“With magic in my eyes”: Recensione di “Lyonesse” di Jack Vance

La poesia “Lyonnesse” di Thomas Hardy (1914) nella sua ultima strofa recita:

When I came back from Lyonnesse
With magic in my eyes,
All marked with mute surmise
My radiance rare and fathomless,
When I came back from Lyonnesse
With magic in my eyes!

Devo dire che anch’io, nell’emergere dalla lettura del romanzo “Lyonesse” di Jack Vance, mi sento un po’ come il viaggiatore di cui parla Hardy, che torna dalla leggendaria isola poi sprofondata nell’Atlantico, al largo del capo estremo di Cornovaglia, “con la magia negli occhi”.

Infatti, la lettura del libro di Vance è come una rocambolesca cavalcata in un mondo alieno e meraviglioso, capace di stupire e capovolgere le aspettative del lettore in ogni sua svolta, commuovendo, divertendo, e tenendo con il fiato sospeso per quasi 500 pagine che vanno giù in un attimo come acqua. Tenere dietro alla fantasia sbrigliatissima dell’autore, che ha molto di quella che Tolkien chiamava “la folle bellezza (…) celtica”, è un vero e proprio piacere per cui si rimandano volentieri altre letture e, potendo, anche altri impegni e lo stesso sonno, specialmente nella seconda metà del romanzo.

La prima metà è suggestiva e serve benissimo a creare i presupposti e disegnare l’ambientazione per ciò che accadrà dopo, è anch’essa scorrevole e non annoia, ma non è nemmeno subito il fulmicotone della seconda parte, dal momento che narra soprattutto la nascita e crescita della principessa Suldrun alla corte di Lyonesse e le preoccupazioni di suo padre il re Casmir di intessere buone relazioni diplomatiche con i regni vicini al fine di assicurarle un buon matrimonio, essendogli stato profetizzato che dal matrimonio di Suldrun dipenderà tutto.

L’unico difetto che ho trovato nel romanzo è la forzatura dell’anticlericalismo dell’autore dentro una narrazione che avrebbe potuto farne tranquillamente a meno, risultando tralaltro anche più credibile, senza costringere il lettore a interrompere la sospensione dell’incredulità per notare quanto anticristiano sia Vance. Dal momento che la religione ha un ruolo del tutto marginale, per non dire nessuno, nella narrazione, sarebbe stato opportuno non contrabbandare in questo contesto un discorso in sè così serio. Si tratta comunque di un difetto marginale dal momento che probabilmente non infastidirà molto i non Cristiani, e i Cristiani possono facilmente ignorare questo difetto e godersi il resto.

In conclusione, e nell’attesa di leggere gli altri due volumi della trilogia, devo dire che le mie aspettative erano molto alte, ma nonostante ciò non sono state deluse, anzi in diversi momenti sono rimasto piacevolmente sorpreso e persino spiazzato dalle scelte di Vance, sia in termini di narrazione sia di stile. Non leggevo una serie fantastica per me nuova con piacere così grande da quando scoprii la serie di Ambra di Roger Zelazny, e in fin dei conti devo per di più constatare che Lyonesse è anche meglio. Imperdibile.

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