuole Aristotele e in altro modo già Platone

CONCLUSIONE: Non esiste alcun modo di spiegare l'esistenza del dialogo tra due esseri umani che non comporti l'esistenza di Dio. Poiché il dialogo tra gli esseri umani è un dato di fatto, è un dato di fatto l'esistenza di Dio.

Da Frazer ai grandi autori del Fantasy: Roghi sacrificali, propiziatori, funerari in Tolkien, Stephen King, G.R.R. Martin e George Lucas

“If you love me, then love me” – Susan Delgado

Premessa

Scopo della presente trattazione è evidenziare i nessi strutturali esistenti tra le modalità di presentazione dei roghi sacrificali, propiziatori e funerari in quattro preminenti autori letterari o cinematografici del genere fantasy e la soggiacente teoria frazeriana. Si studierà in primo luogo il rogo autoinflitto di Denethor ne Il Signore degli Anelli, poi il sacrificio di Susan Delgado ne La sfera del buio di Stephen King, mentre una terza sezione sarà dedicata alle pire di Daenerys e Shireen ne Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, e una quarta alle cremazioni jedi nella saga di film di Star Wars. Ad ogni caso sarà sovrapposta l’analisi che rintracci le modalità accertate della conoscenza di Frazer da parte dell’autore, ma nel caso di Tolkien tale disamina sarà condotta preventivamente in concomitanza con la introduzione al tema della influenza frazeriana sul fantasy in generale.

Introduzione: Frazer, il Fantasy e Tolkien

Nel suo classico volume del 1973 The Literary Impact of The Golden Bough, John B. Vickery affermava che Il Ramo d’oro di James G. Frazer fosse la principale “opera di antropologia e religione comparata che ha plasmato la letteratura inglese e americana contemporanea” (Vickery 1973: 106, t.d.a.). Naturalmente ciò è cosa nota, e, di conseguenza, un ruolo importante deve essere attribuito a Frazer nel continuare a influenzare anche la letteratura successiva al testo di Vickery, fino ai giorni nostri. A seguire l’importanza capitale che Frazer ha avuto nel Modernismo, allora, si può rintracciare un rilievo delle ispirazioni frazeriane affatto indifferente anche nel Postmoderno, e, in accordo o in contrasto che sia con tali filoni letterari (autori e critici diversi discordano in merito), in ogni caso si può dire certamente altrettanto per il genere Fantasy, che da Il Ramo d’oro ha attinto a piene mani. Non a caso Brian Stableford parla de “la sua grande importanza nella narrativa fantasy moderna” (2005: 158). Frazer stesso, d’altronde, scrisse un racconto fantastico di ispirazione classica intitolato “The Quest of the Gorgon’s Head” (in Sir Roger de Coverley and Other Literary Pieces, 1920).

Come affermano John Clute e John Grant nella loro Encyclopedia of Fantasy del 1999, in Inghilterra negli anni intorno alla pubblicazione della prima edizione della opus magna di Frazer ci furono diverse opere fantastiche che attinsero al sapere antropologico, come dimostrano il folklorista Andrew Lang (In the Wrong Paradise and Other Stories, 1886) e la sua collaborazione con Henry Rider Haggard (The World’s Desire, 1890), così come il fatto che già nel 1891, ad appena un anno dalla prima comparsa de Il Ramo d’oro, “anche Grant Allen scrisse un’opera fantasy frazeriana, The Great Taboo” (47, t.d.a.), “quasi certamente la prima opera di narrativa a rispondere esplicitamente al libro” (1052). Invece, scritto da Helen Beauclerc, il romanzo “The Mountain and the Tree (1936) contiene una sequenza di apertura ambientata nell’età della pietra e attinge alle teorie frazeriane” (98). Il succitato Henry Rider Haggard è un autore molto influente, ricordato più spesso per il suo Le miniere di Re Salomone, ma “in Treasure of the Lake [1926] Quatermain [il protagonista] viene indotto con l’inganno ad aiutare a insediare un nuovo Re dell’anno in una trama chiaramente derivata dall’opera di Sir James Frazer” (445). Il romanzo di Neil M. Gunn “Sun Circle (1933) prende in prestito da una fantasia frazeriana/accademica per quanto riguarda la sua rappresentazione del rituale e della religione druidici” (Stableford 2005: 187). Edgar Jepson scrive “The Horned Shepherd (1904), un romanzo fantasy studiatamente eretico in cui un avatar del Signore della Foresta (cioè, PAN) deve incontrare il suo destino designato indipendentemente dalle intrusioni di un uomo di chiesa intollerante. Questo libro (…) adatt[a] le idee del Ramo d’oro di Sir James Frazer alla rappresentazione dei culti pagani clandestini della fertilità che sopravvivono entro i confini della cristianità” (Clute e Grant 1999: 519).

Tanto ci basta a indicare due cose. La prima è che il moderno genere fantasy, distinto dalle fantasie romantiche o gotiche come dal genere cavalleresco medievale e dalla mitologia ed epica antica, è stato fortemente influenzato dall’opera frazeriana fin dai suoi prodromi vittoriani ed edwardiani. La seconda consiste invece nell’osservazione del fatto che J.R.R. Tolkien, considerato il padre del fantasy per aver inventato il worldbuilding sistematico e avere dato inizio al filone che poi sarà detto high fantasy, conosceva bene sia Andrew Lang, sia Rider Haggard, il che suggerisce che almeno in questa forma sia venuto a contatto con Frazer. Riguardo a Andrew Lang, Scull e Hammond riportano che “Tolkien aveva copie delle sue traduzioni dell’Odissea (1879, in collaborazione con SH Butcher) e dell’Iliade (1883, in collaborazione con Walter Leaf ed Ernest Myers)” (RG1: 609, t.d.a.), né si esauriva in ciò il suo rapporto con lo studioso che lo aveva preceduto:

Tolkien incontrò Lang per la prima volta nei libri di fiabe e da ragazzo fu particolarmente colpito dalla Storia di Sigurd (adattata dallo stesso Lang dalla traduzione di William Morris di Völsunga Saga) nel Red Fairy Book. Quando fu invitato a tenere l’undicesima Andrew Lang Lecture all’Università di St Andrews (Scozia) scelse di parlare di fiabe: tenne “On Fairy-Stories” a St Andrews l’8 marzo 1939. In quella conferenza si riferisce frequentemente, direttamente e indirettamente ad Andrew Lang. Il suo testo, le note estese e le bozze rivelano uno studio ravvicinato di alcune delle opere di Lang e altro materiale correlato. (RG1: 610, t.d.a.)

Ma non meno documentata è la familiarità di Tolkien con Henry Rider Haggard, come dimostrato ancora una volta da Christina Scull e Wayne Hammond nel loro dettagliato J.R.R. Tolkien Companion and Guide:

Tra le note di Tolkien per Beowulf and the Critics (la versione precedente della sua conferenza Beowulf: The Monsters and the Critics) c’è: “Eric BrightEyes [sic] (R. Haggard) è buono come la maggior parte delle saghe e altrettanto eroico” (Michael D.C. Drout, Beowulf and the Critics (2011), p. 442). Roger Lancelyn Green ha ricordato che Tolkien, come C.S. Lewis e lo stesso Green, classificarono Haggard “molto in alto” (“Recollections”, Amon Hen 44 (maggio 1980), p. 8). In un’intervista con Henry Resnik, Tolkien disse che da ragazzo [il romanzo di Haggard] Lei lo interessava “più di ogni altra cosa – come il frammento greco di Amynatas [cioè Amenartas], che era il tipo di macchina con cui tutto si muoveva» («An Interview with Tolkien», Niekas 18 (Primavera 1967), p. 40). Evidentemente lesse anche Le miniere di re Salomone, poiché lo riteneva un libro adatto da acquistare a Parigi nell’agosto del 1913 per occupare le menti dei ragazzi messicani affidati alle sue cure. Sia Lei che Le miniere di re Salomone e i loro sequel sono stati esaminati dai commentatori di Tolkien come fonti di possibili influenze sulle sue opere. (RG1: 475, t.d.a.)

E Lang e Haggard non sono nemmeno, come era facile attendersi, le uniche fonti a cui Tolkien può avere attinto per essere spinto a leggere Frazer: varrà la pena menzionare almeno l’ispirazione frazeriana (Stableford 2005: 282) della scrittrice ammiratrice di Tolkien e sua corrispondente, Naomi Mitchison (RG1: 790), le ripetute citazioni de Il Ramo d’oro ad opera del filosofo R.G. Collingwood, con cui Tolkien collaborò da filologo in una ricerca archeologica (RG1: ), nonché il fatto che facessero riferimento a Frazer molti tra i primi studiosi (E.K. Chambers, Jessie Weston, ecc.) del poema medioinglese Sir Gawain and the Green Knight, di cui Tolkien curò con E.V. Gordon la principale edizione critica, lo tradusse in inglese moderno, lo insegnò in università per 40 anni e gli dedicò un’altra sua celebre conferenza, in onore di W.P. Ker, nel 1953. In effetti, la nuova edizione aggiornata dell’elenco annotato dei libri certificati esser letti da Tolkien, Tolkien’s Library: An Annotated Checklist, di Oronzo Cilli, includerà l’Editio Minor di Frazer, mi assicura l’autore.

In effetti, già nel 1990 Iwan Rhys Morus su Mallorn, la rivista della Tolkien Society, aveva dato per assodato che Tolkien conoscesse Frazer e che lo reinterpretasse a suo modo:

Folkloristi come Lang o Frazer, nonostante eventuali differenze specifiche nel loro lavoro, avevano in comune l’affermazione che l’elemento cruciale nei racconti e nei costumi popolari fosse la loro somiglianza essenziale che indicava la loro fonte comune in un passato selvaggio. Tolkien tuttavia non era d’accordo. A suo parere la ricorrenza nei diversi racconti dello “stesso” motivo folcloristico era sostanzialmente irrilevante. Per lui l’elemento cruciale della mitologia divenne invece la sua pura diversità, [o, come dice in On Fairy-Stories,] “sono proprio i colori, l’atmosfera, i singoli dettagli inclassificabili di una storia, e soprattutto il significato generale che dà vita alle ossa non sezionate della trama, a essere le cose che contano davvero.” (Morus 1990: 8)

Si deve osservare che Tolkien non ribatte sulle conclusioni che Frazer trae: la sua è una petizione di principio e di metodo, importanti sono le differenze e non le somiglianze. Eppure, in parte per via di posizioni differenti, in parte per gusto e sensibilità, sicuramente Tolkien discordava con Frazer in maniera sostanziale per via di un motivo in particolare ben preciso: le teorie di Frazer correvano il rischio di offrire spazio a un riduzionismo ateo che cozzava fortemente con la viva fede cattolica di Tolkien. Così Tolkien, per dirla in un certo modo, “ribalta il tavolo”. Nella spiegazione di Morus, ancora in riferimento al testo (redatto in seguito) della conferenza Andrew Lang del 1939 a St Andrews:

Il mito cristiano di Cristo come Dio morente era vero per Tolkien in un senso ancora più forte. Non ha negato che i vangeli contengano ciò che è essenzialmente una fiaba, anzi lo ha affermato e ha affermato che di conseguenza veicolano tutti i significati linguistici simbolici insiti nella mitologia. Il mito di Cristo era però più di un semplice mito: era un mito scritto da Dio ed era quindi anche storia. La storia di Cristo era infatti solo un’altra variante degli antichi miti del Dio morente. sebbene poiché i miti dovevano essere considerati come creazioni individuali, non era lo “stesso” mito. Il punto cruciale del mito cristiano era che si trattava di un mito realmente accaduto in un momento e in un luogo specifico della storia. (Morus 1990: 8)

Sono le differenze tra le storie a offrire la chiave della loro lettura: da nessuna parte, in nessun tempo la storia del Dio Morente ha avuto coordinate ben precise se non nel caso di Gesù, e quindi la sua storia deve essere l’unico vero caso di sacrificio del re a cui segue letteralmente la sua resurrezione, mentre tutte le altre varianti sono semplici racconti e messinscene in cui nessuno è mai tornato davvero indietro dalla tomba. Da ciò, però, ne segue che ogni parola umana è mito e ogni gesto è scena: siamo perciò liberi, senza ingannare nessuno, di inventare ogni storia e sceneggiare ogni atto. É la prima volta che la fantasia trova la sua piena, quasi incondizionata legittimazione. Significa molto, e, tra le altre cose, significa l’istituzione del genere letterario detto appunto fantasy, che nel senso appena spiegato è figlio diretto del Vangelo, ma indirettamente deriva da Il Ramo d’oro, dal desiderio di Tolkien di rispondere a Frazer, e quindi resta sospeso non solo, come voleva Todorov per il fantastico, tra meraviglioso e perturbante, ma anche tra religione e scienza, tra la valorizzazione del particolare e la ricerca dell’universale.

Si dispone così di una chiave di lettura che permetterà di inquadrare diverse istanze di rogo sacrificale, propiziatorio e funerario nella letteratura e nel cinema fantasy, a cominciare proprio da Tolkien.

La pira di Denethor: il rogo sacrificale in Tolkien

Durante l’assedio di Minas Tirith, la città governata dal Sovrintendente Denethor, questi a un tratto dispera della vittoria e, avendo perso il primogenito ed essendo il secondogenito Faramir moribondo, decide di porre fine alla vita del figlio e alla propria come follemente ritiene onorevole. Lo Hobbit Pipino, venutolo a sapere, corre a informare lo Stregone Gandalf:

“Denethor è andato alle tombe”, disse Pipino, “e ha preso Faramir, e dice che dobbiamo bruciare tutti, e non aspetterà, e devono fare una pira e bruciarlo su di essa, e anche Faramir. E ha mandato uomini a prendere legna e olio”. (ISdA V, vii, t.d.a.)

Arrivati alle tombe degli antichi Re e Sovrintendenti di Minas Tirith, in una camera funeraria Gandalf e Pipino testimoniano la raccapricciante scena che si prospetta loro innanzi: “lì trovarono Faramir, che ancora sognava per la febbre, sdraiato sul tavolo. Sotto di esso vi era accatastata la legna, e tutta intorno ad esso, e tutto era intriso d’olio, perfino le vesti di Faramir e le coperte; ma fino a quel momento non era stato appiccato fuoco al combustibile”.

Disarmato Denethor, Gandalf riesce a portare via Faramir dalla follia paterna, ma questi incalza:

«Non si sveglierà più» disse Denethor. “La battaglia è vana. Perché dovremmo desiderare di vivere più a lungo? Perché non dovremmo andare alla morte fianco a fianco?”
“Non ti è data autorità, Sovrintendente di Gondor, di ordinare l’ora della tua morte”, rispose Gandalf. “E solo i re pagani, sotto il dominio del Potere Oscuro, fecero così, uccidendosi per orgoglio e disperazione, assassinando i loro simili per alleviare la propria morte.”

É notevole che i re del lontano passato a cui si riferisce Gandalf, precedenti la fondazione di Minas Tirith, siano gli stessi a cui voleva rifarsi proprio Denethor stesso, che davanti a Pipino aveva dichiarato:

“Perché? Perché gli sciocchi volano?” disse Denethor. “Meglio bruciare prima che tardi, perché bruciare dobbiamo. Torna al tuo falò! E io? Andrò ora alla mia pira. Alla mia pira! Nessuna tomba per Denethor e Faramir. Nessuna tomba! Nessun lungo lento sonno di morte imbalsamato. Noi bruceremo come i re pagani prima che nave approdasse mai dall’Occidente. L’Occidente ha fallito. Torna indietro e brucia!” (ISdA V, iv)

Tali re vengono due volte chiamati “pagani” (originale heathen). Cosa significa tale termine nella Terra di Mezzo, un luogo (o un’epoca) che non conosce la Rivelazione Cristiana? Tom Shippey lo interpreta alla luce dei tragici eventi concomitanti di Hiroshima e Nagasaki:

Quasi nel suo ultimo discorso [Denethor] dichiara:
‘[Se potessi scegliere,] vorrei le cose come erano in tutti i giorni della mia vita … e nei lunghi giorni dei miei padri prima di me … Ma se il destino me lo nega, allora non avrò niente: né la vita diminuita, né l’amore dimezzato, né l’onore diminuito.’ (III, 130)
‘Non avrò niente’ è un’espressione particolarmente inquietante. Mentre Il Signore degli Anelli stava volgendo al termine della sua gestazione, per la prima volta è diventato possibile per i leader politici dire che volevano il nulla e realizzarlo. Denethor chiaramente non si sottometterà al Nemico, come ha fatto Saruman, ma alla fine non gli importa nulla dei suoi sudditi, mentre il suo amore anche per i suoi figli li porterebbe a morte entrambi con lui. “L’Occidente ha fallito”, dice. «Tutto avvamperà in un grande fuoco e tutto sarà finito! Cenere! Cenere e fumo spazzati via dal vento!’ Non dice ‘fuoco nucleare’, ma il pensiero si adatta. Denethor rompe il proprio personale d’ufficio come Saruman non fa. Mescola un eccesso di temperamento eroico – l’antico spirito Ragnarok, si potrebbe dire, che Tolkien con significativo anacronismo chiama due volte “pagano” – con una meschina preoccupazione per la propria sovranità e i propri confini: una combinazione che insolitamente e in questo particolare caso non ha alcun senso prima del 1945 e dell’invenzione del “grande deterrente”. (Road 155, t.d.a.)

Anche in precedenza, Shippey aveva posto in contrasto Denethor con la saggezza: “i personaggi saggi de Il Signore degli Anelli sono spesso senza speranza e vicini alla disperazione, ma non soccombono. Questo è lasciato a Denethor, che non combatterà fino all’ultimo, ma si rivolgerà come un pagano al suicidio e al sacrificio dei suoi consanguinei” (142). Sicuramente non si può accusare Shippey di superficialità su questo punto, avendo dedicato diversi momenti di riflessione a tale passaggio, nonché una nota:

“Pagano” ovviamente è una parola usata normalmente solo dai cristiani e quindi fuori luogo nella Terra di Mezzo. Nell’Appendice (c) alla sua conferenza all’Accademia Britannica, Tolkien aveva osservato l’unico luogo in cui il poeta di Beowulf usò questa parola nel senso di uomini, ritenendola un errore o un’interpolazione. Negli anni ’50 potrebbe aver cambiato idea, accettando elementi cristiani e antieroici più forti in Beowulf, Maldon e nella sua stessa narrativa. (316)

Tuttavia, mi pare che a Shippey sfugga piuttosto l’ascendenza frazeriana della consapevolezza dell’usanza. Infatti, nel Capitolo XXIV de Il Ramo d’oro, intitolato “L’uccisione del Re divino”, Frazer riporta un’usanza che ricorda molto da vicino le tradizioni della antica Terra di Mezzo a cui fanno riferimento Gandalf e Denethor:

Gli antichi Prussiani riconoscevano come loro supremo signore un re che li governava nel nome degli dei ed era conosciuto come «bocca di Dio». Quando si sentiva debole e malato, se desiderava lasciare una buona fama di sé, montava su un gran mucchio di rovi e paglia e faceva un lungo sermone al popolo esortandolo a servire gli dei e promettendogli di andare dagli dei e parlar loro in favore del popolo. Poi prendeva un tizzone del fuoco perpetuo che ardeva di fronte alla santa quercia e accendendo con esso la catasta si bruciava vivo. (Frazer 2016: XXIV, ii)

L’usanza di ardere i parenti del morto con lui è anch’essa germanica e risale al mito di Baldr, come Frazer racconta nel Capitolo LXI: “Allora presero il corpo di Baldr e lo misero sopra un rogo funebre sulla sua nave; e quando la sua sposa Nanna lo vide, le si spezzò il cuore dal dolore e cadde morta: così venne messa anche lei sopra la pira funebre del marito nella nave e fu acceso il fuoco. Anche il cavallo di Baldr con tutti i suoi arredi fu bruciato sul rogo” (LXI). Così, secondo quanto si trova nella Editio Maior, fonti Tacito e Plutarco: “Quando Ottone si suicidò dopo la battaglia di Bedriaco, alcuni dei suoi soldati si uccisero alla sua pira, e il loro esempio fu in seguito seguito da molti dei loro compagni negli eserciti che avevano marciato con Ottone per incontrare Vitellio; il loro motivo non era il timore del conquistatore, ma puramente lealtà e devozione al loro imperatore” (Frazer 1920: 140-141, t.d.a.).

Anche qui dunque si può vedere come Tolkien voglia rispondere a Frazer: il sacrificio umano non è cristiano, per quanto storicamente lo sia stata la pena di morte, magari condannabile anch’essa. Non vi è dubbio però che nella nozione di uccidere qualcuno o persino sé stessi come mero tributo a una tradizione e a delle usanze Tolkien riscontrasse un’immoralità più grande e persino mostruosa che ha voluto esplicitamente distanziare dal Cristianesimo in opposizione a Frazer, esemplificandola nel rogo di Denethor, che alla fine, anche senza Faramir, si dà fuoco ugualmente, preda di una disperazione immotivata proprio nel momento in cui la battaglia volge alla vittoria:

Prima che Gandalf potesse ostacolarlo, infilò il tizzone nell’olio, che subito crepitò e ruggì in fiamme.
Allora Denethor saltò sulla tavola e, stando lì, avvolto nel fuoco e nel fumo, prese il bastone del suo ministero che giaceva ai suoi piedi e lo spezzò sul ginocchio. Gettando i pezzi nel fuoco, si inchinò e si sdraiò sul tavolo, stringendo il palantír con entrambe le mani sul petto. E si diceva che da allora in poi, se un uomo guardava in quella Pietra, a meno che non avesse una grande forza di volontà per volgerla ad altro scopo, vedeva solo due mani anziane appassire in fiamme.
Gandalf, addolorato e inorridito, voltò il viso dall’altra parte e chiuse la porta. Per un po’ rimase pensieroso, in silenzio sulla soglia, mentre quelli di fuori udivano il ruggito avido del fuoco dentro. E allora Denethor lanciò un gran grido, e poi non parlò più, né fu mai più visto da uomini mortali.
“Così trapassa Denethor, figlio di Ecthelion”, disse Gandalf (ISdA V, vii, t.d.a.)

Che Tolkien abbia in mente specificamente Frazer lo si capisce anche meglio dal fatto che ancora l’Editio Maior paragona i martiri cristiani al suicidio per combustione orientale, che si può osservare come rassomigli molto da vicino alla fine di Denethor proprio nella forma descritta da Frazer nel volume The Dying God:

I monaci buddisti in Cina a volte cercano di raggiungere il Nirvana con lo stesso metodo [darsi fuoco], la fiamma del loro zelo religioso è alimentata dalla convinzione che il merito della loro morte risplenda al bene dell’intera comunità, mentre le lodi che vengono riversate su di loro nelle loro vite umane, e la prospettiva degli onori e del culto che li attendono dopo la morte, servono come ulteriori incentivi al suicidio. Le belle montagne di Tien-tai, nel distretto di Tai-chow, sono, o furono fino a poco tempo fa, teatro di molti di tali volontari martiri. Le vittime sono monaci che, stanchi delle vanità della terra, si sono ritirati anche dai loro monasteri e hanno trascorso anni soli nell’uno o nell’altro degli eremi che sono disseminati tra gli anfratti e i precipizi di questa regione selvaggia e appartata. Una volta che la loro fantasia è stata forgiata e la loro risoluzione tesa al tono necessario da una vita di solitudine e meditativa contemplazione, annunciano la loro intenzione e fissano il giorno della loro partenza da questo mondo di ombre, scegliendo sempre a tale scopo una festa che attiri una folla di fedeli e pellegrini in uno dei tanti monasteri del comprensorio. Annunci dell’imminente solennità sono affissi in tutto il paese e i credenti sono invitati a partecipare e assistere i martiri con le loro preghiere. Si dice che da tre a cinque monaci si impegnino così ogni anno a Tien-tau nelle fiamme. Si preparano con il digiuno e l’abluzione per l’ultima prova ardente della loro fede. Una cassa verticale contenente un sedile è posta in una fornace di mattoni e lo spazio tra la cassa e le pareti della fornace è riempito di combustibile. Il condannato prende posto nel centro; la porta gli è chiusa e sbarrata; il fuoco si applica ai combustibili e consuma il candidato al cielo. (Frazer 1920: 42-43, t.d.a.)

Il Cattolicesimo di Tolkien in particolare crede che la vita umana abbia infinito valore davanti a Dio e non debba essere gettata in questo modo, per cui è significativo il disappunto di Gandalf e il suo ultimo, amareggiato “Così trapassa Denethor, figlio di Ecthelion”. Nel film la sequenza è stata trasformata in un’impossibile corsa di Denethor in fiamme attraverso l’intera città prima di gettarsi al livello inferiore e finire così, il che è di grande impatto scenico ma di scarsa credibilità, e inoltre perde il richiamo buddhista frazeriano, pur mantenendo il riferimento ai “re pagani”. Una nota aggiuntiva può essere il fatto che i Nani dopo la battaglia di Azanubilzar “costruirono molte pire e bruciarono tutti i corpi dei loro parenti” (ISdA, App. A), ma non sappiamo quale valore ciò abbia.

In conclusione, l’interpretazione tolkieniana del rogo sacrificale e funerario tende verso l’aspetto religioso piuttosto che scientifico, e propende per valorizzare il caso particolare anziché la norma. Il sacrificio di Denethor è detto due volte pagano e segue l’esempio di antiche usanze prese come universali o applicabili completamente a sproposito. In questo è evidente, in maniera coerente con la teoria tolkieniana, sia il riferimento a Frazer sia la critica.

Frazer e Stephen King

Se Tolkien è il più grande autore fantasy britannico, la palma per gli Stati Uniti deve probabilmente essere assegnata a Stephen King. Autore spesso associato al genere horror per via di successi anche cinematografici come Shining e It, in realtà la sua opera principe per sua stessa ammissione è la saga fantasy western de La Torre Nera. Come scriveva Luca Crovi nel 2012 per Il Giornale:

«È la madre di tutte le mie storie, il grande contenitore della mia opera. Inizia tutto da qui». Così Stephen King ha sempre definito la sua saga «La Torre Nera», composta a partire dal 1982 e che comprende L’ultimo cavaliere, La chiamata dei Tre, Terre desolate, La sfera del buio, I lupi del Calla, La canzone di Susannah, La Torre Nera. (…) Per sua ammissione alla base della storia ci sono alcuni poemi di Robert Browning e Thomas Stearns Eliot ma soprattutto Il Signore degli Anelli di Tolkien e un film come Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone. Quando King aveva diciannove anni, come spiega nell’introduzione a L’ultimo cavaliere, «Il Signore degli Anelli era popolarissimo e, sebbene non fossi riuscito ad andare a Woodstock (che rimpianto), credo di poter dire di essere stato un hippie, almeno a metà. Perlomeno, lo ero abbastanza da aver letto i libri di Tolkien ed essermene innamorato. I romanzi della Torre Nera, come la maggior parte delle saghe fantasy scritte da quelli della mia generazione, sono figli di quei libri».
https://www.ilgiornale.it/news/cultura/mille-e-notte-torre-nera-855759.html

Se la posizione di Tolkien abbiamo visto essere definita in stretto rapporto con quella di Frazer, ne consegue almeno indirettamente che “la maggior parte delle saghe fantasy scritte da quelli della mia [di King] generazione”, oltre a essere figli de Il Signore degli Anelli, sono anche nipoti de Il Ramo d’oro. In effetti abbiamo seguito le fortune di quest’opera nel fantasy fino agli anni ’50 di Tolkien, ma la sua influenza non si ferma lì. Ne sia testimone Poul Anderson con la sua collezione Operation Chaos del 1971, oppure Randall Garrett, autore di “la serie di romanzi Detective/Thriller Fantasy di Lord Darcy, ambientata in un’Inghilterra del mondo alternativo la cui storia divergeva all’epoca di Riccardo I (1157-1199) e dove la magia piuttosto che la scienza è stata imbrigliata e codificata, soggetta a leggi basate su quelle di Sir James Frazer. La serie Darcy comprende Too Many Magicians (1967), Murder and Magic (coll 1979), Lord Darcy Investigates (coll 1981) e “The Spell of War” in Thor’s Hammer (antologia 1979) a cura di Reginald Bretnor (1911-1992)” (Clute e Grant 1999: 519, t.d.a.). Michael Moorcock è ancora più caustico: “Secondo Sir James Frazer, ci si aspetta che un re dell’anno fornisca soddisfazione sessuale a numerose mogli. Alle regine, tuttavia, è ingiunto la castità; L’adulterio di Ginevra è visto come un danno centrale per la Terra. Michael Moorcock fornisce una rielaborazione fantasy revisionista di questo tema in Gloriana, o la regina insoddisfatta (1978), la cui regina eponima sperimenta molto sesso senza gioia prima che lei e la sua terra di Albion siano guarite quando alla fine raggiunge l’orgasmo” (987).

Anche nel caso di Stephen King l’ispirazione è esplicita e addirittura in uno dei suoi primi racconti i protagonisti citano Il Ramo d’oro come testo di demonologia (!). Si tratta della short-story “Il Compressore” (“The Mangler”), inizialmente pubblicata su The Cavalier nel dicembre 1972 e poi inclusa nella raccolta Night Shift del 1978, in Italia titolata A volte ritornano ed edita nel 1981. La trama riguarda una lavatrice posseduta da un demone, e a un certo punto si legge:

Jackson disse: “Ti ho chiesto una volta se pensassi che il compressore potesse essere infestato dai fantasmi. Stavo scherzando solo a metà. Te lo chiederò di nuovo adesso”. “No”, disse Hunton a disagio. “Non essere stupido.” Jackson osservò i vestiti che vorticavano riflessivamente. “Infestato è una brutta parola. Diciamo posseduto. Ci sono quasi tanti incantesimi per attirare i demoni quanti ce ne sono per scacciarli. Il ramo d’oro di Frazier [sic] ne è pieno. La tradizione druidica e azteca ne contiene altre. E ce ne sono anche più antichi, fino in Egitto. Quasi tutti possono essere ridotti a denominatori sorprendentemente comuni. Il più comune, ovviamente, è il sangue di una vergine”. (King 2009: 87-88, t.d.a.)

Inoltre, nella stessa raccolta è incluso il racconto “I figli del grano” (originale “Children of the Corn”, da cui una serie di film horror cult), con evidenti echi frazeriani: “Burt e Vicky stanno viaggiando attraverso il Nebraska diretti in California per una vacanza destinata a salvare il loro matrimonio fallito. Dopo essere stati coinvolti in un incidente in cui hanno investito un ragazzino finito in strada, portano il corpo a Gaitlin, una piccola comunità isolata nelle vicinanze. La storia è incentrata sui loro incontri con gli strani cittadini di Gaitlin e l’entità che chiamano “Colui che cammina dietro le file” (…) [, un] essere malvagio che aiuta il grano a crescere quando vengono offerti sacrifici” (https://stephenking.com/works/short/children-of-the-corn.html, t.d.a.). Chiunque superi i diciannove anni deve essere offerto a questo mostro. Nell’incalzante crescendo di tensione e paura man mano che l’orrenda verità su Gaitlin viene svelata, a un certo punto Vicky viene rapita, e Burt la ritroverà crocifissa e con le orbite svuotate e riempite di grano. Paralizzato dal dolore e dal terrore, l’uomo non potrà opporre gran resistenza ai cultisti e finirà anch’egli ucciso.

Il perturbante inciso nei resoconti di Frazer è brillantemente sfruttato da King per terrorizzare il lettore. Eppure, non è così facile nel suo caso capire se propenda per la religione o la scienza, il particolare o il generale. La Torre Nera non solo presenta il credo cristiano senza aderirvi espressamente (e nemmeno respingendolo), ma esprime una visione ambigua dello stesso progresso tecnologico e scientifico: il protagonista è un pistolero ma questo comporta l’aderenza a un codice cavalleresco, e la famigerata Torre Nera che mantiene in piedi i mondi potrà sia sussistere, sia cadere grazie all’impiego di sofisticati macchinari. In uno storico articolo per CNN intitolato “The Gospel of Stephen King”, John Blake scrisse:

[King] ha già parlato della sua fede in precedenza. Si descrive come un cristiano sul suo sito web e altrove ha affermato di essere cresciuto come un metodista dal “muso duro” a cui è stato insegnato a credere nell’Anticristo. Alcune delle sue influenze letterarie sono autori cristiani. In un’intervista, King ha detto di essere stato plasmato da CS Lewis, autore di “Le cronache di Narnia”, e J.R.R. Tolkien, autore de “Il Signore degli Anelli”. Sia Lewis che Tolkien erano cristiani devoti che hanno stratificato la loro narrativa con temi cristiani. “Ho sempre cercato di contrapporre quella luce bianca e brillante della vera bontà o della divinità contro il male”, ha detto in un’intervista del 1988. “Non sono un predicatore e odio la religione organizzata. Penso che sia una delle radici del vero male che c’è nel mondo. Se smascherassi davvero Satana, probabilmente scopriresti che indossa un colletto rovesciato”. (Blake 2012, https://religion.blogs.cnn.com/2012/06/02/the-gospel-of-stephen-king/, t.d.a.)

Eppure, sempre nello stesso articolo si legge: “”La gente tende a pensare che Stephen King sia antireligioso perché è uno scrittore horror, ma è completamente sbagliato”, dice Zahl, un prete episcopale in pensione che ha scritto della sensibilità religiosa di King per la rivista Christianity Today. “Molti dei suoi libri sono parabole della grazia in azione”” (Blake 2012).

Non resta allora che considerare la tensione interna alle storie di King irrisolta, e dunque vederlo più vicino a Frazer di quanto lo fosse Tolkien, pur essendo quest’ultimo un riferimento costante citato non solo nella introduzione suddetta ma all’interno della stessa serie de La Torre Nera in numerose occasioni.

La pira di Susan Delgado: il rogo propiziatorio in Stephen King

Nel quarto volume de “La Torre Nera”, La sfera del buio (originale Wizard and Glass), Roland Deschain di Gilead, il leggendario pistolero, ultimo erede di Re Arthur Eld che portava Excalibur, finalmente rispetta la promessa a lungo rimandata di raccontare il suo passato ai suoi compagni Eddie Dean, Susannah Holmes e Jake Chambers. Il racconto segue la scoperta di Roland del tradimento di sua madre verso suo padre, il suo sottoporsi di conseguenza in anticipo alla mortale prova dei pistoleri superandola a soli 15 anni, e il suo temporaneo esilio da Gilead da parte del padre per proteggerlo dalla vendetta dell’adultero, un grande mago. Accompagnato dai suoi amici di sempre Cuthbert e Alain, Roland raggiunge la cittadina provinciale di Mejis per effettuare banali sopralluoghi logistici, ma nello svolgerli i tre scoprono una cospirazione volta alla caduta di Gilead e soprattutto Roland vive il grande amore con la giovane Susan Delgado, una ragazza che è però promessa al sindaco Thorin. Quando le cose precipitano e il trio è incolpato surrettiziamente per l’omicidio del sindaco proprio il giorno del Festival delle Messi, le cose precipitano e, nel tentativo di salvare sia Susan sia Gilead, Roland perde il suo amore, restando a guardare impotente in una sfera magica il sacrificio di Susan al raccolto, antica usanza barbarica ripristinata per l’occasione.

Roland si chinò sulla palla pulsante e la luce gli si sparse sulla fronte e le guance come una tintura liquida, affogandogli gli occhi nel suo bagliore. Nell’Iride di Maerlyn la vide: Susan, figlia di mandriano, bella fanciulla alla finestra. La vide in piedi su un carretto nero decorato da simboli dorati, il carretto della vecchia strega. Alle sue spalle cavalcava Reynolds, che teneva la corda del suo cappio. Il carretto era diretto al Cuore Verde nell’andatura lenta di una processione. Hill Street era gremita di persone delle quali il contadino con gli occhi da massacratore di agnelli era stato solo la prima avvisaglia, tutte le persone di Hambry e Mejis che si erano viste privare della loro festa e a cui veniva ora offerta in cambio questa antica macabra attrazione: charyou tree, si mietano le Messi, morte a te, vita al nostro raccolto. Un bisbiglio afono percorse la popolazione come un’onda che cresce, poi cominciò il lancio. Prima i cartocci di mais, poi pomodori marci, infine patate e mele. Un pomo la colpì a una guancia. Susan vacillò, quasi cadde, ritrovò l’equilibrio e allora sollevò il viso gonfio ma ancora splendido come offrendolo alla luna. Guardò diritto davanti a sé. «Charyou tree!» bisbigliava la gente. Roland non la sentiva, ma vedeva le labbra formulare le parole. Riconobbe Ruiz e poi Pettie e Gert Mollins (…) Vide cento persone che aveva conosciuto (molte delle quali gli erano piaciute) durante il suo soggiorno a Mejis. Ora quelle stesse persone scagliavano cartocci di mais e verdure sul suo amore in piedi sul carretto (King 2019: 604-605)

Il lettore ovviamente sapeva già, essendo una storia del passato, che l’amore di Roland e Susan non era stato coronato da un “vissero insieme felici e contenti”, ma di qui a immaginare un simile orrore ci si sarebbe potuti arrivare solo considerando i precedenti di King come il succitato “I figli del grano” e l’episodio di Tull che lo stesso Roland aveva raccontato a un fattore nel primo libro, L’ultimo cavaliere (originale The Gunslinger).

«Orso e lepre e pesce e uccello», mormorò mentre veniva prima abbassata e poi sbattuta contro la piramide di fascine nel posto lasciato libero per lei. Tutta la calca insieme urlò in coro: «Charyou tree! Charyou tree! Charyou tree!» «Orso e lepre e pesce e uccello.» Cercando di ricordare come aveva ballato con lei quella notte. Cercando di ricordare come l’aveva amata sotto i salici. Cercando di ricordare il loro primo incontro notturno sulla strada: Grazie-sai, il nostro è un buon incontro, aveva detto lui e sì, nonostante tutto, nonostante la fine miserevole preparatale dai buoni vicini di casa trasformati dalla luna in mostri assetati di sangue, nonostante il dolore e il tradimento e ciò che ancora l’aspettava, aveva detto il vero: il loro era stato un buon incontro, buono davvero.
«Charyou tree! Charyou tree! Charyou tree!» Vennero le donne a gettare cartocci secchi ai suoi piedi. Alcune di loro la schiaffeggiarono (non importava più, il suo volto tumefatto e pieno di lividi era diventato insensibile) e una, Misha Alvarez, alla cui figlia Susan aveva insegnato a cavalcare, le sputò negli occhi prima di allontanarsi orgogliosa e impettita, ridendo e agitando le mani al cielo. Per un momento vide Coral Thorin, decorata di amuleti, avvicinarsi per scaricarle addosso manciate di cartocci secchi, che scesero fluttuando su di lei in una crepitante doccia aromatica. Poi tornarono sua zia [Cordelia] e Rhea [la strega]. Ciascuna con una torcia. Si fermarono davanti a lei e Susan sentì l’odore del bitume. Rhea alzò la sua torcia alla luna. «CHARYOU TREE!» gridò nella sua vecchia voce arrugginita e la folla rispose: «CHARYOU TREE!» Allora alzò la torcia Cordelia. «SI MIETANO LE MESSI!» «SI MIETANO LE MESSI!» gridò il coro. (606)

Da notare l’ironia macabra di King per cui la vera strega malvagia, Rhea, è colei che appicca il rogo dell’innocente Susan. Viene inoltre sottolineato più volte che non si tratta di folli assassini ma di un assembramento di comuni cittadini, tra cui addirittura la zia di Susan, che sono stati posseduti dal demone della luna e spinti a riesumare le antiche sanguinarie pratiche. Inoltre, ella non accusa Roland, in parte perché lo ama e si affida al ricordo di lui come l’ultima cosa bella che le rimane, ma anche perché si rende conto che nessuno sano di mente può prevedere un simile, imponderabile orrore.

«E ora a te, puttana», cantilenò Rhea. «Ora avrai baci più caldi di quelli che ti abbia mai dato il tuo amore.» «Muori, infedele», sibilò Cordelia. «Vita al raccolto, morte a te.»
Fu lei la prima a gettare la torcia nei cartocci impilati intorno alle gambe di Susan fino a coprirle quasi le ginocchia; poi lanciò Rhea. I cartocci presero fuoco all’istante, abbagliando Susan con una vampata gialla. Si riempì i polmoni di un ultimo respiro di aria fresca, lo riscaldò con il proprio cuore e lo lanciò in un urlo di sfida: «ROLAND, VI AMO!» La folla si ritrasse mormorando, come se a disagio per ciò che aveva fatto ora che era troppo tardi per disfarlo; davanti a loro non c’era un pupazzo di paglia, davanti a loro c’era un’allegra fanciulla che tutti conoscevano, una di loro, che per qualche folle ragione era stata gettata nel falò della Notte delle Messi con le mani verniciate di rosso. Avrebbero potuto salvarla se avessero avuto un istante ancora, e forse qualcuno l’aveva, ma era troppo tardi. La legna secca prese. Presero i suoi calzoni. Prese la camicia. I suoi lunghi capelli biondi si accesero intorno alla sua testa come una corona. «ROLAND, VI AMO!» Alla fine della vita avvertì il calore ma non il dolore. Ebbe il tempo di pensare ai suoi occhi, occhi dell’azzurro chiaro che è il colore del cielo alle prime luci del mattino. Ebbe tempo di pensare a lui sul Drop, in sella a Rusher lanciato ventre a terra, con i capelli neri lisciati sulle tempie e il fazzoletto svolazzante dietro la testa; di vederlo ridere con una facilità e una libertà che non avrebbe più ritrovato nella lunga vita che si sarebbe protratta per molti anni ancora oltre quelli di lei, e fu il suo riso che portò con sé mentre se ne andava, fuggendo dalla luce e dal calore nella soave tenebra consolatrice, invocando e invocando il suo nome, recitando orso e lepre e pesce e uccello. Alla fine nelle sue grida [di Roland che osservava nella sfera] non c’era più niente di articolato, nemmeno quel no che aveva tutto il tempo continuato a ripetere. Ululò come un animale sgozzato, con le mani incollate alla sfera, che batteva come un cuore in fuga. La guardò bruciare. Cuthbert tentò di nuovo di prendergli dalle mani quel malefico oggetto e non ci riuscì. (…) Alain non poté staccare le mani di Roland dalla sfera e allora gli posò le sue sulle guance e lo toccò in quel modo. Ma non c’era niente da toccare, non trovò nulla. La cosa che viaggiò con loro verso Gilead non era Roland, non era nemmeno un fantasma di Roland. Come la luna alla scadenza del suo ciclo, Roland non c’era più. (607-608, 610)

Non solo la maestria di King nel descrivere scene drammatiche è però evidente da tale sequenza, ma il potente richiamo frazeriano. “Morte a te, vita al nostro raccolto” è un’efficacissima sintesi dell’intero Ramo d’oro. Più in particolare, però, è nel Capitolo LXIV che leggiamo: “Poiché spesso si afferma che i fuochi si accendono per bruciare le streghe, siamo naturalmente disposti a credere che tutte le effigi bruciate dalle fiamme in queste occasioni rappresentino delle streghe o degli stregoni e che l’uso di arderli sia semplicemente un sostituto a olocausti reali di esseri umani, poiché secondo il principio della magia omeopatica o imitativa distruggere la sua effigie è pressappoco equivalente a distruggere la strega stessa” (Frazer 2016: LXIV). Si confronti tale passaggio con King: “La folla si ritrasse mormorando, come se a disagio per ciò che aveva fatto ora che era troppo tardi per disfarlo; davanti a loro non c’era un pupazzo di paglia, davanti a loro c’era un’allegra fanciulla che tutti conoscevano, una di loro, che per qualche folle ragione era stata gettata nel falò della Notte delle Messi con le mani verniciate di rosso” (King 2019: 607).

Da un lato dunque vi è l’idea negativa di distruggere la strega, la forza malvagia che rende sterili le messi e in generale l’energia vitale della comunità; dall’altro, vi è l’idea “positiva” di fertilizzare direttamente campi e comunità attraverso il sacrificio, che in questo senso è precisamente una propiziazione. Anche se Susan non è il dio della vegetazione, può essere presa a rappresentarlo semplicemente per via della sua giovane età, che in inglese si dice anche “verde” (ricordiamo di nuovo in tal proposito “I figli del grano”). Così,

quando il dio è quello della vegetazione vi sono ragioni speciali per cui deve morire nel fuoco. La luce e il calore sono necessari allo sviluppo dei vegetali, e, per i princìpi della magia simpatica, sottoponendo il rappresentante personale della vegetazione alla loro influenza, si ottiene una provvista di queste necessità per gli alberi e per i raccolti. In altre parole, bruciando lo spirito della vegetazione in un fuoco che rappresenta il sole, ci si assicura che, almeno per un certo tempo, la vegetazione avrà abbondanza di sole. (Frazer 2016: LXIV)

Un elemento comune ai due episodi tolkieniano e kingiano che si può forse essere notato è la presenza in entrambi di sfere magiche di chiaroveggenza, il palantir di Denethor e l’Iride di Roland (la sfera del titolo). Il loro ruolo è cruciale e fortemente analogo, e può rappresentare una comune presa di distanza da Frazer sul piano particolare/universale. Entrambe le sfere furono create per un buon fine, quello di ampliare la conoscenza, ma entrambe si rivelarono ritorcersi contro chi le utilizzava, per quanto saggio o grande. Denethor vi scorse le soverchianti armate di Sauron e ne fu ingannato nel credere che la disfatta fosse inevitabile, mentre Roland vide la Torre Nera e pensò di dover lasciare indietro Susan per raggiungere il suo destino. Nessuno dei due vide il falso, ma entrambi sbagliarono a interpretare, fuorviati dalle entità malvagie che si erano insediate nelle sfere. Vedere troppo, al di là della propria capacità di lettura, può essere una metafora dell’antropologia comparativa, che secondo Tolkien e King rischia di restare cieca a quei dettagli in cui, si sa, sta il diavolo, come scoprono a loro spese Denethor e Roland. Il primo crede che al suo caso si applichino bene tradizioni morte da lungo tempo, al secondo sfugge proprio che analoghe tradizioni possono essere rievocate. Ma qui in King non c’è riferimento, nemmeno obliquo, al Cristianesimo.

Frazer e George R.R. Martin

George R.R. Martin è l’autore della fortunata serie di romanzi Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, iniziata nel 1996 e tuttora incompiuta, che comprende, dei sette romanzi previsti, i cinque pubblicati A Game of Thrones, A Clash of Kings, A Storm of Swords, A Feast for Crows e A Dance with Dragons. I rimanenti due volumi dovrebbero intitolarsi The Winds of Winter e A Dream of Spring. Esiste anche un prequel, Fire and Blood, pubblicato nel 2018. Dai romanzi è stata tratta la serie Cult HBO Game of Thrones, premiata con numerosi Emmy, e in autunno 2022 è stata lanciata la nuova serie ispirata al prequel.

Martin è un personaggio schivo quanto ad ammettere influenze, ma ha sempre confessato il debito verso Tolkien:

Nella costruzione generale, proprio il capolavoro di Tolkien è stato il mio modello. L’autore inglese inizia da un particolare, da una scena quasi familiare, la festa di compleanno di Bilbo nella Contea, un piccolo angolo dimenticato della Terra-di-mezzo. Da lì, i personaggi si aggiungono lentamente e la scena si allarga sempre più. (…) In seguito, avviene il contrario: da un certo punto, si perdono pezzi.(…) Si ha la sensazione che mentre il gruppo cerca di riunirsi il mondo diventi sempre più grande. L’ottica si allarga sempre più per seguire tutti i differenti percorsi. Il mio schema è stato molto simile. Si inizia a Winterfell e tutti eccetto Daenerys si trovano lì. Anche personaggi che non vi appartengono come Tyrion. Partono tutti insieme e lentamente iniziano a dividersi. In un certo senso la mia saga è più grande del Signore degli Anelli perché i personaggi da seguire sono moltissimi e ci sono molte separazioni. È sempre stato il mio intento, come avviene nel Signore degli Anelli: i protagonisti si separano tutti per poi tornare a riunirsi di nuovo tutti insieme.
(https://www.jrrtolkien.it/2011/11/11/george-r-r-martin-parla-di-j-r-r-tolkien/)

Non c’è dubbio quindi che se non altro anche nel caso di Martin si possa parlare di influenza mediata di Frazer. Ma Martin lo ha letto direttamente? Così la pensa S. Sharland, autore dell’articolo “Bran the Broken: Classical precedents for the figure of Bran Stark in GRR Martin’s A Song of Ice and Fire novels and in the Game of Thrones television series”, pubblicato su Akroterion nel 2019. Con lui Emrah Oztürk, autore dell’articolo “Re-Defining the Villain in A Song of Ice and Fire from the Aspect of Totemism”, pubblicato sulla rivista Religion nel 2020. Il primo, in riferimento al re veggente paralitico Bran, scrive in rapporto a una citazione di Frazer che “è stato a lungo osservato che la regalità spesso coincideva con i poteri magici o le capacità del veggente in un’ampia gamma di primitive società umane” (Sharland 2019: 149, t.d.a.). Il secondo commenta il fatto che nel nord di Westeros, il continente di ambientazione, si venerino gli alberi diga scrivendo: “Il concetto di adorare gli alberi può essere ricondotto a religioni primitive e arcaiche. Sir James George Frazer ha affermato che è uno dei più antichi tipi di culto della storia” (Oztürk 2020: 5, t.d.a.).

Tuttavia, è da un’altra fonte che si ricava un’indicazione più diretta. Martin ha infatti curato l’ambientazione del videogioco fantasy Elden Ring (2022), all’interno del quale il giocatore può trovare un oggetto magico chiamato “The Prince of Death’s Cyst” (la Cisti del Principe della Morte). La descrizione dell’oggetto sul sito IGN, presa dal gioco, dice:

La Cisti del Principe della Morte è uno degli oggetti talismani in Elden Ring che può aumentare le resistenze se indossato. Infatti, deriva dal Principe della Morte, rampollo del ramo d’oro e Primo dei Morti tra gli esseri celesti (https://www.ign.com/wikis/elden-ring/Prince_of_Death’s_Cyst, t.d.a.)

Anche se il titolo di “rampollo del ramo d’oro” è lasciato senza una spiegazione, è molto probabile che sia una voluta citazione di Frazer. Quanto alla religione, Martin dichiarò: “Suppongo di essere un Cattolico non praticante. Mi potresti scambiare per un ateo o un agnostico. Trovo la religione e la spiritualità affascinante. Mi piacerebbe credere che non finisca tutto qui e che ci sia di più al di là, ma non riesco a convincere la mia parte razionale che ciò possa avere un qualsiasi senso” (https://ew.com/article/2011/07/12/george-martin-talks-a-dance-with-dragons/, t.d.a.). Dunque Martin, se ha letto Frazer, propende sicuramente di più verso la scienza, mentre resta da osservare la sua posizione sul particolare e il generale.

Le pire di Daenerys e Shireen: roghi sacrificali e propiziatori in George R.R. Martin

Il primo volume della serie di Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è intitolato A Game of Thrones, ma solo da poco la serie è stata riedita in italiano nel formato originale e il primo volume rititolato Gioco di troni, mentre in precedenza i cinque volumi erano stati divisi in due o tre volumetti ciascuno, con titoli inventati e pessime traduzioni. Nel primo romanzo, una delle narrazioni intrecciate segue la giovane principessa Daenerys del decaduto casato Targaryen, spodestato ai tempi di suo padre Aerys. Ella viene venduta dal fratello Viserys in matrimonio al capo, o Khal, Drogo dell’orda barbarica dei Dothraki in cambio della promessa che invaderanno Westeros e lo reinsedieranno sul Trono di Spade. In realtà questa promessa è continuamente dilazionata, così Viserys minaccia la sorella davanti Drogo e per punizione viene ucciso versandogli oro fuso in testa: “Una corona per un re!” Daenerys intanto aspetta un figlio da Drogo ed è profetizzato che il bambino sarà “lo stallone che monterà il mondo”, ma Drogo muore per una ferita infetta e Daenerys dà vita a un bambino morto. Allora ella sale sulla pira funebre accesa del marito con le tre uova di drago dono di nozze e ne emerge illesa allo spegnersi delle fiamme con tre piccoli draghi. É l’inizio della sua leggenda. E possiamo vedere come anche Martin abbia il dono del pathos:

Ser Jorah stava urlando dietro di lei, ma non aveva più importanza, contava solo il fuoco. Le fiamme erano così belle, le cose più belle che avesse mai visto, ognuna uno stregone vestito di giallo, arancione e scarlatto, che vorticava lunghi mantelli fumosi. Vide leoni di fuoco cremisi e grandi serpenti gialli e unicorni fatti di fiamme azzurre; vide pesci e volpi e mostri, lupi e uccelli luminosi e alberi in fiore, uno più bello dell’altro. Vide un cavallo, un grande stallone grigio coperto di fumo, la sua criniera fluente un’aura di fiamma blu. Sì, amore mio, mio sole e stelle, sì, monta ora, cavalca ora.
La sua veste aveva cominciato a bruciare sotto la cenere, quindi Dany la scrollò di dosso e la lasciò cadere a terra. La pelle dipinta esplose in una fiamma improvvisa mentre lei si avvicinava al fuoco, i suoi seni nudi sotto il fuoco, rivoli di latte che scorrevano dai suoi capezzoli rossi e gonfi. Ora, pensò, ora, e per un istante intravide Khal Drogo davanti a sé, montato sul suo stallone fumoso, una frusta fiammeggiante nella sua mano. Sorrise, e la frusta serpeggiò verso la pira, sibilando. (…)
Sentì le urla di cavalli spaventati, e le voci dei Dothraki levarsi in grida di paura e terrore, e Ser Jorah che la chiamava e imprecava. No, voleva gridargli, no, mio buon cavaliere, non temere per me. Il fuoco è mio. Sono Daenerys Stormborn, figlia di draghi, sposa di draghi, madre di draghi, non vedi? NON VEDI? Con un’eruzione di fiamme e fumo che raggiunse i trenta piedi nel cielo, la pira crollò e cadde intorno a lei. Senza paura, Dany si fece avanti nella tempesta di fuoco, chiamando i suoi figli. (Martin 2002: 672-673, t.d.a.)

Il riferimento agli stregoni e agli alberi in fiore tra le cose che Daenerys vede nelle fiamme sembra anch’esso espressamente frazeriano, dal momento che abbiamo visto come le due finalità concomitanti del rogo umano per Frazer sono l’eliminazione della strega e la fertilizzazione della vegetazione. Anche Daenerys, come Susan, è giovane e atta a rappresentare lo spirito della vegetazione, ma la particolarità qui è che Daenerys sopravvive.

Quando alla fine il fuoco si spense e il terreno divenne abbastanza fresco da poterci camminare sopra, ser Jorah Mormont la trovò in mezzo alla cenere, circondata da tronchi anneriti e pezzi di brace ardente e dalle ossa bruciate di un uomo, di una donna e di uno stallone. Era nuda, ricoperta di fuliggine, i suoi vestiti erano diventati cenere, i suoi bei capelli tutti
arsi via… eppure era illesa.
Il drago crema e oro si allattava al suo seno sinistro, il verde e bronzo a destra. Le sue braccia li tenevano stretti. La bestia nera e scarlatta era appollaiata sulle sue spalle, il lungo collo sinuoso arrotolato sotto il mento. Quando vide Jorah, alzò la testa e lo guardò con occhi rossi come carboni.
Senza parole, il cavaliere cadde in ginocchio. Gli uomini del suo kha si avvicinarono dietro di lui. Jhogo fu il primo a deporre il suo arakh ai suoi piedi. «Sangue del mio sangue» mormorò, spingendo il viso sulla terra fumante. “Sangue del mio sangue”, sentì l’eco di Aggo. «Sangue del mio sangue», gridò Rakharo.
E dopo di loro vennero le sue ancelle, e poi gli altri, tutti i Dothraki, uomini, donne e bambini, e Dany doveva solo guardarli negli occhi per sapere che erano suoi ora, oggi e domani e per sempre, suoi come non lo erano mai stati di Drogo.
Quando Daenerys Targaryen si alzò in piedi, il suo drago nero sibilò, mentre fumo pallido gli fuoriusciva dalla bocca e dalle narici. Gli altri due si staccarono dai suoi seni e aggiunsero le loro voci al richiamo, ali trasparenti che si spiegavano e agitavano l’aria, e per la prima volta in centinaia di anni, la notte si animò con la musica dei draghi. (Martin 2002: 673-674, t.d.a.)

In The Dying God di Frazer leggiamo di un uomo serpente che confessa la sua natura alla moglie: “Egli raccontò la storia meravigliosa e, tuffandosi in uno stagno, scomparve alla vista. La sua povera moglie era inconsolabile per la sua affrettata partenza, e nel mezzo del suo dolore e del suo rimorso nacque suo figlio. Ma invece di rallegrarsi per la nascita, si fece una pira funeraria e morì tra le fiamme. In quel momento apparve sulla scena un brahmano, e vide il bambino abbandonato che giaceva al riparo e custodito da un grande serpente incappucciato. Era il padre serpente che proteggeva suo figlio” (Frazer 1920: 133, t.d.a.). Non possiamo sapere se questa sia la fonte di Martin, ma i parallelismi sono evidenti.

Allo stesso tempo, è da rilevare che, se Martin si inserisce nel solco delle tradizioni germaniche e orientali riscontrate da Frazer in merito al sacrificio dei congiunti sulla pira funebre di un guerriero, un capo o un dio, tuttavia l’esempio di Daenerys presenta una unicità paragonabile alla vicenda cristica, o forse più precisamente dovremmo dire all’episodio di Sadràch, Mesàch e Abdènego nel libro di Daniele:

16 Sadràch, Mesàch e Abdènego risposero al re Nabucodònosor: «Re, 17 sappi che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. 18 Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dei e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto». 19 Allora Nabucodònosor, acceso d’ira e con aspetto minaccioso contro Sadràch, Mesàch e Abdènego, ordinò che si aumentasse il fuoco della fornace sette volte più del solito. 20 Poi, ad alcuni uomini fra i più forti del suo esercito, comandò di legare Sadràch, Mesàch e Abdènego e gettarli nella fornace con il fuoco acceso. (…) 21 Furono infatti legati, vestiti come erano, con i mantelli, calzari, turbanti e tutti i loro abiti e gettati in mezzo alla fornace con il fuoco acceso. (…) 24 Essi passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore. (…) 91 Allora il re Nabucodònosor rimase stupito e alzatosi in fretta si rivolse ai suoi ministri: «Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?». «Certo, o re», risposero. 92 Egli soggiunse: «Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dei». (…) 94 Quindi i satrapi, i prefetti, i governatori e i ministri del re si radunarono e, guardando quegli uomini, videro che sopra i loro corpi il fuoco non aveva avuto nessun potere; che neppure un capello del loro capo era stato bruciato e i loro mantelli non erano stati toccati e neppure l’odore del fuoco era penetrato in essi. 95 Nabucodònosor prese a dire: «Benedetto il Dio di Sadràch, Mesàch e Abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui[».] (…) 97 Da allora il re promosse Sadràch, Mesàch e Abdènego a cariche pubbliche nella provincia di Babilonia. (Daniele 3, 16-21, 24, 91-92, 94-95, 97)

Per giunta, nella versione più estesa de Il Ramo d’oro si trova che “tra gli Eschimesi dello Stretto di Bering è noto che uno sciamano si brucia vivo nell’aspettativa di tornare in vita con poteri molto più forti di quelli che aveva posseduto prima” (Frazer 1920: 43).

Ultima osservazione in merito a Daenerys è che, anche se nel suo caso non si presentano sfere di cristallo, il tema della preveggenza e della profezia è comunque presente tramite la strega Mirri Maaz Dur, che è la donna bruciata col marito e il cavallo sopra menzionata, punita per avere offerto profezie ingannevoli. Il tema ricorre nel mito di Baldr, che una profezia diceva vulnerabile solo al vischio, nel racconto indiano, dove l’uomo serpente aveva saputo che rivelare la sua natura lo avrebbe separato dalla moglie, e in Daniele, quando l’omonimo profeta decifra gli enigmi di Nabucodonosor.

Invece, la serie TV tratta dai romanzi, Game of Thrones, ha inserito un altro rogo, stavolta tragico, che è assente nella versione letteraria: si tratta del sacrificio di Shireen Baratheon, la figlia del pretendente al trono Stannis, officiato dalla strega Melisandre con il consenso di Stannis stesso e persino di fronte alla madre Selyse che approva. Anche nella semplice sceneggiatura, la scena è straziante:

MELlSANDRE: Ascoltaci ora, mio Signore.
SHlREEN: Non puoi farlo!
MELlSANDRE: Per te offriamo questa ragazza…
SHlREEN: Per favore!
MELlSANDRE: …che tu possa purificarla con il tuo fuoco, e che la sua luce ci guidi.
SHlREEN: No, per favore, fammi vedere mio padre.
MELlSANDRE: Se non agiamo, moriremo tutti di fame qui. Tutti noi. Ma se facciamo questo sacrificio… Accetta questo segno della nostra fede, mio Signore, e guidaci dalle tenebre. Signore della Luce, mostraci la via.
SHlREEN: Madre, per favore! -Madre!
STANNIS: Non possiamo.
SELYSE: Non c’è altro modo. Lei ha sangue di re.
SHlREEN: Per favore, non farlo! Per favore non farlo!
MELlSANDRE: Signore della Luce, proteggici.
SHlREEN: Padre, per favore!
MELlSANDRE: Perché la notte è buia e piena di terrori.
SHlREEN: Padre, non farlo! Per favore! Madre, no! Per favore aiuto! Non farlo! Per favore, padre! Madre, aiuto!
SELYSE: No.
SHlREEN: No per favore! Non farlo! Non farlo, per favore, mamma! Per favore, mamma! Aiuto! Madre, aiuto! Per favore, non farlo, mamma! Per favore, mamma! Per favore! No!
(https://subslikescript.com/series/Game_of_Thrones-944947/season-5/episode-9-The_Dance_of_Dragons, t.d.a.)

Ancora una volta, la vittima viene bruciata per purificarla, in questo caso perché malata, e il suo sacrificio serve a sfamare, ovvero ha una funzione fertilizzante, anche metaforicamente. Infine, la vittima designata è proprio lei perché ha sangue di re, che è un componente magico potentissimo sia nella serie che nei libri, ancora una volta conformemente alla teoria frazeriana.

Ne risulta che Martin propende per la scienza e il particolare, quindi è ancora più vicino a Frazer che King, pur mantenendosi anche lui in relazione a Tolkien, forse più a livello narratologico.

Frazer e George Lucas

Come scrive Michael Hartinger per la James Madison University, “Certi franchise di intrattenimento come Harry Potter (1997-2007) di J. K. Rowling o Star Wars (1977-83) di George Lucas non esisterebbero se Tolkien non avesse aperto le porte che hanno reso popolare questa forma di narrazione” (Hartinger 2018: 5, t.d.a.). Se si può credere a DIALOGUE: A Journal of Mormon Thought: “Le influenze su George Lucas di J.R.R. Tolkien sono stati discussi (vedi TIME, 2 gennaio 1978). Sir Alec Guinness, che interpretava il cavaliere Jedi, era ben consapevole della somiglianza di Obi-Wan Kenobi con Gandalf, e recitò la parte di conseguenza. Per quanto riguarda la sua nemesi, Darth Vader, porta esattamente lo stesso titolo, “Dark Lord”, del cattivo invisibile de Il Signore degli Anelli” (Urrutia 1978: 100, t.d.a.). Anche in questo caso, dunque, vi è un influenza indiretta di Frazer su Lucas mediante Tolkien.

Una seconda conferma indiretta della conoscenza lucasiana di Frazer è la familiarità del regista con Joseph Campbell, testimoniata ad esempio da Cass R. Sunstein:

Star Wars offre una versione moderna di un racconto universale: il Viaggio dell’Eroe. Lucas era consapevole di questo, attingendo direttamente dal libro incredibilmente influente di Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, che espone gli eventi centrali della vita che uniscono innumerevoli miti. (Lucas ha descritto Campbell come “il mio Yoda”.) Nei suoi elementi essenziali, il viaggio dell’eroe è la storia di Gesù Cristo, Buddha, Krishna e Maometto, e anche Spider-Man, Superman, Batman, Jessica Jones e Luke Skywalker (e anche Anakin, e anche Rey, e forse Finn e Kylo). (Sunstein 2016: Introduction, t.d.a.)

Nel testo appena citato di Campbell, Frazer è citato 9 volte, per non parlare di altre decine nei quattro volumi di Le maschere di Dio, tanto che Edward James e Farah Mendlesohn tracciano una linea diretta da Frazer a Lucas attraverso Campbell: “In parte grazie agli sviluppi dell’antropologia strutturale (tra cui The Golden Bough (1890–1915) di James Frazer, che rilevava le ripetizioni tra miti diversi), alcuni modelli di eroe e narrativa iniziarono a essere riconosciuti all’interno della narrativa. L’eroe dai mille volti (1949) di Joseph Campbell descrive un monomito che si è dimostrato più visibile (perché ricercato) in Star Wars (1977)” (James e Mendlesohn 2012: 99, t.d.a.). Quanto alla religione, Lucas si esprime in termini più vicini a quelli di Tolkien:

George Lucas in diverse interviste ha spiegato che Star Wars era un progetto di educazione religiosa e che voleva che la Forza nei film ispirasse curiosità sul divino nel suo giovane pubblico (cfr. Davidsen 2016, 381–382). Mentre Lucas in queste interviste non sposa una credenza nella Forza, riconosce che la nozione di Forza è stata ispirata dal cristianesimo, dal buddismo e da altre religioni del mondo reale, ancorando così, se non altro in un senso debole e derivato, il mondo immaginario nel mondo reale (Davidsen 2016: 541)

Eppure, Lucas è il contrario di Tolkien nel propendere per il generale, dunque è più vicino a Frazer di quanto sia il Professore di Oxford, o Stephen King.

Le pire jedi: roghi funerari in Star Wars

Si può concludere dunque osservando come in Star Wars solamente ai nobili cavalieri jedi è riservata la cremazione, un metodo di sepoltura riscontrato in numerose occasioni da Frazer, ad esempio nel Capitolo VIII in Cambogia:

Contrariamente all’uso comune del paese, che consiste nel seppellire i morti, i corpi dei due mistici monarchi sono bruciati, ma le loro unghie e alcuni dei denti e delle ossa sono religiosamente conservati come amuleti. (Frazer 2016: VIII)

Anche se del corpo dei jedi non resta nulla, l’esclusiva pertinenza dell’usanza per i capi è significativa. Così si trova anche in Malabar, dove l’onore è riservato ai re chiamati Samorin, cremati in gran pompa:

Il re di Calicut, sulla costa del Malabar, porta il titolo consuetudinario di Samorin o Samory, che nella lingua nativa significava “Dio in terra”. (…) Era un’antica usanza che i Samorin regnassero solo dodici anni e non più. (…) Prima faceva festa per tutta la sua nobiltà e corte, che erano molto numerosi. Dopo il banchetto salutava i suoi ospiti, saliva sul patibolo e si tagliava molto discretamente la gola davanti agli occhi dell’assemblea, e il suo corpo era, poco dopo, bruciato con grande sfarzo e cerimonia, e i grandi eleggevano un nuovo Samorin. (Frazer 1920: 47-48, t.d.a.)

Una “delega del dovere di morire per il suo Paese” (53) era attribuita dagli antichi sovrani di Java a una famiglia i cui membri ricevevano di conseguenza un “gran funerale” (54) venendo cremati, e “alla cremazione partecipavano gli ufficiali del Sultano, i grandi, le truppe e la gente comune” (53). I jedi non si suicidano, ma l’esclusiva della cremazione permane. In Laos “le spoglie di un capo o altra persona importante vengono cremate.” (97) e “tra gli Angoni dell’Africa Centrale Britannica, (…) il cadavere di un capo viene bruciato” (156, n. 2).

Si dimostra senz’altro probabile, pertanto, che Lucas si sia lasciato ispirare da Frazer proprio in questo aspetto.

Conclusioni

Lo studio dei roghi sacrificali, propiziatori e funerari in Tolkien, King, Martin e Lucas ha permesso di chiarire le loro posizioni rispetto a Frazer su due assi, religione-scienza e particolare-generale. Se Frazer propende per scienza e generale, Tolkien al contrario preferisce religione e particolare, ma Stephen King antepone il particolare ma non sa decidersi su scienza e religione, GRR Martin preferisce la scienza e il particolare e George Lucas sceglie la religione e il generale. Il più vicino al metodo di Frazer è dunque Lucas, ma alle finalità Martin, e l’inquietudine evocata dalla ricerca frazeriana è meglio rievocata da entrambi King e Martin, mentre Tolkien si distanzia volutamente da Frazer e dagli altri tre autori su tutti tali aspetti.

Bibliografia

Clute, John e John Grant (cur.). Encyclopedia of Fantasy. London: Orbit Books, 1999.

Davidsen, Marcus A. “The religious affordance of fiction: a semiotic approach”. Religion, Vol. 46, No. 4 (2016): 521-549.

Frazer, James George. Il Ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione. Torino: Bollati Boringhieri, 2016.

Frazer, James George. The Dying God. London: Macmillan & Co., 1920.

Hartinger, Michael. Of the silmarils and the ring: J. R. R. Tolkien’s fiction and the importance of creation and art. Senior Honors Projects, 2010-current: James Madison University, 2018.

James, Edward e Farah Mendlesohn (cur.). The Cambridge Companion to Fantasy Literature. Cambridge: Cambridge University Press, 2012.

King, Stephen. La sfera del buio. Milano: Pickwick, 2019.

King, Stephen. “The Mangler” in Night Shift. New York: Doubleday, 2009 (1st ed. 1976). Inizialmente pubblicato in The Cavalier, Dicembre 1972.

Martin, George R.R. A Game of Thrones. New York: Bantam, 2002.

Morus, Iwan Rhys. “”Uprooting the Golden Bough”: J.R.R. Tolkien’s Response to Nineteenth Century Folklore and Comparative Mythology”. Mallorn, Vol. 27 (1990): 5-9.

Oztürk, Emrah. “Re-Defining the Villain in A Song of Ice and Fire from the Aspect of Totemism”. Religion, Vol. 11, No. 7 (2020): https://www.mdpi.com/2077-1444/11/7/360

Scull, Christina, and Wayne G. Hammond. The J.R.R. Tolkien Companion and Guide, Vol. 2: Reader’s Guide. London: Harper Collins, 2017.

Sharland, S. “Bran the Broken: Classical precedents for the figure of Bran Stark in GRR Martin’s A Song of Ice and Fire novels and in the Game of Thrones television series”. Akroterion, Vol. 64 (2019): https://akroterion.journals.ac.za/pub/article/view/1010

Shippey, Tom. The Road to Middle-earth: How J.R.R. Tolkien devised a New Mythology. London: Harper Collins, 2003.

Stableford, Brian. The Historical Dictionary of Fantasy Literature. Lanham, MD: Scarecrow Press, 2005.

Sunstein, Cass R. The World According to Star Wars. London: Harper Collins, 2016.

Tolkien, John Ronald Reuel. The Lord of the Rings. London: Harper Collins, 2005.

Urrutia, Benjamin. “The Force that can be explained is not the true Force”. DIALOGUE: A Journal of Mormon Thought, Vol. 11, No. 3 (Autunno 1978): 100-101.

Vickery, John B. The Literary Impact of The Golden Bough. Princeton: Princeton University Press, 1973.

Sitografia

Blake, John. “The Gospel of Stephen King”, CNN, 2012:

https://religion.blogs.cnn.com/2012/06/02/the-gospel-of-stephen-king/

Crovi, Luca. “Le mille e una notte della Torre Nera”, Il Giornale, 2012:

https://www.ilgiornale.it/news/cultura/mille-e-notte-torre-nera-855759.html

Game of Thrones (HBO), Season 5, Episode 9 screenplay:

https://subslikescript.com/series/Game_of_Thrones-944947/season-5/episode-9-The_Dance_of_Dragons

IGN, Descrizione oggetto “Prince of Death’s Cyst”, videogioco Elden Ring, 2022:

https://www.ign.com/wikis/elden-ring/Prince_of_Death’s_Cyst

Intervista a George R.R. Martin, 12 luglio 2011:

https://ew.com/article/2011/07/12/george-martin-talks-a-dance-with-dragons/

Intervista a George R.R. Martin, 11 novembre 2011:

George R.R. Martin parla di J.R.R. Tolkien

Stephen King, Children of the Corn:

https://stephenking.com/works/short/children-of-the-corn.html

Il Campo di Rose di Can’ka-no rey: Pensieri sulla saga de La Torre Nera di Stephen King

“Hile, Pistolero. Lunghi giorni e piacevoli notti! Prendi posto. Vuoi del tabacco? Hai percorso una lunga strada attraverso i mondi e adesso voglio raccontarti una storia. Non ridere! Ma una volta avevo intenzione di creare una mitologia – da dedicare semplicemente agli Stati Uniti d’America – alla mia terra”.

O così leggeremmo alla fine del settimo libro della saga de La Torre Nera se Roland di Gilead fosse Stephen King e Stephen King fosse Tolkien e Tolkien fosse Gan. Che significa? Non lo so, e di certo non lo potete sapere se non avete letto la saga, ma non avevo detto che sarei stato bravo a spiegarmi. Forse non è questo il mio scopo.

Forse ne possiamo però trarre qualcosa in merito alla sostituzione dell’Inghilterra con gli Stati Uniti. Quando scriveva Tolkien, l’Inghilterra era il centro del mondo. Oggigiorno, già da tempo, e nonostante prima l’avanzata dell’URSS e oggi il ruolo ancora della Russia e in più della Cina, comunque sono gli Stati Uniti a governare gli equilibri mondiali in maniera preponderante, se non altro perché è lì che si concentra il potere economico e mediatico, anche al di là della superiorità militare.

Sicuramente una parte del motivo per cui Tolkien ha avuto ed ha tanto seguito è proprio che nel dare una mitologia al paese che ha dato forma al mondo moderno, inevitabilmente ha dato una mitologia al mondo intero, anche agli Stati Uniti che dopotutto rimangono figli della madrepatria. Ma oggi si esaurisce tutto in questo? Penso di no, penso che comunque proprio perché come dice Aragorn il Bene e il Male non cambiano mai allora anche la mitologia americana, che inevitabilmente è una mitologia contemporanea, potrà comunque essere “antica”, nel senso di allinearsi agli stessi archetipi.

Lo dice già il titolo italiano del primo volume della serie, dove il Pistolero Roland è detto “L’ultimo cavaliere”, e in effetti è un’espressione usata da Stephen King stesso, che attribuisce ai Pistoleri un vero e proprio codice cavalleresco non da meno di quello dei cavalieri veri e propri, anzi sembrerebbe persino più vincolante perché metafisicamente inteso, violare il codice equivale a decadere da Pistolero al di là del controllo di qualsiasi ordine sociale, ma di per sé, in maniera assoluta. Mentre chi scrive del medioevo come GRR Martin ci presenta cavalieri che portano questo nome solo di facciata e poi si danno alle rapine, agli stupri e alle truffe, ecco King che ci presenta l’equivalente di Clint Eastwood che se viene meno alla parola data non saprà più se le sue pallottole andranno a segno. Ecco, forse adesso riesco a spiegarmi un pò meglio.

ATTENZIONE: DI QUI IN POI E’ SPOILER

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“L’uomo in nero fuggì nel deserto e il Pistolero lo seguì”

Così inizia il primo volume, e poi torna indietro, a raccontarti come ci si arriva. Ma lo racconta davvero? No, in fondo sappiamo solo qualcosa degli ultimi giorni del pistolero nel deserto all’interno di un inseguimento che sembra protrarsi da anni. L’ultima vittima di questa caccia è la cittadina di Tull, spazzata via da Roland perché gli abitanti erano posseduti dai demoni invocati dall’uomo in nero. E’ una sorta di caricatura biblica grottesca che serve bene a rendere l’immagine del potere demoniaco posseduto dall’uomo in nero, e suggerire perché Roland vuole ucciderlo. Ma vuole proprio ucciderlo? In realtà, lo scopo di Roland è ricevere da questa fantomatica figura le informazioni necessarie per trovare la strada per la Torre Nera. Nelle caverne delle montagne come Gandalf a Moria, Roland dovrà sacrificare il ragazzo Jake, “il suo Isacco” (cito l’uomo in nero), per raggiungere finalmente la sua nemesi e tenere conciliabolo, come si dice nel Medio-Mondo (ricorda qualcosa? la Terra di Mezzo? ma dai…).

Quello che Roland ne ricava è una lettura di tarocchi (anticlimax da brividi) da cui si rileva il contenuto del secondo volume: Roland aprirà tre porte e ne verranno fuori i suoi tre compagni. In realtà la terza porta serve a ricongiungere le personalità della sua schizofrenica seconda compagna, l’attivista nera Susannah Odetta Holmes, direttamente da New York, da cui viene anche il primo compagno Eddie Dean e da cui veniva anche Jake, che alla fine recuperano nel terzo volume nonostante sia morto. Si, perché ci sono molte realtà parallele, e in ognuna di esse possono trovarsi diverse versioni delle stesse persone. Sempre nel terzo volume il gruppo trova un buffo animaletto, il bimbolo Oy, che diventa una sorta di quarto membro della loro compagnia o ka-tet, un gruppo unito dal Fato, e sempre nel terzo volume si imbattono nel sentiero di uno dei Vettori che conducono alla Torre Nera, incamminandosi nella sua direzione.

Il quarto volume è occupato quasi interamente dal lungamente atteso e straziante racconto del passato di Roland e di come abbia perso il suo amore Susan nella sua primissima missione da pistolero nella città provinciale di Mejis, mentre il quinto è dedicato alla lotta per difendere un analogo villaggio di frontiera da misteriosi razziatori di bambini noti come Lupi. Nel sesto volume Susannah, rimasta incinta di un demone, partorisce un bambino figlio del satanico Re Rosso, e viene rivelato che padre e figlio sono avversari designati che Roland dovrà abbattere per giungere alla Torre, il che avviene nell’ultimo volume, aprendo l’accesso al centro di tutta la realtà, sulla cima del quale si trova Gan, o Dio.

Nonostante abbia avvisato degli spoiler non parlerò ugualmente del finale perché è ancora troppo vicino il ricordo e l’emozione, ma una cosa va detta, qualsiasi cosa abbia a che fare con Robert Browning e il suo Childe Roland shakespeariano noto anche a Tolkien: il viaggio attraverso le molteplici versioni alternative degli Stati Uniti è qualcosa che si avvicina clamorosamente ad essere l’incubo, il sogno, e la realtà del mondo intero al giorno d’oggi, quando ovunque c’è un MacDonald e un Burger King, tutti andiamo a prendere il caffè da Starbucks, guardiamo gli stessi programmi e serie TV e navighiamo lo stesso internet, ordinando le nostre consegne dallo stesso Amazon. Che di qui sappiamo trovare la strada del Vettore che conduce alla Torre dipende forse dal Fato, o come direbbe Roland dal ka, ma anche da noi.

“With magic in my eyes”: Recensione di “Lyonesse” di Jack Vance

La poesia “Lyonnesse” di Thomas Hardy (1914) nella sua ultima strofa recita:

When I came back from Lyonnesse
With magic in my eyes,
All marked with mute surmise
My radiance rare and fathomless,
When I came back from Lyonnesse
With magic in my eyes!

Devo dire che anch’io, nell’emergere dalla lettura del romanzo “Lyonesse” di Jack Vance, mi sento un po’ come il viaggiatore di cui parla Hardy, che torna dalla leggendaria isola poi sprofondata nell’Atlantico, al largo del capo estremo di Cornovaglia, “con la magia negli occhi”.

Infatti, la lettura del libro di Vance è come una rocambolesca cavalcata in un mondo alieno e meraviglioso, capace di stupire e capovolgere le aspettative del lettore in ogni sua svolta, commuovendo, divertendo, e tenendo con il fiato sospeso per quasi 500 pagine che vanno giù in un attimo come acqua. Tenere dietro alla fantasia sbrigliatissima dell’autore, che ha molto di quella che Tolkien chiamava “la folle bellezza (…) celtica”, è un vero e proprio piacere per cui si rimandano volentieri altre letture e, potendo, anche altri impegni e lo stesso sonno, specialmente nella seconda metà del romanzo.

La prima metà è suggestiva e serve benissimo a creare i presupposti e disegnare l’ambientazione per ciò che accadrà dopo, è anch’essa scorrevole e non annoia, ma non è nemmeno subito il fulmicotone della seconda parte, dal momento che narra soprattutto la nascita e crescita della principessa Suldrun alla corte di Lyonesse e le preoccupazioni di suo padre il re Casmir di intessere buone relazioni diplomatiche con i regni vicini al fine di assicurarle un buon matrimonio, essendogli stato profetizzato che dal matrimonio di Suldrun dipenderà tutto.

L’unico difetto che ho trovato nel romanzo è la forzatura dell’anticlericalismo dell’autore dentro una narrazione che avrebbe potuto farne tranquillamente a meno, risultando tralaltro anche più credibile, senza costringere il lettore a interrompere la sospensione dell’incredulità per notare quanto anticristiano sia Vance. Dal momento che la religione ha un ruolo del tutto marginale, per non dire nessuno, nella narrazione, sarebbe stato opportuno non contrabbandare in questo contesto un discorso in sè così serio. Si tratta comunque di un difetto marginale dal momento che probabilmente non infastidirà molto i non Cristiani, e i Cristiani possono facilmente ignorare questo difetto e godersi il resto.

In conclusione, e nell’attesa di leggere gli altri due volumi della trilogia, devo dire che le mie aspettative erano molto alte, ma nonostante ciò non sono state deluse, anzi in diversi momenti sono rimasto piacevolmente sorpreso e persino spiazzato dalle scelte di Vance, sia in termini di narrazione sia di stile. Non leggevo una serie fantastica per me nuova con piacere così grande da quando scoprii la serie di Ambra di Roger Zelazny, e in fin dei conti devo per di più constatare che Lyonesse è anche meglio. Imperdibile.

Tolkien, Douglas Adams e Monty Python e il senso della vita

Il senso della vita spesso risiede nelle cose semplici

La domanda sul senso della vita, anche formulata come: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” è una delle più antiche della filosofia, e forse dell’uomo in generale, ancora prima che esistesse l’idea di filosofia. Se poco possiamo sapere delle ere antidiluviane di cui forse ci resta giusto qualche graffito e delle ipotesi, di certo gli antichi Egizi vedevano l’esistenza come una semplice preparazione e prefigurazione della vita nell’aldilà, una concezione che si riscontra anche in molti altri popoli pagani anche in altre epoche e zone del globo, dai Vichinghi ai Precolombiani. Se questa idea può sembrare privare di valore la vita terrena, “anticamera della vita” direbbe qualcuno, ciò non sempre è vero: ad esempio, per i Zoroastriani già su questa terra siamo chiamati a fare la nostra parte nella guerra cosmica tra il dio della luce, Ahura Mazda, e il dio delle tenebre, Angra Mainyu. Avendo citato i Vichinghi, ricordiamo che anche per loro la vita era uno scontro tra le potenze luminose di Asgard, capeggiate da Odin, e le potenze oscure, comprendenti giganti, lupi, draghi, e così via.

Una sintesi alquanto imprecisa del senso della vita nelle diverse scuole di pensiero

Tra i primi filosofi, poi, se Socrate rimaneva nel vago identificando il senso della vita con la stessa ricerca, potenzialmente infinita, della verità, il suo allievo Platone era più definitorio e, se da un lato individuava lo scopo ultimo dell’uomo nel ritorno al suo mitico reame delle idee al di là del cielo, dall’altro affermava anche che sapere di questa meta ultima non doveva estraniare dal mondo, ma al contrario portare gli uomini a farsi “collaboratori degli dei” vivendo bene le loro vite e amministrando le città con giustizia. Da ciò derivava poi la posizione dell’allievo di Platone, Aristotele, che sosteneva che l’uomo dovesse puntare soprattutto a un’esistenza priva di affanni e problemi materiali, così da potersi dedicare alla filosofia, la cui realizzazione ultima è una sorta di temporanea estasi divina, da cui comunque si deve sempre fare ritorno alla realtà concreta. Quanto a ciò che accada dopo la morte, si mantiene sul vago, anche se sostiene che l’anima umana sia immortale e quindi doveva sicuramente ammettere una qualche forma di esistenza ultraterrena o reincarnazione.

Socrate, Platone e Aristotele

La reincarnazione è un concetto che si ritrova per primo in India all’interno di una visione per cui lo scopo della vita è proprio invece la liberazione dal ciclo potenzialmente infinito di morti e rinascite, anche in altre forme di vita, inferiori o superiori, per approdare a una infinita beatitudine. Una qualche influenza di tali dottrine induiste e buddiste sulla filosofia greca è innegabile, specie in epoca tarda, quando le conquiste di Alessandro Magno misero direttamente in contatto Grecia e India, ma la filosofia post-aristotelica è meno ambiziosa dei suoi illustri precedenti e si limita a suggerire come vivere una vita felice o almeno a sopportare le sfortune, senza grandi obiettivi ultramondani. In questo quadro di decadenza si affermerà la nuova religione cristiana.

La novità più grande della predicazione di Gesù è proprio, per dirla con C.S. Lewis, che essa non è un invito alla rassegnazione, al ridimensionamento delle pretese, ad accontentarsi: non chiede all’uomo di desiderare di meno, ma di più. Se vi sono delle rinunce e dei sacrifici da fare o dei rischi da assumersi, questi non sono in vista di qualche annacquata tranquillità o moderata assenza di turbamento, ma temporanee privazioni per ottenere la completa, eterna felicità in cui si realizzano tutti i nostri desideri. Si tratta di una svolta radicale, che lo vogliamo o meno: qualcuno nella nostra realtà storica è arrivato a prometterci come vero quello che nemmeno le nostre fiabe più audaci avevano osato ipotizzare nella finzione.

CS Lewis a proposito della esperienza che chiama “Gioia”

Occorreranno più di 1500 anni prima che qualcuno nell’Occidente osi ritornare sull’argomento, e, visto che più in alto di così non si può andare, inevitabilmente i nuovi filosofi della modernità costituiranno un ripiegamento, un inizialmente timido (con Cartesio e Pascal): “Ok, Gesù ci ha promesso questo, ma siamo proprio sicuri che possiamo crederci?” Questi primi (ri-)dubitatori si affrettavano naturalmente a rispondersi: “Ma certo che dobbiamo crederci, anche perché cosa abbiamo da perderci?” Gli Illuministi francesi però riprenderanno il discorso per rispondere negativamente, perché, fondamentalmente, “Abbiamo da perderci una vita dedicata ai piaceri del libertinaggio”. Questa diventerà la posizione che assumerà il ruolo dominante nel corso dei secoli, attraverso Kant, che pretende di aver stabilito che non possiamo sapere se Dio esiste “perché non lo possiamo sapere e basta”, ma tenta con un improbabile equilibrismo di fondare comunque su sé stessa una morale assoluta (tentativo evidentemente fallimentare); poi con Marx, Nietzsche, in letteratura les Décadents e il Wilde del Ritratto, Freud, Huxley, Marcuse, il ’68, Foucault, fino al gender odierno.

I cosiddetti “maestri del sospetto”:
Sigmund Freud, Friedrich Nietzsche e Karl Marx

Ecco perché le eccezioni, anche se in questo caso non possono fare la regola, sicuramente sono più interessanti. Vediamo quindi come risponde alla domanda il Professor Tolkien:

A Camilla Unwin

[Alla figlia di Rayner Unwin, Camilla, era stato detto, come parte di un ‘progetto’ scolastico, di scrivere e domandare: ‘Qual è il senso della vita?’]

20 maggio 1969 [19 Lakeside Road, Branksome Park, Poole]

Cara Signorina Unwin,

mi dispiace di aver tardato con questa mia replica. Spero che essa ti arrivi per tempo. Che domanda spropositata! Non penso che le ‘opinioni’, di chiunque siano, servano a molto senza una qualche spiegazione di come si è arrivati a sostenerle; ma al presente riguardo non è facile rimanere succinti.
Cosa significa davvero questa domanda? Sia ‘senso’ sia ‘vita’ sono concetti che hanno bisogno di essere definiti. Ci troviamo davanti a una domanda puramente umana e morale, o si riferisce all’universo? Può significare: Come faccio a impiegare al meglio la vita che mi è stata data? OPPURE: Quale scopo/disegno concorrono a realizzare gli esseri viventi con le loro vite? La prima domanda, però, può trovare una qualche risposta (sempre che ce ne siano) solo dopo aver considerato la seconda.
Penso che le questioni sullo ‘scopo’ abbiano senso soltanto se si riferiscono a obiettivi e propositi deliberati degli esseri umani, oppure all’impiego degli oggetti da loro progettati e prodotti. Quanto alle ‘altre cose’, il loro valore risiede in esse stesse: ESISTONO, ci sarebbero anche se noi non ci fossimo. Eppure, dal momento che di fatto esistiamo, una delle loro funzioni è di essere contemplate da noi. Se risaliamo la scala degli esseri fino alle ‘altre creature viventi’, ad esempio una qualche pianticella, osserviamo una struttura e un’organizzazione: uno ‘schema’ riconoscibile (seppure con delle varianti) all’interno della stessa specie e della sua prole; il che è molto interessante, perché tali cose sono ‘altre’ e non fatte da noi, e sembrano derivare da uno zampillo creativo infinitamente più ricco del nostro.
La curiosità umana presto arriva a porsi la domanda COME: in che modo questa cosa è venuta a essere? E, dal momento che uno ‘schema’ riconoscibile suggerisce un disegno, si arriva a PERCHÉ? Ma PERCHÉ in questo senso, che implica ragioni e motivazioni, può solamente riferirsi a una MENTE. Solo una Mente può avere scopi in un qualsiasi modo o grado paragonabile ai propositi umani. Quindi, immediatamente ogni domanda del tipo: ‘Perché la vita, l’insieme degli esseri viventi, è comparsa nell’universo fisico?’ conduce alla Domanda: C’è un Dio, un Creatore-Architetto, una Mente cui le nostre menti sono affini (essendoNe derivate), di modo che Essa ci è in parte conoscibile? Con ciò siamo arrivati alla religione e alle idee morali che ne provengono. A riguardo dirò solo che la ‘morale’ ha due facce, per via del fatto che siamo individui (come in qualche modo tutte le creature viventi), ma non viviamo, né potremmo vivere, in isolamento, quindi abbiamo un legame con tutti gli altri esseri, sempre più forte quanto più è prossimo al nostro legame assoluto con la specie umana a cui apparteniamo.
Pertanto, la morale dovrebbe fare da guida ai nostri umani propositi, indirizzare la condotta delle nostre vite: (a) nei modi in cui i nostri talenti individuali possono essere coltivati senza né spreco né abuso; e (b) nell’evitare di arrecare danno ai nostri simili o interferire con il loro sviluppo. (Al di là di ciò vi è solo la sommità del sacrificio di sé per amore).
Nondimeno, queste sono solo risposte alla domanda più specifica. Alla più ampia non vi è risposta, dal momento che richiede una perfetta conoscenza di Dio, cosa irraggiungibile. Se ci chiediamo perché Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, invero non vi è nient’altro che si possa dire se non ribadire che effettivamente lo ha fatto.
Se non si crede in Dio, la domanda “Qual è il senso della vita?” non può nemmeno essere posta e non può avere risposta. A chi o a cosa si rivolgerebbe la domanda? Ma, dato che in uno strano angolo (o in strani angoli) dell’Universo alcuni esseri hanno sviluppato menti che si pongono delle domande e cercano di rispondervi, si potrebbe rivolgere la domanda a uno di questi curiosi individui. Dal momento che io ne faccio parte, potrei spingermi fino a dire (parlando con assurda arroganza per conto dell’Universo): “Io sono come sono. Non ci si può far niente. Puoi continuare a cercare di scoprire che cosa sono, ma non ci riuscirai mai. E perché vuoi saperlo, proprio non lo so. Forse il desiderio di sapere per il puro gusto di sapere è legato alle preghiere che alcuni di voi rivolgono a quello che chiamate Dio. Nella loro forma più alta, queste preghiere sembrano voler semplicemente lodare Dio per la sua esistenza e per aver fatto quello che ha fatto come l’ha fatto”.
Coloro che credono in Dio, in un Creatore, non pensano che l’universo in sé stesso sia degno di adorazione, per quanto lo studio devoto dell’universo possa essere uno dei modi per onorarne il Creatore. E, dato che noi, creature viventi, siamo (in parte) al suo interno e una sua componente, le nostre idee di Dio e i modi in cui le esprimiamo saranno in gran parte derivate dalla contemplazione del mondo che ci circonda. (Benché esista anche la rivelazione, indirizzata sia a tutti gli uomini sia a individui particolari.)
Così si può dire che lo scopo principale della nostra vita, per ciascuno di noi, è quello di aumentare, in base alla nostra capacità, la nostra conoscenza di Dio con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, e grazie a questa conoscenza esprimere lodi e ringraziamenti. Fare come diciamo nel Gloria in Excelsis: Laudamus te, benedicamus te, adoramus te, glorificamus te, gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa.
E, nei momenti di esaltazione, possiamo chiamare tutte le cose create a unirsi a noi nel nostro coro, parlando per loro conto, come fa il Salmo 148 e la Canzone dei tre bambini in Daniele II. LODATE IL SIGNORE… tutte le montagne e le colline, tutti i frutteti e le foreste, tutte le cose che strisciano e gli uccelli che hanno le ali.
E una risposta troppo lunga, e anche troppo corta — per una domanda simile.
I miei migliori auguri,
J.R.R. Tolkien

Il senso della vita secondo Tolkien

Un commento esaustivo a questa lettera richiederebbe un libro in molti volumi, ma mi pare si possa estrapolare un passaggio chiave: “Se non si crede in Dio, la domanda ‘Qual è il senso della vita?’ non può nemmeno essere posta e non può avere risposta. A chi o a cosa si rivolgerebbe la domanda?” In altri termini, è l’esistenza stessa di noi “curiosi individui” che “hanno sviluppato menti che si pongono delle domande”, come quella, appunto, sul senso della vita, che dimostra che tale mente e capacità di domandare, così come la risposta, appartengono in primo luogo a un Dio capace di conferirle perché in sommo grado le possiede. L’Universo, come Tolkien esprime nella sua geniale prosopopea, non possiede tali risposte, anzi non si pone neppure la domanda, perché non ha una mente, e quindi se gli uomini, come pretendono gli scientisti e gli atei militanti, possono accettare solo risposte a riguardo che provengano dall’”interrogazione” dell’universo condotta dalle scienze naturali, ovviamente non potranno trovare risposte; al contrario, hanno escluso senza accorgersene ogni possibilità di trovare delle risposte per principio.

La profondità, eppure la semplicità, della formulazione di Tolkien mi dà i brividi a ogni rilettura: si esprime in termini semplici, che possono essere compresi dalla giovane Camilla e dai suoi compagni di classe, eppure quanto acume e quanta perspicacia assente nei più eruditi tomi! In questo, e non solo in questo, è veramente evangelica, perché parla agli umili e ai piccoli laddove tanto deve restare in barba ai sapienti.

John Ronald Reuel Tolkien

Un altro elemento cruciale è distinguere la pertinenza individuale della domanda da quella generale, ovvero: 1) “Come faccio a impiegare al meglio la vita che mi è stata data?” e 2) “Quale scopo/disegno concorrono a realizzare gli esseri viventi con le loro vite?” Non è difficile trovare chi sostenga di possedere una qualche risposta a 1), anzi se ne è occupato persino in via ufficiale l’NHS britannico nel 2014, promulgando i suoi “Five steps for mental wellbeing”:

  1. Connect with community and family
  2. Physical exercise
  3. Lifelong learning
  4. Giving to others
  5. Mindfulness of the world around you

https://www.nhs.uk/mental-health/self-help/guides-tools-and-activities/five-steps-to-mental-wellbeing/

Sempre dal punto di vista individuale, gli psicologi Frank Martela e Michael F. Steger hanno invece individuato tre criteri guida da seguire nella ricerca del senso della vita in un articolo pubblicato su The Journal of Positive Psychology nel 2016. I due autori definiscono i tre criteri come:

  • Coerenza: il modo in cui si collegano gli avvenimenti. Si tratta della comprensione del fatto che ciò accade nella propria vita ha un motivo. Magari non sai spiegarti ogni cosa nel momento stesso in cui accade, ma prima o poi capisci il perché anche di ciò che sul momento ti ha sorpreso, e sei fiducioso che sarà sempre così.
  • Scopo: l’esistenza di obiettivi e propositi. Si tratta della convinzione di essere in vita per una qualche ragione, per realizzare qualcosa. Si può considerarla come la propria personale missione, ad esempio “lo scopo della mia vita è condividere il segreto della felicità”, oppure “sono qui per diffondere amore in abbondanza”.
  • Significato: il valore intrinseco della vita. Si tratta della percezione del fatto che la tua vita fa la differenza. Se per te la tua vita ha un grande significato, sicuramente ritieni che il mondo sarebbe leggermente—o forse parecchio—peggiore se non fosse che ci sei tu.

https://www.theatlantic.com/family/archive/2021/10/meaning-life-macronutrients-purpose-search/620440/

“Il senso della vita, ma in fretta, che ho da fare”

Se queste liste e il linguaggio in cui sono espresse fa sorridere, però, non è perché dicano interamente il falso, ma perché l’attrito che si crea nel formulare in maniera impersonale tali “criteri” o “linee guida” e il presunto campo di applicazione individuale o persino intimo è stridente al punto da diventare comico e oggetto di ilarità. In altre parole, è perché pretendono in qualche modo di rispondere alla domanda 1) di Tolkien, quella personale, con una risposta del tipo che eventualmente potrebbe rispondere alla domanda generale 2). Su questo contrasto tra particolare e complessivo si basa d’altra parte quasi tutta la satira che prende per bersaglio i filosofi, a cominciare dalla commedia Le nuvole di Aristofane, ed è impossibile soprattutto non pensare al film Monty Python e il senso della vita, quando, in conclusione di una lunga serie di sketch tra l’ironico e il demenziale volti ad inculcare il dubbio che la vita dopotutto abbia un qualche significato, un finto presentatore televisivo legge il biglietto che si presume contenga il senso della vita, ed esso si rivela essere: “Sforzati di essere gentile con le altre persone, evita i cibi grassi, ogni tanto leggi un buon libro, fai delle passeggiate, e cerca di vivere in pace e armonia con la gente di ogni credo e nazione”.

“Il senso della vita è essere felici”
e altre rivelazioni inattese

Il film dei Monty Python è interessante perché lo si può prendere in larga misura come un contraltare di quello che vorrebbe essere, cioè un manifesto dell’insensatezza del vivere. La prima parte, che riguarda la nascita, fa vedere un bambino che nasce nel disinteresse degli stessi ostetrici, impegnati a discutere faccende amministrative della clinica, e senza pensarci e al di là delle intenzioni degli autori è un perfetto parallelo della umile nascita di Gesù in una stalla, quindi davvero finisce per parlare di quello che il titolo ironico suggerisce, “Il miracolo della nascita”. Lo stesso vale per il seguito, un padre cattolico che annuncia agli innumerevoli figli che dovrà vendere buona parte di loro per esperimenti scientifici perché ha perso il lavoro, e d’altra parte non poteva avere meno figli perché la Chiesa è contraria alla contraccezione. A parte l’evidente assurdo della situazione, dubito sinceramente che la prima cosa che questi figli avranno pensato sia stata: “eh, papà, se non ci mettevi al mondo risolvevamo in fretta questo problema!” Comunque, in un qualche modo vedo il tutto anche come un’eco, sicuramente involontaria, della strage degli innocenti.

Ogni bambino è il senso della vita

In seguito si ha una sequenza sull’educazione in cui un professore fa l’amore con sua moglie in classe davanti agli studenti come ora di educazione sessuale e rimprovera chi si distrae. Anche qui l’assurdo è ricercato di proposito, ma non è suo malgrado una efficace immagine proprio di quel libertinismo di cui sopra, che è arrivato a dominare la cultura? Non sono questi maestri i nuovi farisei, che Gesù superava in sapienza già a 12 anni? Nel prosieguo vi sono tre sketch sulla guerra che sono sicuramente il punto più debole del film anche dal punto di vista della comicità, e poi c’è l’età adulta, con una cena di una coppia in un ristorante a tema tortura e a seguire i proponenti porta a porta di un trapianto di organi da vivi (o in diretta, giocando sulla ambiguità dell’inglese live). Anche qui, e di nuovo senza che il riferimento sia voluto, non viene spontaneo pensare all’Ultima Cena e il Sacrificio Eucaristico, letteralmente un trapianto del vivo Corpo di Cristo in noi vivi, officiato “in diretta” dal celebrante messa in ripetizione del dono di Sè di Gesù per cui si è sottoposto anche alla tortura?

Le età della vita

Il controcanto non sarà allora qualcosa su Giuda? Nella parte dedicata alla vecchiaia, siamo ancora al ristorante, ma non c’è più una coppia, ma un uomo solo grottescamente obeso che continua a mangiare finché non esplode, e non in senso metaforico, ma proprio una reale esplosione. Tutti hanno sempre detto di questa scena, la più famosa di tutto il film, “eh, il capitalismo sfrenato…”, ma sarà sbagliato vederci più in generale l’avidità umana tout court, quella che vende il Figlio di Dio per 30 denari? Infine, ancora una scena conviviale, ma casalinga, in cui i commensali ricevono la visita della Morte in persona, che li porta in Paradiso, cioè nel ristorante dove sedeva la coppia. Io mi stupisco di quanto il discorso torni, perché se la lettura eucaristica di quella scena è corretta i commensali si sono salvati grazie all’Eucarestia, e infatti la Morte li informa che sono morti mangiando del pesce, tradizionale simbolo di Gesù e motivo ricorrente, seppur comicizzato, del film.

La Morte

Per essere chiari, non sto sostenendo che il film targato Monty Python sia un inno al Cattolicesimo. So benissimo che è (volutamente) una pellicola cinica, crapulona, smargiassa e volgare che non appartiene di certo al campionario delle visioni consigliate dal catechista. Quello che voglio dire è che, a mio avviso, come tutte le disgrazie e i tentativi del diavolo di distogliere Giobbe da Dio finivano solo ad majorem Dei gloriam, anche questo film che vorrebbe essere la dimostrazione di quel nonsense che sarebbe la vita, se guardato con gli occhi giusti, finisce per essere invece, suo malgrado, proprio una lode al suo senso.

Monty Python e il senso della vita

Infine, non si può non ricordare la famosa scena di Guida galattica per autostoppisti, il libro di fantascienza demenziale di Douglas Adams, con relativo adattamento cinematografico, quando il super-calcolatore iper-intelligente, dopo milioni di anni di calcoli, produce la risposta che ha scoperto alla domanda “sul senso della vita, l’universo e tutto quanto”, e questa si rivela essere: “42”. In altre parole, anche qui si vede lo scarto tra il generale e il particolare che genera la comicità e, per dirla ancora con Tolkien: “Alla [domanda] più ampia non vi è risposta, dal momento che richiede una perfetta conoscenza di Dio, cosa irraggiungibile. Se ci chiediamo perché Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, invero non vi è nient’altro che si possa dire se non ribadire che effettivamente lo ha fatto”.

Il supercalcolatore di Guida galattica per autostoppisti
ribadisce che la risposta alla domanda sul senso di tutto è 42

Ma, del fatto che Dio ci abbia incluso nel Suo Disegno, persino con tutti i mali e tutte le sofferenze della nostra vita e dei nostri tempi e di ogni vita e di ogni tempo, come non rallegrarsene, per tutto quello che c’è di buono a questo mondo, e per tutte le gioie che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere? Converrà allora davvero, come dice Tolkien, che ci uniamo al coro di tutte le creature viventi e cantiamo: “LODATE IL SIGNORE… tutte le montagne e le colline, tutti i frutteti e le foreste, tutte le cose che strisciano e gli uccelli che hanno le ali”.

Nel nostro mondo caduto vi è ancora tanta bellezza

Tolkien e il razzismo

Mentre la bufera di immotivata ostilità verso la serie Amazon “The Rings of Power” imperversa, tanti commenti assumono come presupposto apparentemente indiscutibile l’idea che gli Elfi e i Nani, un po’ quelli di Tolkien, un po’ quelli delle mitologie nordiche e celtiche o dell’immaginazione vittoriana a cui Tolkien si ispirava, avessero necessariamente ed esclusivamente carnagione chiara. Ma è così?

Innanzitutto ricordiamo come Tolkien, fiero inglese ma nato in Sudafrica, avversasse l’apartheid e la discriminazione verso i neri sia pubblicamente sia in privato:

I have the hatred of apartheid in my bones; and most of all I detest the segregation or separation of Language and Literature. I do not care which of them you think White.“― From a Valedictory Address to the University of Oxford in 1959

As for what you say or hint of ‘local’ conditions: I knew of them. I don’t think they have much changed (even for the worse). I used to hear them discussed by my mother; and have ever since taken a special interest in that part of the world. The treatment of colour nearly always horrifies anyone going out from Britain, & not only in South Africa. Unfort[unately], not many retain that generous sentiment for long.“― Letter 61 — Written to Christopher Tolkien who was stationed in South Africa during World War II

Poi, ricordiamo che gli elfi della mitologia nordica si dividono in ljosalfar (elfi della luce) e svartalfar (elfi di tenebra), con questi ultimi spesso identificati proprio con i nani. Tolkien rielaborerà queste distinzioni dividendo a sua volta i popoli dei suoi elfi in calaquendi (elfi luminosi) e moriquendi (elfi oscuri), anche se specifica che questa distinzione è dovuta solo al fatto che i primi compirono il viaggio per Aman e lì videro la luce dei Due Alberi benedetti. Questo implica che nessuna delle due categorie è superiore o migliore dell’altra, ma solo che i primi hanno appunto ricevuto tale benedizione, e dunque d’altronde in sè non esclude che alcuni elfi possano avere carnagione scura, a maggior ragione tra i secondi. Tra i nani, poi non si vede proprio quale sia l’ostacolo.

A questo proposito, un ulteriore approfondimento può essere offerto da un mio post Facebook del 2020, dove scrivevo:

“Gli Hobbit sono imparentati con gli Uomini, e la parentela risale fino alla Prima Era (Elder Days). Solo, nessuno conosce la natura di tale parentela con precisione.
Indicazioni più precise sono date solo nel Volume 12 della History of Middle-earth, nel saggio “Of Dwarves and Men”, dove nel secondo paragrafo, intitolato “The Atani and their languages”, Tolkien spiega che la razza degli Atani, gli Uomini, si divide in 5 popoli, ovvero i tre già noti, cioè la gente di Beor, la gente di Hador, la gente di Haleth (come già spiegava il Silmarillion), ma poi aggiunge due popoli che compaiono solo ne Il Signore degli Anelli, ovvero i Druedain, il cui nome originario era Drugs (sono il popolo degli Uomini Selvaggi di Ghan-buri-ghan che i Rohirrim incontrano cavalcando verso Minas Tirith), e gli Hobbit, che sono detti essere simili ai Drugs in origine, ovvero un popolo selvaggio che viveva nei boschi, per quanto fossero più piccoli di statura (ma comunque più alti che in Terza Era).
Ma ora viene il bello: i 5 popoli era la divisione degli Uomini in Prima Era, ma in Seconda i Numenoreani, per via della vicinanza con gli Elfi, suddivisero le stirpi degli Uomini sul modello della loro interpretazione della divisione degli Elfi secondo il grado di vicinanza ad Aman, ovvero Alti Elfi (Calaquendi, coloro che erano stati ad Aman), Elfi Medi (la stirpe dei Moriquendi chiamata Sindar, cioè coloro che erano partiti verso Aman ma si erano fermati a metà strada) e Elfi delle Tenebre (gli Avari, ovvero tutti i Moriquendi tranne i Sindar, quindi si tratta di coloro che non partirono mai verso Aman).
Così anche gli Uomini vennero divisi in Alti Uomini (i Numenoreani), Uomini Medi (gli Uomini dell’Eriador, compresi Druedain e Hobbit), e Uomini delle Tenebre (coloro che servivano Sauron).
Tolkien sottolinea come i Numenoreani applicassero la divisione elfica, che era solo una distinzione tra popoli, che non attribuiva prestigi e demeriti (gli Elfi delle Tenebre non erano considerati malvagi, ma solo chiamati così perché mai partiti per Aman), stavolta come un giudizio morale sulle altre stirpi umane (che erano intese valere di meno di loro o essere persino malvagie), il che finì per far passare alcuni “Uomini Medi”, che si sentivano così giudicati, dalla parte di Sauron (si citano i Dunlandiani).
E così sappiamo anche come Tolkien spieghi l’origine del razzismo”. (Facebook, 19 marzo 2020)

In altre parole, Tolkien spiega che il razzismo si origina inizialmente quando si associa tutto ciò che è scuro con il male, e secondariamente quando proprio quella che tra tutte le cose scure è la più appariscente, cioè la pelle, viene presa come l’unico o il principale indicatore di bene e male. A questo proposito, basti ricordare che i capelli di Luthien e di Arwen sono “scuri come sera”, mentre Saruman è lo Stregone Bianco che porta il simbolo della Mano Bianca (che sembra quasi il Ku Klux Klan!).

Ulteriori elementi della visione di Tolkien a riguardo emergono dal suo articolo “Sigelwara Land” del 1932-1934, dove spiega l’origine di una sconosciuta parola anticoinglese come il nome attribuito dagli antichi Germani agli Etiopi identificandoli con i malvagi giganti di fuoco del Muspelheimr nella loro mitologia. Anche qui, come vediamo, dal colore nero gli antichi Norreni avevano dedotto un che di malvagio, incarnandolo nei loro giganti, e vedendo la pelle nera degli Africani ve li aveva associati.

Ma forse Tolkien era stato influenzato dall’immaginario vittoriano in cui era cresciuto, dove gli elfi erano tutti chiari? Innanzitutto, Tolkien almeno da adulto si dissocierà sempre da tale immaginario, dove a suo dire gli elfi erano troppo minuti, e poi siamo sicuri che i Vittoriani non concepissero elfi e nani dalla pelle olivastra o bruna? Eccovi una breve rassegna dei due massimi illustratori vittoriani di fiabe, con le prime due tavole di Arthur Rackham, il resto di John Bauer:

Beren Bacchico e Margherita: Riflessioni cristiane orfiche su Tolkien e Bulgakov

Una volta tanto, per chi è abituato a navigare nel mare delle ipotesi, è salutare incontrare la boa di una indubitabile certezza. Magari non sarà la terra ferma dove approdare, ma resta comunque un buon segno: la costa non può essere troppo lontana. Nel mio caso, sono felicissimo che non ci sia ombra di dubbio che Tolkien non può essere stato influenzato in alcun modo nella ideazione della vicenda di Beren e Luthien dal romanzo “Il Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, essendo quest’ultimo pubblicato per la prima volta nel 1967, nè viceversa è possibile, dato che la prima versione pubblicata ne “Il Silmarillion” è persino più tarda, e datata 1977. Perché questo fatto sarebbe importante? Ci arriviamo in un attimo.

Entrambe le storie sono incentrate su una coppia di amanti tormentati che inaspettatamente vanno incontro a un lieto fine, ma non prima di aver completato un’opera eccezionale, visitato gli inferi e avuto a che fare col diavolo. Va bene, direte voi, ma qual è il punto di notare questi tratti in comune, se sappiamo che le due storie sono state concepite in maniera del tutto indipendente l’una dall’altra? La risposta è molto semplice: il fatto che i due autori abbiano concepito indipendentemente un analogo schema di fondo per le vicende delle rispettive coppie suscita spontaneamente un’ipotesi, e cioè: non è che per caso qui abbiamo a che fare con archetipi?

A questo proposito, viene in mente l’adagio di un professore un po’ burlone, che una volta ebbe a dire: “In linea di massima, studiare Jung non serve a niente. Tanto, ad ogni scopo pratico, dalle chiacchiere da bar alla tesi di dottorato, la regola d’oro è: se lo trovi sia nella Bibbia sia in Omero è automaticamente un archetipo”. Forti di questo metodo a prova di bomba, quindi, vediamo se c’è una coppia ostacolata dalla realizzazione di un compito, dalla morte e dal diavolo ma che poi trova il lieto fine nella Bibbia e in Omero.

A costo di essere accusati di sbrigare la faccenda in maniera facile, non è che occorra andare a cercare se ci sono passi dell’Iliade in cui venga citato il centauro Chirone o in quali dei libri profetici si nomini la città di Tiro: basteranno l’Eden in Genesi e l’Odissea nel suo complesso, perché Adamo ed Eva vengono puniti di aver obbedito al serpente (diavolo) con l’obbligo di lavorare la terra con sudore (opera), nonchè con l’esistenza mortale (morte), eppure restano pur sempre il padre e la madre del genere umano (lieto fine), mentre Ulisse ha compiuto impresa impossibile agli eserciti conquistando Troia con il cavallo (opera), ma prima di riunirsi a Penelope (lieto fine) dovrà visitare l’oltretomba (morte) e sopravvivere ai tiri mancini di una potenza soprannaturale ostile, Poseidone (diavolo).

Va bene, va bene, mi direte, ma da qui cosa ne dovremmo trarre? Personalmente, vi posso dire, ne ho tratto una riflessione che mi ha colpito: in precedenza, di sicuro per colpa di una mia superficialità, mi sono sempre trovato a personificare la separazione di una coppia, che fosse temporanea o definitiva, in uno o più responsabili, umani o sovrumani, che comunque fossero delle persone, come Dairon, Thingol, i pirati di Dafni e Cloe, il gigante Ysbaddaden di Cwlwych e Olwen, i Proci, Nausicaa, e così via. Ragionare in termini di archetipi invece ti fa vedere come dietro a queste figure si celano appunto i tre grandi ostacoli che la coppia deve affrontare, non una volta per tutte in qualche mitico confronto d’astuzia o abilità, ma giorno per giorno all’interno di una relazione, l’uno verso l’altra ed entrambi verso il mondo.

L’opera, il compito, il lavoro è proprio il simbolo del rapporto che la coppia intrattiene con il mondo al di fuori della coppia, e dunque quando la realizzazione di tale opera rasenta l’impossibile questo è semplicemente l’indicatore della difficoltà per la coppia di essere legittimata nella società, per un motivo o per l’altro.

La morte rappresenta invece il rapporto della coppia al suo interno, il legame che li unisce e il suo mantenimento. Il Cantico dei Cantici dice che l’amore è forte come la morte, ovvero un legame forte può sopportare tutto senza essere intaccato nella sua natura. “Finchè morte non vi separi” non è la formula matrimoniale per semplice caso.

Infine, il diavolo è ciò che separa la coppia, a partire dal semplice essere due persone distinte, che chiaramente è ovvio. Affrontare il diavolo, sfuggire ai suoi tiri, raggirarlo o sconfiggerlo sono quindi altrettanti indicatori del non lasciare che le differenze all’interno della coppia prendano il sopravvento su ciò che unisce, il che avviene essenzialmente mantenendo un buon dialogo.

Vediamo quindi come fanno le diverse coppie a superare questi ostacoli, e in quali forme si presentano. Per Beren e Luthien il riconoscimento dipende dalla conquista del gioiello più prezioso, da strappare al diavolo, quindi la coppia deve superare le sue differenze, il diverso destino umano ed elfico, prima di essere riconosciuta. Al Maestro e Margherita la pace, ovvero appunto l’approvazione implicita del mondo, viene accordata dal diavolo grazie a un angelo dopo che lei visita gli inferi e lui finisce il suo libro, quindi quando il dialogo tra loro riprende dopo che ella ha capito perché lui se n’era andato e lui ha realizzato il suo lavoro di una vita. Tra Ulisse e Penelope c’è Poseidone, il mare, di mezzo, ovvero sono una di quelle coppie che non si parlano più, ma restano fedeli e, quando lui ha infiltrato il suo cavallo nella città nemica, cioè quando è riuscito a riottenere il riconoscimento pubblico della loro relazione, e avendo visitato i morti, cioè essendosi assicurato che il loro amore resiste a ogni prova, infine ritrovano la gioia coniugale.

La stessa struttura trova la sua espressione più naturale nella storia di Orfeo ed Euridice, che Tolkien ha preso a modello nella versione bretone medievale a lieto fine, Sir Orfeo. Per essere precisi, quella a lieto fine non è una variante del racconto, ma la sua forma originale, come attestano le fonti più antiche, e solo con Platone prenderà il sopravvento la versione tragica poi resa famosa da Virgilio e Ovidio. Con l’avvento del Cristianesimo, poi, Orfeo sarà paragonato e addirittura identificato con Cristo, come attestano non solo numerosi testi ma anche ritrovamenti archeologici, come il famoso Cristo-Orfeo bacchico. Così il Cristianesimo ripristinerà il lieto fine originario in quella che Tolkien chiamerebbe Eucatastrofe e che forse coincide molto da vicino con le intuizioni del Pilato di Bulgakov.

(Questa tavoletta tardoantica raffigura il Crocifisso cristiano e riporta l’iscrizione in greco “Orpheos Bakkikos”, cioè Orfeo bacchico o di Bacco)

Recensione: La Compagnia dell’Oste (Aa.Vv.: Marcovalerio, 2021)

Come ogni estimatore del fantastico sa benissimo, mai fare i conti senza l’Oste: una Compagnia di avventurieri non è tale finché non abbia la taverna o locanda di riferimento, dove sbollire l’eccitazione dell’ennesima avventura o caccia al tesoro, ovvero farsi reclutare per la prossima missione da qualche generoso committente, o magari incontrare il pericoloso sicario da cui ricevere soffiate al riparo da orecchi indiscreti, o ancora, semplicemente, annegare la stanchezza di un lungo viaggio in un bel boccale di birra scura e schiumosa…

Gli esempi, comprensibilmente, si sprecano. Harry Potter ha Il Calderone Traboccante e I Tre Manici di Scopa, Geralt di Ryvia sosta volentieri al Drago Pensieroso, il locandiere di Candlekeep nel videogioco Baldur’s Gate è famoso per il suo boccaccesco vanto di tenere il locale “pulito come il didietro d’un Elfo”, mentre viaggiatori da ogni dove trovano asilo alla Taverna ai Confini del Mondo nel fumetto Sandman di Neil Gaiman, e persino nella fantascienza abbiamo, per dire, l’iconica Cantina di Mos Eisley che raccoglie “tutta la peggiore feccia della galassia” secondo Obi-Wan Kenobi, per non dire del Ristorante Ai Confini dell’Universo di Douglas Adams (attenti ad andare ai confini dal lato giusto!). Tutto comunque ha origine nelle taverne medievali di chaucereana memoria e, quintessenzialmente, quell’Eagle & Child dove si riuniva il circolo letterario degli Inklings di Oxford, che sicuramente fece la sua parte nell’ispirare a Tolkien Il Drago Verde di Lungacque e Il Puledro Impennato di Brea.

E proprio agli Inklings intende rifarsi il neonato circolo degli Inkiostri, riunito in una locanda che resta innominata presso un Oste noto semplicemente come tale allo scopo di narrare ciascuno un proprio racconto. La cornice dunque si distingue per la semplicità ma anche per un certo calore rustico, sembra quasi di avvertire il crepitare del camino, l’odore di rovere e di leccornie, l’atmosfera luminosa velata da qualche fumata di pipa…

Prende così il via la sequela dei racconti, molto diversi tra loro ma animati dallo spirito condiviso dell’amore per la bellezza e per la parola, l’arte dell’incanto e la fermezza della fede, nel solco della tradizione e delle radici. Non si tratta mai, dunque, di vuota artificiosità, di gioco pedante di citazioni, nè di mero estetismo: l’Oste sotto la cui insegna si racconta e si scrive, infatti, disdegna interamente prefazioni, introduzioni, e note a piè di pagina, anche se ciò ci viene detto nel “Prologo” di Giovanni Soppelsa, ripetendo così in modo simpatico l’ironia di quanto Tolkien scriveva nell’inedita introduzione a La chiave d’oro di George MacDonald.

Il primo racconto, Le torri del silenzio di Giovanni Bertoglio, scorre piacevolmente tra ispirate metafore, inebrianti similitudini ed evocative parafrasi come il miglior Dunsany in una storia che rammenta qualcosa della classica canzone Samarcanda e qualcosa ancor più dell’Azrael di Longfellow, con espliciti richiami zoroastriani. Una partenza meglio riuscita non si potrebbe immaginare!

Eppure non è da meno Luisa Paglieri nel prosieguo, una sorta di storia dell’Eden all’incontrario che vede perciò il lieto fine e forse, se non erro, vuol essere metafora della storia della Salvezza. Ma, se questa può essere solo una mia lettura, non vi è dubbio che, anche presa semplicemente come fiaba, senza particolari intenti allegorici, Il lago sapiente sia una splendida storia e una delle punte di diamante del volume.

Segue La Principessa e il Mutaforma di Paolo Gulisano, una breve pennellata che abbozza l’inizio di una storia di rivalsa al femminile senza poi che la vicenda vera e propria venga effettivamente narrata, ma soltanto lasciandola alla fantasia del lettore. L’espediente è spiazzante ma non spiacevole, e invita alla riflessione sul tema della parzialità delle narrazioni, in sè inevitabile.

Con Salita alla Sacra, Chiara Bertoglio mi ha assolutamente conquistato per l’afflato quasi mistico che trapela dalla sua accorata narrazione, che mi ha riportato la mente al viaggio che feci in Terrasanta e altre esperienze religiose molto intense che ho avuto il privilegio di vivere, come l’ascesa al Monte Sacro di Varese. Commuovente ed esaltante, da applausi.

Giovanni Soppelsa torna con il suo Conobbi Bartholomeus Clough e, beh, cosa dire? Un gioiellino in bilico tra Conan Doyle, Rider Haggard e Meyrink, non so se sia più felice la prosa nella sua naturale inappuntabilità o il contenuto nella sua originale, sorprendente prevedibilità. Un racconto da leggere e rileggere, meritevole di fare scuola.

L’ultima avventura di Orion di Ives Coassolo è un racconto di sbrigliata fantastoria e fantarcheologia che diverte e fa sorridere, raccontato con la freschezza del non prendersi troppo sul serio e abbandonarsi al libero sogno di fantastiche ere remote, se non nella chiusa morale che si rifà alla Numenor tolkieniana.

Il Settimo Cerchio di Andrea Donna è per esplicita ammissione un omaggio a Jorge Luis Borges e come tale sicuramente non può reggere il confronto con il Maestro, ma rimane un raccontino congegnato con intelligenza che riesce nello scopo di riportare al lettore il ricordo delle fantasmagoriche architetture borgesiane.

Cronache missionarie di Patrizio Righero sembra il risultato di una collaborazione tra Ray Bradbury e Clive Staples Lewis, il che mi pare avvicinarsi ad essere uno dei più bei complimenti, nonchè dei più originali, che si possano fare. La selezione dei passi scritturali citati, inoltre, racchiude diverse perle.

L’ultimo racconto, Danza macabra di Maria Finiello, sembra compendiare in sè un pò tutto il volume: vi è la Morte come nel racconto iniziale di Giovanni Bertoglio, ma non manca nemmeno il romanticismo di Paglieri, Gulisano e Coassolo; gioca di citazioni come Soppelsa, Donna e Righero, ma condivide con Chiara Bertoglio le altezze del volo mistico. Difficile trovare una miglior chiusura.

Segue comunque un breve riallacciamento narrativo, sempre di Soppelsa, e il vero e proprio commento critico di Chiara Nejrotti. L’unico rimpianto, a chiudere il volume, è che non compendi due, tre, anche quattro volte questo numero di racconti, fino ad arrivare a un nuovo Le Mille e Una Notte, Lo Cunto de li Cunti, o I Confratelli di San Serapione. L’augurio è che questo sia solo l’inizio, e opere ancora più varie e più ricche facciano seguito a questa già entusiasmante e coinvolgente raccolta!